Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La Sequenza di Grabovoi” di Vanessa Apolito

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Salisburgo in agosto era un labirinto di stucchi bianchi e colpi di tosse educati come sonate per archi. Madame scese dalla carrozza — aveva preteso un calesse d’epoca — sistemandosi una parrucca color perla che sfidava le leggi della gravità.

«Cuore, finalmente un posto dove la parrucca è un accessorio socialmente accettato e non un segnale di squilibrio mentale!» esclamò la donna, osservando con approvazione una contessa austriaca che sfoggiava un’acconciatura simile a una meringa. «Mi sento finalmente capita. Qui la dignità ha un volume che rispetto.»

Tutto era iniziato tre giorni prima, quando Little Butterfly era riuscita a convincere Madame ad abbandonare la quiete di un centro benessere in Svizzera per imbarcarsi su una tratta eccezionale del Venice Simplon-Orient-Express, allestito per un evento speciale.

«Se devo attraversare l’Europa per ascoltare Mozart, pretendo di farlo tra lenzuola di seta e sedili di mogano intarsiato!»

«Per la miseria, non avrai intenzione di lamentarti anche dell’Orient-Express?»

L’evento speciale in questione era uno straordinario concerto in cui veniva proposta la fantomatica sinfonia perduta di Mozart. Alla bacchetta Von Housen, un misterioso direttore d’orchestra spuntato dal nulla come un coniglio dal cilindro.

Così, mentre Little B. postulava teorie su misteri da camera e Madame tentava di convincere il capotreno che il ghiaccio nel suo secchiello dovesse avere una forma perfettamente cubica, erano arrivate a Salisburgo.

Little Butterfly stava consultando febbrilmente un libretto intitolato Sequenze di Grabovoi: la matematica del Creatore, quando inciampò in un’incertezza. «Madame, cerca di concentrarti. Il Maestro Von Housen annuncerà stasera l’esecuzione della Sinfonia n. 42 e sono più che certa di non averla mai vista in nessun catalogo Köchel… Se davvero si tratta della Sinfonia Muta, potrebbe avere gli stessi codici numerici che Grabovoi usa per la rigenerazione degli organi!»

Madame si fermò davanti alla vetrina di una pasticceria, fissando il suo riflesso tra i Mozartkugeln. «Rigenerazione, dici? Cuore, stiamo parlando di quella cosa russa per cui se sussurro 5487489 al mio fegato, lui smette di lamentarsi del gin?»

«Esatto… Diciamo un filino più profondo. Si dice che Von Housen possieda lo spartito segreto di Mozart e che, leggenda narra, sia in grado di mutare la struttura della materia. Sai…» Little B. si avvicinò al suo orecchio, sapendo di toccare la corda giusta, «potrebbe agire sul collagene come un lifting istantaneo…»

Madame si tolse i suoi nuovi Shiels Emerald con una lentezza drammatica. «Un lifting sonoro? Mi stai dicendo che un Re bemolle può stirarmi le rughe d’espressione meglio di un chirurgo di Lugano? A che ora inizia il concerto, Cuore?»

Mentre si dirigevano verso il Grosses Festspielhaus, un cigolio metallico e aritmico attirò la loro attenzione. Un uomo anziano, avvolto in un cappotto di lana cotta a dispetto del clima estivo, stava attraversando la piazza. Zoppicava visibilmente e a ogni passo la sua caviglia emetteva un lamento meccanico: clic-creck, clic-creck.

«È lui,» sussurrò Little B., «il Maestro Von Housen!»

«Lo zoppo?»

«Quando vai al prossimo appuntamento col tuo analista, prova a suggerirgli velatamente una virata verso l’Asperger…»

Proprio in quel momento, un uomo trasandato, con le mani sporche di resina e segatura, si avvicinò a Von Housen.

«Tutto è al suo posto, Maestro,» disse con voce roca. «I legni sono tesi. La Sinfonia Muta è pronta a gridare.»

Il Maestro non rispose. Si limitò a un cenno secco del capo, mentre il cigolio della sua gamba riprendeva la marcia verso l’ingresso monumentale del Festspielhaus.

