Premio Racconti nella Rete 2026 “La regina dell’estate” di Mirko Valente
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Quell’anno l’estate era arrivata tutto d’un colpo. Era entrata di mattina dalle finestre socchiuse con dedali di luce dorata che si stagliavano contro la parete. Tommaso l’aveva annusata subito. Subito ne aveva riconosciuto il tepore.
– Ciao calore, ciao estate, ciao zampironi e grilli e limonate. Ben tornata mia vecchia amica -. Le vacanze dei suoi 15 anni – aria fresca giornate luminose, lunghe notti – erano trascorse come una folata di vento. Scazzottate e partite a calcetto sull’asfalto del parcheggio. Pomeriggi dolenti e interminabili a pescare. Sopra la testa lo scudo azzurro del cielo, nelle orecchie il fruscio del vento tra i pini. A masturbarsi furiosamente sfruttando lo stesso giornaletto e le stesse fantasie fino all’ossessione. Le corse sul vecchio motorino truccato nei colori del vino del tardo pomeriggio, incontro al sole che tramontava come un naso che sanguina. E poi gavettoni la sera mentre la luna piena straripava luminosa sui nylon delle melonaie, trasformandole in un mare fosforescente. E assieme a Greck, Pom, Andrea e gli altri si tuffava a rubare cocomeri nei campi incustoditi e mangiarne selvaggiamente, senza criterio, e senza soluzione di continuità.
A quei tempi era giovane, forte, sventato, sciocco, una testa calda. D’altronde nella vita, in certi posti s’intende, e soprattutto a quell’età, non poteva mancarti una certa grinta se volevi cucire insieme il giorno con la notte rimanendo tutt’intero. Cominciavano a spuntargli i primi peli in faccia e sul petto e teneva i piedi imprigionati in due enormi pesanti scarpe da tennis. Tutto odorava di sangue e benzina, di amicizia e di radiosa infanzia. E di morte. La stessa morte che lo raggiungeva la notte. Arrivava felpata prima del sonno e a volte anche nei sogni. E si prendeva sua mamma e suo papà. A volte anche il suo cane Pepe. Tommaso cercava di scacciarne il pensiero, la consapevolezza, la presa di coscienza. Ma il cielo diventava sempre più nero, e a letto rigirava il cuscino, e cercava di difendersi. Gli occhi gli si riempivano di lacrime calde e le spalle e il petto erano scossi da singulti per il pianto che lo facevano fremere di disperazione. Se lo rapiva quell’angoscia che azzanna la gola e sembra che le pareti tutt’intorno si stringano addosso. E finiva per sentirsi quasi soffocare da quel disagio cannibale che se lo mangiava dentro. Allora accendeva la luce e andava a sbirciare nella camera di mamma e papà per vederli muoversi sotto le coperte, sentirli respirare, russare. Stava sulla soglia della loro camera. Immobile. In apnea. In silenzio. Finché la finzione della felicità assoluta e della vita perpetua tornavano miraggi sufficientemente reali.
La prima settimana d’agosto di ogni anno a Q si svolgeva la Sagra di Santa Maria Nives. Se ne avevano le prime avvisaglie qualche giorno prima, coi tecnici del comune che incoronavano le vie principali del paese con le luminarie intermittenti, e dalla processione di camper, roulotte e camion dei giostrai che arrivavano a stanziarsi per dieci giorni nella piazza. La regina di quell’estate venne con il baraccone dei bimbi. Barbara era il suo nome. Ma per tutti era Babi. Aveva 16 anni e prima d’allora non era stata che una mocciosetta nomade, che ritirava i gettoni e la coda danzante che pendeva al centro della pista girevole. In quell’anno era sbocciata. Si era fatta incantevole. Ma anche qualcosa di più. Gli occhi le brillavano di una strana luce. Gli occhi di una che la sapeva lunga rispetto ai suoi coetanei. Impossibile non rimanerne trafitti. Iniziarono da subito le sfilate di jeans e t-shirt griffati e le esibizioni di machismo. Babi faceva finta di niente, come se quei riti di corteggiamento non la riguardassero. In realtà si vedeva che apprezzava. Strizzava gli occhi, o per una particolare forma di civetteria, o perché non ci vedeva bene. Ma di fatto i suoi sguardi erano rivolti verso Tommaso. Gli sorrideva pudica, o forse maliziosa. E i suoi denti erano bianchi e ben disposti. Indossava dei jeans stretti e una canottiera bianca. Teneva i capelli raccolti in una coda di cavallo. Gocce di sudore le cadevano sul collo. A tratti le brillavano come diamanti. Con lo sguardo, Tommaso le seguiva il percorso del sudore sotto la canottiera. Circondato dagli amici, una volta certo di essere osservato dalla ragazza, si rigirava intorno alla mano un fazzoletto bagnato per non disfarsi le nocche contro il punchball di cuoio. Con la mano sinistra si fermava il polso per evitare distorsioni e imprimere più potenza e precisione al fendente.
