Premio Racconti nella Rete 2026 “Se finisse la musica” di Elena Stringini
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Ieri sera ho incontrato Luca. Non lo vedevo da quando tra me e te tutto è finito.
<<Dopo la maturità ho studiato economia e poi alla fine mi sono ritrovato a Milano, come più o meno tutti.>>
E pensare che tu dicevi che nessuno dei nostri amici se ne sarebbe mai andato.
E accendendosi una sigaretta, Luca mi ha chiesto con occhi che non ricordavo più : <<E tu invece?>>
Gli ho risposto che la provincia mi ha inghiottito e non ho opposto resistenza. E in quel momento ho pensato a te.
Ti chiederei se ricordi ancora quando ti dicevo che sognavo Londra e tu invece mi dicevi che sognavi di restare perché “Casa è casa”. Restare o meglio <<Nascondersi dietro quello che si conosce. >> esclamavo ridacchiando e non guardandoti negli occhi.
<<Perché parli di nascondersi? >> mi rispondevi con il tuo tono calmo, che non subiva mai variazioni e che non mi voleva mai convincere di niente.
E io pensavo con un po’ di rabbia ‘Che coraggio ci vuole a restare?’. Anche se mi sembra strano aver usato la parola coraggio visto che è entrata nel mio vocabolario molto tempo più tardi.
Tu mi chiedevi perché proprio Londra, e io, guardando il cielo, ti rispondevo: <<Ma come, non lo sai come si dice? “A Londra tutto quello che cerchi c’è”!>>
<<Sì, ma almeno devi sapere cosa stai cercando>> mi rispondevi sorridendo, mentre cercavi nei miei occhi una risposta che non è mai arrivata.
Ma oggi ti direi che a Londra ci sono stata poco dopo che tutto è finito. E ho cercato ovunque, ma non ho trovato niente. Quello che più ricordo dell’autunno a Londra era che mi mancava l’estate, la nostra. Il punto di verde dei nostri campi e il nostro pezzo di Adriatico con i suoi ciottoli fastidiosi. Con te, invece, era naturale camminare sospesi, talmente naturale che non ci ho mai fatto caso. Era normale esistere per cantare in macchina con i girasoli sullo sfondo, vivere la bellezza fino in fondo senza sentirsi colpevoli, tornare dal mare correndo solo per buttarci sul divano di Luca a guardare film insieme agli altri.
<< Tu non sei mai davvero qui, vero? >> mi chiedevi con voce ferma mentre i titoli di coda sfumavano. E io allora rispondevo con uno spontaneo <<Ma come no e dove sono?>>
Oggi ti direi che avevi ragione. Quando ti ascoltavo dire la tua sui film, quando ti accompagnavo alla tastiera mentre suonavi la chitarra in camera mia, io andavo altrove. Tornavo nella stanza di quando ero piccola con le stelline fosforescenti ancora attaccate sui muri. Con mio padre che mi sistemava le coperte e a lui chiedevo preoccupata se la musica prima o poi sarebbe finita. Gli dicevo <<Ma papà se i cantanti non avessero più voglia di cantare o se morissero e nascessero solo persone che lavorano in quel posto freddo dove siamo stati ieri?>>
E lui, illuminato dalla luce delle stelline della mia stanza di bimba, mi rispondeva con assoluta sicurezza di stare tranquilla e di dormire perché la musica non sarebbe mai finita. E, ridacchiando, poi diceva che non sarebbero nati solo banchieri e che se avessi continuato a impegnarmi un giorno la musica l’avrei fatta io. E così l’avrei salvata.
Nel mio nuovo appartamento porterò la mia vecchia Fujifilm avvolta nella sua custodia bianca. Chissà se te la ricordi! La custodia non potresti… Me l’ha regalata qualcun altro, anni dopo di te. Quel qualcun altro un giorno intorno al mio compleanno mi disse con tono simpatico qualcosa come <<Ti ci vorrebbe proprio una custodia per quella macchinetta fotografica!>>
Ed era vero. Ma io volevo che il suo bel celeste non fosse mai coperto. <<L’ho scelta celeste! Non ero sicuro ma è un bel colore, no?>> mi dicevi.
<<È un bel colore, sì>>
L’ho pensato per anni e per anni ho pensato che avrei dovuto dirtelo. Ma è andata così, come tutto il resto.
Oggi direi che le istantanee sono state davvero un regalo azzeccato per la me diciottenne. Un modo per salvare quell’esatto momento, senza lasciare che la paura che un giorno la musica delle nostre risate potesse finire rovinasse tutto. Ma non te l’ho mai detto… Perché ancora non lo sapevo.
Ti farei i complimenti perché ho saputo che sei riuscito a realizzare i tuoi sogni e che adesso sei molto lontano.
Io invece sono ancora nella nostra vecchia cittadina e mai più di oggi ho sentito l’eco della tua chitarra suonare felice, in camera mia, perché ti direi che ho deciso anche io di appartenere a qualcosa. E cioè al tramonto che si staglia prepotente dalla nuova finestra, accanto a Lorenzo che mi dice: <<Questo è solo un inizio. Lo sai che, se volessimo un appartamento più grande, magari con un terrazzo o magari da un’altra parte, potremmo provare a cambiare».
Per spiegarti la risposta che gli ho dato, ti racconterei che per convivere con la paura, perché ho appreso che per qualcuno di noi sconfiggerla è impossibile, ho scelto di coniugare tutto al presente indicativo. È per questo che ho risposto a Mattia con un coraggio costruito stagione dopo stagione, istantanea dopo istantanea, spartito dopo spartito: <<Adesso siamo qui. Rimaniamo qui insieme un altro po’… Guarda che bei colori questo tramonto.>>
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