«Hai sentito, Cuore?» mormorò Madame, inforcando con fastidio gli occhiali smeraldini. «“I legni sono tesi”. Spero che non stiano parlando anche loro del mio sistema nervoso…»

Un’auto nera, lunga e lucida come una bara presidenziale, scivolò silenziosa davanti a loro. Tra gli ospiti della soirée, un abito di seta bianca sfilò nel mucchio di meringhe in tappezzeria broccata. La Silfide non sfuggì a Madame, mal disposta a contendere lo scettro di divina con uno scherzo della biochimica.

«Guarda quella pelle…» sussurrò stizzita.

«Che ti prende? La parrucca ti stringe il cervello?»

«Il mio cervello è la tua preoccupazione del giorno? Dicono che il suo Epitelx33 sia incredibile…»

«Ma di che stai blaterando?»

«Della Grabovoi, Cuore, e di quell’oscuro oggetto di tortura che per te sono le creme di bellezza!»

Madame squadrò la dama in bianco con la stessa intensità con cui un falco osserva un topo su un crocevia. «È troppo perfetta per essere vera. Sembra un rendering. Quella donna ha un piano che non prevede l’uso del fard.»

Entrarono nel foyer. L’atmosfera era carica di un’aspettativa elettrica. Non c’erano i soliti chiacchiericci da intermezzo; la gente camminava in silenzio, quasi temendo di rompere una qualche frequenza invisibile. Tre uomini in abito scuro consultavano i loro tablet nell’ombra di una colonna: banchieri, senza ombra di dubbio.

«Quelli hanno la targhetta BCE stampata in faccia», sghignazzò la piccola.

«Dici che gli è arrivato il mio estratto conto?»

All’improvviso, la cornice asburgica venne imbrattata senza vergogna dall’arrivo di un pullman rosso-corsa della MarinoBus. Provenienza: Altamura. Madame ebbe un principio di ictus.

«Vedi anche tu quello che vedo io?»

«Se ti riferisci all’autobus, credo di sì»

«No, bien tout compris, non ripetere quella parola!»

«Saranno turisti…»

«Smettila con questo senso di uguaglianza sociale, i servitori che servano!»

«Io mi ritirerei in un elegante riserbo»

«Stanno scendendo, Cuore, e la signora col mollettone a forma di margherita sta infilando un panino nella borsa!»

«Sì, lo vedo. Non potresti ampliare la tua concezione di inclusione?»

«No. Tenderei a escluderlo. Sono extracomunitari? Sicuramente il concerto è finanziato con i fondi del FAMI. Era questo il grande evento che mi è costato la SPA?»

«Sono tuoi connazionali»

«C’è scritto Altamura su quella tabella luminosa, ti sembro una panificatrice?»

«Sei razzista, snob, compratrice compulsiva, alcolizzata e con importanti disturbi della personalità. Ti stenderanno un tappeto rosso in sala!»

«Se credi che io possa solo prendere in considerazione l’ipotesi di gravitare nella stessa stanza di quel… coso… che si è infilato nell’abito del suo matrimonio dopo trent’anni di bruschette e lenticchie, devi esserti fritta il cervello con le tue frequenze russe!»

Il bus Setra S 215 HD, rosso imbarazzo, aveva affrontato un lungo viaggio dalla Puglia, portando con onore il calore e i profumi di quella terra. Un qualche faccendiere di viaggi, appassionato della materia e innamorato di Mozart, aveva ben pensato di condividere con i suoi concittadini cotanto entusiasmo. La “visita guidata” era stata accolta con fervore dagli organizzatori del concerto, che avevano creato un vero e proprio interscambio culturale, tematizzando l’aperitivo di benvenuto nel foyer con un gioco tipico dei loro ospiti d’oltrealpe: la tombola.

Ma questo Madame non lo sapeva ancora.

Il foyer del Grosses Festspielhaus, concepito per accogliere sussurri in tedesco e calici di Champagne fermo, si era trasformato in un avamposto della Murgia barese. Al centro della sala, un tavolo imperiale di trenta metri ospitava il buffet “culturale”. I camerieri austriaci, pietrificati in livrea, fissavano il vuoto con gli occhi sbarrati di chi ha visto il destino e non può evitarlo.