L’ultima sera, la sera dei fuochi, indossava un vestitino leggero color corda, trapuntato di fiori celesti e blu, un paio di scarpette di tela bianca. Il sudore e la polvere le avevano lasciato un anello scuro intorno alle caviglie. I capelli castani sciolti sulle spalle. Il petto le sbocciava dalla scollatura e la pelle brillava di sudore. Aveva un modo di camminare sollevato da terra, quasi avesse ai piedi dei pattini a rotelle. Tommaso era imbambolato di fronte alla sua lucente armonia. La notte era di velluto, in alto il cielo era trapunto di brillanti stelle. Il desiderio lo pervase. Il suo sangue era pieno di febbre, come se scorresse a cielo aperto, esposto al calore del sole infuocato di quei giorni. Non ebbero bisogno di alcuna parola. La ragazza scese con un balzo dalla pedana rotante della giostra, e guardandolo dritto negli occhi lo prese per mano, trascinandolo lontano dalla gente che si accalcava tutt’intorno. S’infilarono in una roulotte. Dietro le persiane il caldo, pesante e denso. Puzza di piedi e di sudore, di umori. Le orecchie ronzavano come brulicanti di cicale.
La faccia avvampata scottava come un ferro rovente. Dall’oblò della roulotte s’intravedeva soltanto lo spicchio di luce della luna. Era tutto latte e grano dolcissimo. Tommaso pensava benedette le sue anche. Benedette le sue cosce. Benedette le morbide, piccole, giovani dita che si muovevano sul suo corpo con grazia e precisione. Fu sopraffatto da una stordente emozione, come se percepisse simultaneamente di poter vivere in eterno e di morire all’istante. Vennero nel giro di pochi istanti e stramazzarono entrambi in uno spasimo carico di tensione. Tommaso ricadde con la testa sul cuscino e dovette morderlo per placare i tremori. Lei lo teneva avvinghiato appagata e sorpresa. Dopo quel sesso confuso e concitato Babi si sentì chiamare. Ripetutamente. Era suo padre e il tono della voce era rabbioso. Si rivestirono di gran carriera e scheggiarono fuori dalla roulotte con l’impulso di due molle. Corsero ridendo fino a un fosso coperto da una fila di alberi. La ragazza si accese una sigaretta stropicciata. La schiena appoggiata al tronco di un grosso tiglio. Lui, un po’ alla volta cominciò a sentire ciò che intorno non doveva essere mai cessato. Grilli, una civetta in lontananza. Da qualche parte gli ululati dei cani. Poi all’improvviso un nuvolo di pipistrelli si levò in volo all’unisono e fu come se la notte scoppiasse in mille pezzi. Aveva preso il via lo spettacolo pirotecnico, l’ultimo atto della sagra e di quell’estate. La notte ruggiva di musica e di risate e di voci ad alto volume. L’aria densa di aromi di zucchero filato, di salsiccia, di patatine, cioccolato e noccioline; nel cielo sbocciavano i fuochi colorati, accompagnati ad ogni detonazione, dagli “ooooh” degli astanti col naso in su. Gli passò la sigaretta, senza dire una parola, senza nemmeno spostare lo sguardo. Solo un lento movimento del polso.
Tommaso non si fece pregare e gliela sfilò dalle dita. Non aveva mai fumato una sigaretta, e nemmeno mai gli era passato per la testa, ma quella sera non vi avrebbe rinunciato per nulla al mondo. Inghiottì una boccata di fumo denso e bianco, che arrivò a bruciargli le budella. Si sentì bello e impossibile. Incredibilmente pieno e felice. Le ripassò la Muratti, leccandosi dalle labbra il sapore dolce delle lacrime. Rimasero così per un sacco di tempo. Intanto continuava a strisciare la notte. Bella. Come un’onda ininterrotta di oscurità e calore, trascinandosi dietro gli astri e la luna mozza e maculata. Domani ripartiamo. Lo sai? Iniziava la fiera di P. R. di lì a tre giorni. Erano già in ritardo.
Sì. Lo so. – Rispose lui. Senti…? questo deve essere tuo padre. Mi sa che è incazzato.
