Premio Racconti nella Rete 2026 “Diego il chirurgo” di Mirko Valente
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026In un pomeriggio bianco come l’avorio. Nemmeno l’ombra di una nuvola in cielo. L’aria vibrava come un budino di gelatina. Non c’era un alito di vento. I grilli frinivano. Sulla strada dell’immediato dopo pranzo c’era solo la macchina di Diego che tornava al lavoro per una stradina laterale. Una Fiat nera, vecchia e scassata che tossiva e ruttava fumo bianco dal tubo di scappamento. La vettura prese a strappare e perdere colpi. Morì sul ciglio della strada. Raggiunse a fatica un’area di sosta, un’insenatura ghiaiosa che si apriva su un fossato.
Per terra c’era ogni tipo di schifezza. Lattine di birra, profilattici sacchetti, carte di caramelle. Gli era già capitato altre volte di rimanere in panne. Odiava mettere mano al motore, aprire il cofano, imbrattarsi di olio nero e puzzolente. Le sue abilità di meccanico erano elementari. Già istallare un cric era un’operazione complessa per lui. Aveva i nervi a pezzi. Era incazzato come una iena e in queste circostanze non era tipo da prendere alla leggera. Osservava la pancia dell’auto, trovandola indecifrabile quanto un testo in aramaico. Le maniche arrotolate fin sopra i gomiti. In una mano stringeva uno strofinaccio e nell’altra una chiave inglese, senza che sapesse con esattezza cosa farsene. Aveva proprio l’aria di essere una giornata di merda. A un certo punto udì uno squillo metallico ai suoi piedi. La chiave era caduta a terra e non se ne era accorto. La mano destra era inerte. Il braccio non gli si muoveva. Non ne aveva più percezione. Né tatto né sensibilità. Un pezzo di carne inanimata attaccata al corpo. Cominciò a pizzicarsi. Si sollevò confuso l’arto con la mano sinistra e la lasciò, vedendola ricadere parallela al tronco dondolante come un pendolo. Ripeté l’operazione per tre volte. Si mise le dita in bocca e cominciò a morderle. Insistentemente. Con sempre maggior forza e disperazione. Nulla. Fu assalito dal panico. Prese a sbattere il braccio sulla fiancata della vettura, sollevandolo con l’altra mano come fosse un bastone. Ancora. E ancora. Fino a che non furono evidenti diverse ammaccature sulla carrozzeria. Nulla. Scivolò a terra con la schiena addossata all’auto. Smarrito, pallido e tremante.
All’età di 38 anni Diego lavorava come montatore di stand fieristici. Viaggiava spesso. Anche all’estero. Aveva cominciato nella stessa azienda 15 anni prima come progettista: ideava, creava e disegnava stand, componeva jingle musicali, tormentoni, loghi pubblicitari, e all’occorrenza dava una mano ai tecnici per il montaggio delle tensostrutture nelle fiere. Pensava: – Farò grandi cose, so come funziona il mondo e gli strapperò via il coperchio. Il lavoro era faticoso ma gratificante. Poteva creare, comporre, e gli dava occasione di conoscere un sacco di gente, visitare posti incantevoli e alloggiare in alberghi lussuosi carichi di confort come alberi di Natale. Un giorno nefasto alla sua agenzia assunsero un giovane ingegnere. Un ragazzetto brufoloso, un automa, di quelli che sanno tutto, sono sempre nel banco davanti di fronte alla cattedra, ed hanno sempre il braccio alzato. Questi gli aveva soffiato il posto da sotto al naso senza dire grazie né vaffanculo. Diego non si lamentò con la dirigenza, né chiese spiegazioni. Accettò con somma delusione e avvilimento il suo ridimensionamento, ma avvertì al contempo altisonante la necessità di fermarsi. Rallentare la sua vita. Ma di notte era sempre inquieto, agitato, insonne, finché arrivava, con la rassegnazione di un armistizio un breve sonno senza sogni. Era sposato con Diana. Aveva 4 anni in meno di lui, non era bella ma era appariscente. Sapeva intavolare una conversazione e attirare attenzione e benevolenza. Era quadro in una Multinazionale. Era ambiziosa. Lanciata a razzo verso la carriera. Diego suonava la chitarra fin da ragazzo. Aveva suonato in un gruppo. Fino a qualche anno prima sembravano in odore di scrittura. Tutti li davano come la “prossima grande cosa”. Erano stati in tournee attraverso l’Europa come gruppo spalla per una importante band.