«Guarda, Amore Santo, guarda l’apocalisse!» sibilò Madame, sventolandosi freneticamente con il libretto di sala. «Non stanno mangiando. Stanno eseguendo un carotaggio del territorio austriaco.»

La delegazione di Altamura si era mossa verso i tavoli con la sincronia di una testata tattica. Davanti alle teglie di bignè salati e tartine al salmone, il concetto di “porzione” era stato atomizzato. Un uomo con una polo a righe talmente tesa sulla pancia da far rischiare la cecità ai passanti per il distacco dei bottoni si era avvicinato a un vassoio d’argento contenente quaranta mini-quiche. Senza un briciolo di esitazione, aveva afferrato l’intero contenitore di metallo, sollevandolo a mo’ di ostensorio.

«Marì, guarda qua, le hanno fatte comode per una persona, metti nello zaino!» gridò l’uomo alla moglie, la quale stava nel frattempo travasando sei litri di punch all’arancia in un thermos da cantiere.

«Prendono il vassoio, Cuore!» sussurrò Madame, con un tono che oscillava tra l’orrore e una perversa ammirazione. «Pensano sia una monoporzione biodegradabile. Quell’uomo sta filando via con quattro chili di argenteria asburgica e dodici etti di pasta sfoglia.»

Al centro del buffet, isolato da una barriera di cordoni in oro pallido per “incentivare l’acquisto dei biglietti della lotteria culturale”, svettava l’asso nella manica dell’organizzatore pugliese: un uovo di cioccolato fondente gigante, alto un metro e quaranta, che il maître del Festspielhaus aveva inizialmente piazzato come centrotavola artistico del rinfresco. Pino, il gaudente tour operator della Murgia, lo aveva promesso come Primo Premio assoluto.

«Venite, signori, acquistate gli ultimi biglietti! Un uovo così a Salisburgo non lo vedono manco a Pasqua! Il cioccolato è terapeutico, fa bene alla circulation!» urlava l’organizzatore, mentre i tre banchieri della BCE lo fissavano convinti si trattasse di una performance sulla nuova borsa di Bari…

Madame, ormai intrappolata all’interno dalla folla, si era fatta attirare dal richiamo del lusso — seppur dolciario — e aveva estratto una banconota da cinquecento euro con la stessa naturalezza con cui si porge un fazzoletto. «Mi favorisca un biglietto, caro». Doveva essere impazzita.

Un quarto d’ora dopo, il Console di Salisburgo, un uomo la cui rigidità posturale suggeriva la presenza di un righello di ferro infilato nella camicia, salì sul podio per dare inizio alla tombola. Accanto a lui, l’organizzatore pugliese reggeva il paniere di vimini con i numeri.

«Mesdames et Messieurs, per celebrare l’unione tra i popoli…» esordì il Console con un filo di voce.

«UÈ! MENA! NUMERO UNO!» tuonò una voce dal fondo della sala. Era la signora col mollettone a forma di margherita, che aveva già steso le cartelle su un divano in broccato del Settecento.

Le cose precipitarono al momento dell’Ambo.

«42!» gridò l’organizzatore… Un caso?

«AMBO!» urlarono contemporaneamente sei tavolate diverse.

Il Console si schiarì la voce, sistemandosi il monogramma sul taschino. «Bitte, abbiamo sei vincitori per lo stesso premio. Come da regolamento internazionale, si procederà allo spareggio tramite estrazione di un numero più alto…»

Un silenzio tombale cadde sul foyer. L’uomo dalla polo a righe si alzò in piedi, brandendo un tarallo al finocchio a guisa di reboante capo d’accusa. «Ma quale spareggio, signor Console? Ma stiamo scherzando? Lì ci sta il bambino di mia cognata, che ha fatto sei ore senza l’aria condizionata da Foggia! Il premio si divide! Qualcosa devono vincere per forza i bambini, se no quale interscambio è?»

L’organizzatore pugliese tentò di mediare, traducendo in un inglese maccheronico: «Mr. Consul, please, the children… the children must win by force. No spareggi, otherwise here succede la guerra civile…»

Il Console fissò l’organizzatore come se quest’ultimo avesse appena proposto di convertire la casa natale di Mozart in un centro scommesse. «Ma il premio è un set di sei tazze di porcellana di Meissen! Come lo dividono?»