Babi fece spallucce – umpff. Non sarà la prima volta che me le suona. Gli prese la mano. Quella sinistra, e cominciò a sfiorargli il palmo con la punta delle dita. Assunse un’aria attenta, corrucciata. Questa è la linea della tua vita-. Disse lei – Non dovrebbe essere così -. Lui non capì bene se fosse corta. O spezzata. Babi glielo disse trascinando le parole con un disagio malcelato nei profondi e liquidi occhi neri. Tommaso, che a queste cose non aveva mai creduto, disse ridendo – La mia vita sarà breve, e tu parti domani -. Lei non colse l’ironia. Tommaso smise di sorridere e rimase in silenzio. Da lì in poi, per quella sera, qualcosa s’interruppe tra di loro: un piccolo corto circuito invisibile e impalpabile. Avrebbe voluto dirle: -Sposiamoci. Rimani con me! Ma poi pensò alla derisione degli amici, al disappunto dei suoi genitori che si sarebbero messi certamente di traverso. Molto cammino avevano fatto le stelle e l’alba era vicina. Solo quando uscirono allo scoperto, si accorsero che era molto presto, il paese era deserto, deserto come dopo tutte le feste. Una volta a casa. Si guardò allo specchio. La faccia tirata, i lineamenti affilati. Si sentiva un’incudine sullo stomaco. Era in subbuglio. Preda di uno strano stato d’animo. C’era anche vanità ma non se ne rese conto. Un bisogno ineffabile di dimostrare a se stesso e agl’altri il titanismo dei suoi sentimenti, che razza di amante speciale e sublime fosse, un eroe tragico e romantico; che nella scacchiera immensa della morte e della vita non era una semplice pedina, diligente e paziente, da muovere a piccoli passi circoscritti. Afferrò il rasoio di suo padre. Aprì la mano sinistra che era chiusa in un pugno stretto. La lama affondò nella carne. Si incise un taglio profondo e obliquo lungo tutto il palmo. Una linea della vita lunga e ininterrotta. Dalla ferita al centro della mano cominciò a fiottare copioso e caldo il sangue. Sembrava un fiume in piena. Non si fece scappare nemmeno una smorfia di dolore. Poi scaraventò via il rasoio che finì contro il muro. Uscì una volta certo di aver completamente pulito le piastrelle del bagno.
Un anno passa in fretta. Ma non quell’anno. Non per Tommaso. Finalmente tornò l’estate. L’estate più calda del decennio. E arrivò il periodo della sagra. Quel giorno disfatto d’agosto, il sole vicino allo zenit si mangiava le ombre. Tornando da allenamento in corriera, vide i camper. Erano tornate le giostre a Q. Non fece in tempo a posare la borsa che già si era messo in cammino. Lungo la strada tre tizi caricavano sacchi su un rimorchio. Schiene piegate e sudore. Tommaso immaginava che l’avrebbe sollevata da terra, girando e rigirando in una specie di danza, mentre lei gli bagnava con le lacrime un lato del viso. Quante volte aveva sperato questo momento. Sognato il suo ritorno. Il sole del mezzogiorno frustava i muri. Coceva i mattoni, le imposte i davanzali. – La guarderò tutto il tempo negli occhi senza sbattere nemmeno una volta le palpebre – si diceva mentre percorreva le vie traverse specchiandosi ad ogni vetrina. Arrivò nel piazzale col fiato grosso. Era sudato come una rock star in concerto. Ma si era dimenticato di se stesso. Del suo corpo. Giunse alla baraccopoli: camper e autotreni trasformati in case. Apriva la carovana una minuscola roulotte, arrugginita e cadente da non capacitarsi come facesse a stare ancora in piedi senza puntelli. Superò una fila di abitazioni di quel genere. Giocattoli rotti nel cortile e cani tristi alla catena. All’altezza dell’ultimo camper stava una donna, snella, con un bimbo in grembo. Se ne stava immobile e non gli toglieva gli occhi di dosso. Due occhi diffidenti che si proteggeva dal sole col dorso della mano. Tommaso seguì con lo sguardo la corsa incerta di una bambina che finì a nascondersi tra le gambe della stessa donna. Nell’aria aleggiava un odore pungente di asfalto e copertoni. Dalla prima roulotte uscì un vecchio decrepito, curvo e sdentato, ancora più cadente di casa sua. Il vecchio aveva il naso grande e spugnoso, la pelle di corame spessa e rugosa bruciata dal sole come quella di un lupo di mare. Si accese una sigaretta corta e senza filtro. “Chi cerchi ragazzo? Gli attaccò bottone con la voce roca e profonda di un doppiatore. Cerco Barbara. Babi. Della giostra dei bimbi. Ma non vedo il suo camper. Deve ancora arrivare? Un raggio di sole, uno schiaffo di fuoco violento, gli impediva di tenere gli occhi aperti. Aaah, Babi cercavi. Inutile aspettare ragazzo. Gli Zecchini han cambiato rotta. Altre tappe. Fanno l’estate nel Bresciano. Là il calendario è più fitto. La gente ha più soldi da spendere. Si son fatti due conti in tasca…” Il sole splendeva possente e increspava l’aria in uno strato vibrante. Esplose in una risata grassa che terminò in un rantolo di tosse che parve soffocarlo. Ma Tommaso si era già incamminato verso casa. Qualcosa gli si era strappato in petto. Attaccò a piovere. Il tipico temporale estivo. Un istante prima in cielo non campeggiava l’ombra di una nuvola. All’improvviso ne era arrivato un gregge intero. Mentre se ne andava, il capo chino e le mani infilate giù in tasca, la pioggia aveva preso il via fitta e leggera da subito. Dalla terra si alzava quell’odore dolciastro che fa venire voglia di correre e di peccare.
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