Quando abbracciava il suo strumento era precisissimo. Il “chirurgo” lo chiamavano. Non perdeva mai una seduta di prova e mai un suo errore mandava in malora un pezzo. Non era il genere di chitarrista che ti cattura l’occhio, non un maestro. Ma era competente. Aveva coltivato grandi sogni. Enormi speranze. Infinite ambizioni. E si era trovato, coi componenti del complesso, ad un passo dal realizzarli. Poi, all’improvviso, tutto era scemato. Nel momento in cui si pescava nel mucchio semplicemente non era toccato a loro. Continuarono così le solite serate. Le solite marchette ai matrimoni degli amici e degli amici degli amici. Birra gratis, locali fumosi e tiepidi applausi. Comunque, la vita continuava. Diego sapeva bene che il palcoscenico del mondo viene calcato fin dalla notte dei tempi da attori e da comparse. Con Diana, erano alti e bassi. Ma che cavolo. È la vita no? Dopo 8 anni di matrimonio non avevano avuto figli, ma questo impegno non combaciava affatto coi loro intendimenti. Per la verità era lei ad esserne sempre stata contraria. Una gravidanza avrebbe frenato la sua ascesa. D’altronde sul lavoro si era fatta largo a gomitate facendo le scarpe a colleghi e concorrenti. Sarebbe stata disposta a vendere l’anima al diavolo. Unico e ultimo imperativo la realizzazione di se stessa. Ora che anni di gavetta e sacrifici, cominciavano a ripagarla, guardava in modo diverso anche il marito. Mediocre, mesto. Non glielo avrebbe mai confessato nemmeno sotto tortura, ma in cuor suo lo considerava un fallito che appannava la sua immagine sociale. Aperitivi spumeggianti, galà in ghingheri e mondanità altolocata richiedevano un accompagnatore all’altezza. Mentre a Diana, sempre più spesso, il marito sembrava una figura in bianco e nero innestata in una immagine a colori. Lo trattava con sufficienza e alterigia. Spesso nei suoi sguardi era decifrabile il compatimento. Lo malsopportava e non riusciva più a camuffare i suoi sentimenti. Il sesso era un evento raro e insoddisfacente.
Fu allora che successe quel fatto inspiegabile. Centri diagnosi e cura delle patologie del sistema nervoso autonomo. Risonanze magnetiche. Centri per la diagnosi e la cura dei parkinsoniani. Agopuntura. Tac. Medicine e terapie. Aghi. Centri oncologici. Elettroencefalografia, elettromiografia – elettroneurografia. Centri per la diagnosi e la terapia dell’epilessia, centri cefalee. Si sottopose a numerosissimi day Hospital. Niente di niente. Medici e specialisti. Ricercatori di tutto il paese. – Rimanere a riposo. Calmanti. – Tutti quanti sfoggiavano il medesimo repertorio. Il fatto più doloroso per Diego era che non poteva più suonare. Nemmeno per sé. E Dio solo sa quanto suonare a volte sgombri la mente. Diana dapprima ne fu preoccupatissima. Al ritorno dalla prima visita, rivelatasi un insuccesso, era rimasta in silenzio e si era messa ai fornelli. Mentre le cipolle tritate finemente cominciavano a passire nell’olio bollente si mise a sedere. Si coprì il volto con il grembiule e pianse. Lo seguiva, gli parlava, s’informava su internet riguardo a cure, specialisti, diagnosi. Lo rincuorava e lo sosteneva. Ma dopo la seconda settimana di visite fallimentari, in cui aveva assistito a emeriti professori che rimanevano silenti a grattarsi in testa osservando basiti cartelle cliniche assolutamente nei parametri, Diana cominciò a disperarsi. Doveva accompagnarlo ovunque. Spesso, a tavola, lo imboccava. Lo vestiva e lo serviva. Gli allacciava le scarpe e lo aiutava a lavarsi. Certe notti Diego si svegliava e la udiva piangere sommessamente in bagno. Col passare del primo mese senza che vi fosse stato il benché minimo miglioramento la moglie cominciò a disprezzarlo. Pensò addirittura che fingesse. A poco a poco divenne con lui dura come l’acciaio. Prese a trascurarlo e a trattarlo a pesci in faccia. Si stava definitivamente manifestando per quello che in cuor suo, da tempo, lo considerava. Un peso. Una palla al piede. Così la donna rimaneva al lavoro ben oltre l’orario consueto. Restava fuori casa il più possibile. In qualunque posto lontano da lui ferveva la vita. Passarono 78 giorni di delirio. Di tragedia. Un tunnel buio e lungo dal quale era impossibile scorgere un bagliore di luce. Finché tornò a cambiare tutto. Il giorno prima…