«Una tazza a testa e il piatto lo diamo alla nonna!» decretò la signora col mollettone, tra gli applausi scroscianti della fazione altamurana.

Madame, seduta in prima fila sul suo calesse mentale, osservava la scena con gli Shiels Emerald calati sul naso. «Vedi, Cuore? Questa non è anarchia. Questa è una teocrazia basata sul senso di colpa familiare. Il collagene russo di Grabovoi non può nulla contro la determinazione di una madre pugliese che deve portare a casa una tazza di porcellana.»

Poi arrivò il momento del tabellone completo. La Tombola.

Il silenzio divenne siderale. Perfino il Maestro Von Housen si era fermato vicino a una colonna, la caviglia meccanica che faceva clic-creck a tempo con il dondolio del paniere.

«90! La paura!» urlò l’organizzatore, incapace di trattenere la smorfia napoletana anche in terra d’Austria.

Madame guardò il suo cartoncino. Cinque numeri in fila. Tutti coperti da fette di salame locale che aveva sottratto al buffet per puro spirito di sopravvivenza.

«Tombola,» sussurrò con un filo di voce che però tagliò l’aria come una lama di rasoio.

Il Console, sollevato dall’idea che una donna con una parrucca color perla e un evidente patrimonio netto avesse vinto il primo premio, annunciò trionfante: «Diese schöne Dame vince il Grande Uovo di Cioccolato Fondente!»

Fu un errore tattico fatale. L’annuncio del premio sbloccò qualcosa nel codice genetico della comitiva di Altamura. Nella loro mente, la parola “Uovo” non significava un premio integro da esporre in salotto, ma una risorsa alimentare comune ingiustamente sottratta alla collettività.

«A CHI ÈÈÈ! L’UOVO SI APRE!» fu il grido di battaglia che scatenò l’inferno.

Prima che Madame potesse anche solo accennare un passo per reclamare la sua vincita, una massa critica di cinquantadue persone si diresse verso il tavolo ovale a velocità d’impatto. Non fu un assalto, fu una demolizione controllata.

«Cuore! La mia parrucca!» strillò Madame, mentre veniva urtata da una zia di mezza età che si lanciava a gomiti alti verso il cioccolato.

L’uovo gigante venne colpito da un pugno secco sferrato dalla polo a righe, rompendosi in mille pezzi con un fragore che ricordò il crollo dell’Impero Austro-Ungarico. In meno di tre secondi, una nuvola di frammenti di fondente volò nell’aria. Le persone infilavano le mani nude nella carcassa, accaparrandosi schegge di cioccolato grandi come specchietti retrovisori.

«Prendi la punta! Marì, prendi la sorpresa che ci sta il foglietto dentro!»

Madame si trovò al centro del turbine, immobile, mentre un pezzo di cioccolato da due etti le si stampava sul vestito, lasciando una scia marrone proprio all’altezza dello stomaco. Accanto a lei, la Silfide in bianco stava tentando di proteggersi il viso.

«Amore Santo, avevi ragione. Questo concerto cambierà la struttura della materia.»

Dal fondo del foyer, il Maestro Von Housen osservava la scena. La sua caviglia fece un ultimo clic-creck. Non alzò la bacchetta. Si limitò a fissare quella varia umanità, come se stesse sintonizzando il proprio battito cardiaco con quello della folla.

All’improvviso, senza alcun gesto visibile, la musica esplose, ma non fu un suono convenzionale. Fu una vibrazione pura, una colonna d’aria che investì gli astanti: l’attimo esatto in cui tutto cambiò.

«Guarda la Grabovoi!» sibilò Little Butterfly.

Nell’ombra, i tre uomini grigi distolsero lo sguardo dai loro tablet. Sulle scocche di plastica dei dispositivi stavano apparendo sottili venature di un giallo brillante. Il Maestro Von Housen non sorrideva, il suo cigolio meccanico sembrava ora accompagnare il ritmo della musica: clic-creck, clic-creck. A ogni passo sul podio, la sua protesi sembrava fondersi con il legno del palco, come se stesse diventando parte delle assi. Il Liutaio stava uscendo dalle quinte.