Il pomeriggio si stava tuffando nel tramonto. Era uscito dallo studio dell’analista provato. Stanco morto. Ma non aveva né voglia né bisogno di rincasare. Si mise a camminare. Solo. E lo fece per ore, senza un motivo né una meta. Il naso all’insù e una enorme tristezza nel cuore che gli premeva come un macigno contro lo sterno. Rincasò solo a notte inoltrata. Era una notte intensa e fresca e la luna era salita luminosa con un anello sfumato intorno. In casa nessuna luce accesa, nessun piatto da riscaldare nel microonde, nessuno ad aspettarlo. Solo la televisione lasciata accesa col volume azzerato. Diana dormiva come un’incudine. La bottiglia di brandy sul comodino era scesa sotto la metà. Fino alla sera prima ne mancavano appena due dita. Si mise ad osservare sua moglie, la sua faccia acida. Una volta su quel viso albergavano soltanto risate, visioni, sogni, ora si sentiva male al solo guardarla. Negli ultimi tempi quel semplice atto era diventato come versare sale su una ferita. Le sue labbra imbronciate, inacidite, non perdevano la loro amarezza nemmeno nel sonno. Lasciò scorrere lo sguardo su di lei, cercando qualcosa che riaccendesse i vecchi sentimenti. Non tanto sessuali, quanto amorosi. Una nota di tristezza e risentimento, si insinuò in Diego mentre fissava la sua sposa arrabbiata e alcolizzata, con una vita e un marito che non si erano dimostrati all’altezza dei suoi sogni d’amore e di ricchezza. Nella donna, nella sua Diana era morta qualunque fede in lui, insieme allo sguardo da ragazzina in quegli occhi un tempo luminosi. Anche lui aveva avuto i suoi sogni. Alcuni magari erano stati un po’ folli, ma l’avevano aiutato a superare il grigiore della sua occupazione, che gli aveva dato di che sfamare la carne, non certo la mente. Ciò che gli era successo, quella strana e insondabile disgrazia in fondo avrebbe potuto essere l’occasione per ritrovare ciò che era andato perduto. Ma, pensava spiandola mentre dormiva russando a tratti, che non è che poi lei avesse fatto un gran sforzo. Cercò di sentirsi in colpa, di pensare che nemmeno lui si era impegnato più di tanto nella loro relazione. Ma non era quella la verità. Era stata lei, con la sua acidità a trasformarlo in un pessimo compagno di viaggio. S’infilò senza badare troppo a non far rumore sotto le coperte. Non si sarebbe svegliata nemmeno con una cannonata. Si distese allungando le gambe. Non voleva toccarla né voleva che lei lo toccasse. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che lei s’era data la pena di dirgli che lo amava, e non riusciva a ricordare l’ultima volta che era stato lui a dirlo, senza che fosse almeno in parte una menzogna. Provò rabbia. Rabbia perché lei non ci provava. O non riusciva a provarci. Rabbia, perché era sempre lui quello che si sforzava, quello che si scusava, anche quando sentiva di non essere in torto. Il peso della sua scontentezza lo portò al sonno. La mattina seguente si baciarono sulla porta. Diego pensò che era esattamente come baciare una spugna asciutta. Uscì con un senso di sollievo. Via. Lontano da quegl’occhi da animale in gabbia. Fuori il vento soffiava come un indemoniato. Arrivava obliquo e pungente come scariche di mitra. Camminò fino alla fermata dell’autobus. E mentre il sole faceva a gomitate con le nuvole e la spuntava, d’un tratto con suo enorme stupore, così come dal nulla il braccio aveva smesso di funzionare, ora aveva ripreso vita. Guardò le dita della mano destra muoversi come un ragno allo specchio. Fece fare un giro di prova al braccio come un atleta che si sgranchisce prima di un allenamento. Salì sull’autobus e timbrò il biglietto proprio con l’arto recuperato. E mentre il pullman cominciava a camminare, dal ventre fino al cervello cominciò a salire in Diego un diluvio ribollente d’odio. Guardò a lungo durante il tragitto la mano risanata stretta in un pugno tremante.
La porta scattò. Era quasi ora di cena e per Diana era stata una giornata impegnativa. Stava coricata sul letto vestita di tutto punto, scarpe comprese. Un panno umido sugli occhi nel tentativo di fare rientrare l’emicrania. Destata dal rumore chiamò per nome il marito, senza però ricevere risposta. Sì alzò, abbandonando il tepore del nido in cui si era raggomitolata. Scese le scale e si infilò in cucina. Diego, sei tu? – esclamò di nuovo, ora fattasi guardinga. Si diresse al lavandino per riempirsi un bicchiere d’acqua. L’occhio della donna cadde sul porta-coltelli che stava sulla credenza. Una delle custodie era vuota. Il grosso coltello da carne. Il più largo, affilato, appuntito. Si girò lentamente, come al rallentatore. Il marito stava immobile nell’angolo opposto della cucina. Silenzioso. Diritto in piedi come un fuso. La fissava con gli occhi vitrei di un trofeo imbalsamato. Una decina di minuti più tardi Diego imbracciò la sua amata chitarra e si mise a suonare. A suonare e a cantare, cavando la melodia dalle corde con le dita insanguinate. Tutt’intorno regnava un silenzio totale nella stanza. Tutti – il pubblico di cui, lui solo, si vedeva circondato – ascoltavano attentamente. Quando terminò di suonare, nella sua testa, l’applauso scrosciante salì fino al tetto.
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