«Madame, sta succedendo qualcosa,» si agitò la piccola, raddrizzandosi sulla poltrona. Proprio in quel momento, il Liutaio rientrò dal fondale stringendo un violino che sembrava fatto di ossa umane.

Il caos antropologico della Murgia si interruppe di colpo, congelato da una singola vibrazione.

Un suono acuto, graffiante e innaturale squarciò l’aria del foyer, penetrando direttamente nella base del cranio di ogni presente. Non era una nota musicale, era un lamento ancestrale. Al centro della sala, il Maestro Von Housen aveva sollevato la bacchetta, dando il via ai musicisti.

Il violino, sagomato in un avorio ingiallito e poroso, mostrava senza pudore le giunture di un bacino umano. Il resto dell’orchestra fece il suo ingresso nella sinfonia.

Il mormorio dei cinquantadue di Altamura si spense all’istante. Avevano gli occhi sbarrati e le mani tese in avanti, come bambole di cera a cui avessero staccato i fili. La forza ipnotica di quella prima, orribile nota costrinse tutti a sedersi.

Little Butterfly sentì una morsa di ghiaccio stringerle i polmoni: era perfettamente cosciente. Vedeva la polvere di cacao sospesa nell’aria, sentiva l’odore acido della lana cotta del Maestro, ma le sue dita erano incollate alle pagine del libretto di Grabovoi. Voleva urlare, gridare a Madame di coprirsi le orecchie, ma la sua gola emise solo un rantolo secco.

Al centro del foyer, l’unica figura a muoversi con assoluta, disarmante fluidità era la Silfide in bianco. Mentre attorno a lei i corpi si irrigidivano in pose grottesche, la ninfa scivolò indenne tra la folla. La melodia mortale dell’orchestra antropomorfa sembrava scivolarle addosso come acqua. La Grabovoi non era un essere umano esposto alle frequenze; era la frequenza stessa.

Con un cenno millimetrico del mento perfetto, la Silfide diede un comando silenzioso e i tre banchieri si mossero all’unisono. Non sembravano tecnocrati. Con movimenti scattanti da automi militari si posizionarono ai lati del foyer, estraendo dai completi sartoriali dei piccoli dispositivi metallici che emettevano un ronzio, sintonizzato perfettamente con la nota maggiore.

Uno di loro si diresse dritto verso Madame.

La pelle della donna iniziò a riflettere un bagliore minerale, come se le sue cellule si stessero riorganizzando.

Little Butterfly, bloccata sulla sedia con il cervello che urlava, vide il braccio dell’amica sollevarsi lentamente, non per sua volontà, ma seguendo il ritmo della mano di Von Housen. Il labirinto di stucchi bianchi di Salisburgo stava per diventare la loro tomba?

Il Maestro Von Housen, dritto sul podio e con gli occhi iniettati della follia dei chiaroveggenti, aveva calcolato millimetricamente ogni frazione della sequenza numerica. Aveva stimato la densità dell’aria di Salisburgo, la conducibilità termica degli stucchi e la risonanza magnetica delle ossa umane. Ma, nella sua superba architettura geometrica, il luminare della rigenerazione cellulare aveva trascurato una variabile fondamentale, squisitamente biologica e unta: il salame locale che Madame aveva sottratto con destrezza dal buffet.

Mentre l’impettito banchiere della BCE si allungava per ghermire il braccio ormai argenteo della diva, le dita di Madame, impregnate di un generoso strato di sugna murgiana, scivolarono con la forza di un lubrificante industriale sulla scocca lucida del tablet dell’uomo. Fu un attimo. Lo strato di strutto e spezie isolò istantaneamente i conduttori d’oro dello schermo, mandando in cortocircuito il software di modulazione e interrompendo il segnale Wi-Fi.

Il ronzio perfetto e asettico dei tecnocrati mutò improvvisamente in un fischio stridente, simile a quello di un vecchio modem a cinquantasei k. L’accordo millenario della Sinfonia Muta si spezzò come un cristallo sotto un martello, liberando i presenti dallo stato di trance biologica.

Il collagene di Madame, che era stato il primo a reagire alla trasmutazione, tornò istantaneamente alla sua naturale consistenza da cinquantenne facoltosa. Little Butterfly, sentendo i polmoni sbloccarsi come una molla, non perse tempo con la teoria. Afferrò un pesante frammento dorato strappato dai paletti di ottone del buffet e, con una coordinazione da lanciatrice di confetti maturata in anni di cerimonie, scagliò il metallo dritto contro la bacchetta del direttore d’orchestra. Il proiettile improvvisato centrò in pieno il legno sacro, frantumandolo in mille pezzi.

La vibrazione ancestrale del violino di ossa collassò istantaneamente in un anonimo, fastidioso rumore bianco.

«Amore Santo!» urlò Madame, recuperando la mobilità delle articolazioni. Con un movimento fluido che combinava la grazia di una debuttante a Vienna e la violenza di un portuale di Bari, impugnò i suoi occhiali Shiels Emerald da mezzo milione di dollari, usandoli come fossero un tirapugni sul mento perfetto della Silfide. L’impatto tra la montatura di smeraldi e l’epitelio sintetico produsse un suono secco.

Privati del supporto delle frequenze e con i dispositivi elettronici fuori uso, la Silfide e i banchieri compresero che la ritirata era l’unica opzione dignitosa rimasta. Volgendosi indietro con sguardi di puro odio societario, fuggirono verso le uscite di sicurezza del Festspielhaus. Il Maestro Von Housen, dal canto suo, tentò di seguirli, ma il crollo parziale della pedana del podio travolse la sua gamba malata: con la caviglia meccanica gravemente danneggiata che emetteva scintille e un disperato clic-creck-clic, il direttore d’orchestra scivolò come un topo nell’ombra sotto il proscenio.

La rottura dell’incantesimo non destò alcun dubbio filosofico nei cinquantadue di Altamura; per loro il fischio dei tablet era stato semplicemente il segnale della fine del primo tempo. Approfittando del vuoto di potere e della fuga del personale, la delegazione pugliese si riversò nel foyer per completare il saccheggio. L’uomo con la polo a righe coordinò le operazioni di recupero delle superstiti tazze di Meissen, mentre la famiglia di Triggiano raccoglieva in un grande sacco della spesa gli ultimi pezzi di cioccolato rimasti.

Nel giro di venti minuti il Festspielhaus venne blindato dal Centro di Difesa Nucleare-Biologico-Chimico, allertato dal Console di Salisburgo che era finalmente uscito da dietro l’arazzo di Maria Teresa con i capelli dritti per il terrore. Le tute ermetiche gialle fecero irruzione nel retropalco, arrestando la Grabovoi e Von Housen, trovati nascosti nei condotti di aerazione e prontamente denunciati per minaccia terroristica.

Come ci si poteva aspettare, i tre banchieri della BCE la fecero franca, protetti da un’immunità diplomatica d’urgenza firmata in tutta fretta direttamente da Boris Vuj?i? per evitare un crollo dei mercati europei.

Sulla via del ritorno, Little Butterfly fissava il vuoto, a bocca asciutta e visibilmente depressa. Non sarebbe mai riuscita a capire come il grasso di maiale autoctono avesse inciso sulle sequenze numeriche di Grabovoi, né tanto meno come Von Housen avesse carpito il segreto di Mozart che traduceva la matematica in musica.

«Cuore, smettila di fare quella faccia da intellettuale di sinistra,» la rimproverò Madame, limandosi un’unghia sulla carrozza che le portava in albergo. «Il solo vero mistero della serata è come farò a togliere questa macchia di cioccolato dalla seta!»

Gli unici felici, soddisfatti e totalmente impermeabili al dramma cosmico erano i passeggeri del bus rosso imbarazzo della Marino, che in quel momento stava superando il confine del Brennero. Tra i sedili reclinabili e i bagni di bordo, cinquantadue persone stavano consumando un’abbuffata colossale a base di avanzi del buffet asburgico, brindando alla salute dell’Austria con le porcellane di Meissen. Di Mozart non importava più niente a nessuno, ma il cioccolato dell’uovo, a detta di tutti, era veramente la fine del mondo.

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