Premio Racconti nella Rete 2026 “Bruciano le pianure” di Francesca Tramonti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026– Che ne sai dei campi di mais? Di tutte queste spighe che ondeggiano, distese gialle di secchezza infinita?
Mi racconta di pianure implacabili di oro assoluto bruciate dal sole. Senza sosta. Ora dopo ora. Diseccate, riarse. Pannocchie che oscillano implorando orizzonti. Della terra che prende tutto, vorace. Anche il respiro.
Arbusti silenziosi, caparbi. Bastano cento giorni per farli maturare. E condannare. Sotto le lame di trebbiatrici che estirpano, separano, scartano. Vita e tanto sole che finiranno inscatolati in miriadi di confezioni di cartone urlanti virtù benefiche per stomaci famelici. Illusioni a buon mercato impilate in corsie. Più grandi di ospedali.
Gli rispondo che non ne so niente, che davanti a me, in lontananza si intravede solo il profilo, appena goffo, di Montmarte. Che a colazione mangio un croissant al burro. Talvolta due macaron.
Lui sorride. O meglio, lo sento sorridere. Dalla distanza che ci separa. Immagino le linee delle sue labbra che divengono una mezzaluna. Non più fertile.
– Sono ormai inchiodato qui – prosegue – a questa pianura.
Non so come replicare. Cosa aggiungere. Faccio uno sforzo per immaginarlo. Ma Brandon per me è Brooklyn. È lì che ci siamo incrociati, amati. Fra un romanzo di Franzen poggiato sulle mie ginocchia e il suo bicchiere di whiskey. Rigorosamente liscio. Io che, ostinata, leggevo in inglese e lui che con le dita contro il bicchiere immaginava spartiti. Le note si liberavano, come farfalle, dal vetro. Lo vedo ancora in Court Street, con un bagel in mano e gli occhi azzurri pieni di luce. Mentre ride perché non riesco a bere il caffè camminando.
– Ascolti ancora jazz?
– Ogni sera – rispondo.
Il discorso muore. In un lago di nostalgia che non sappiamo fronteggiare. Respiro, annaspo. Evito di dirgli che proprio sotto la mia casa ha aperto un locale di musica dal vivo. Jazz e Blues. Gli chiedo invece cosa sia il rumore che sento in sottofondo.
– È un picchio – sorride – ogni mattina si accanisce contro le pareti della mia camera… le scale sono complicate. Rimango qui fino a mezzogiorno. Poi qualcuno rientra sempre.
Brancolo, frugo disperata alla ricerca di una parola, di uno spunto.
– Come procede la fisioterapia? – domando infine, non trovando niente di meglio.
Ma lui passa oltre, come non mi avesse udita. Mi chiede piuttosto della mia giornata. A Parigi sono ormai quasi le cinque del pomeriggio e sul buolevard il traffico inizia a farsi più insistente. La città lotta dalla mattina per arrivare a questo preciso momento: quando si spengono piano le luci degli uffici e si accendono quelle dei bistrot, dei cinema d’essay, dei caffè. Ad ogni angolo.
– Ho lavorato all’allestimento della mostra, ormai manca meno di un mese…
Cerco di non addentrarmi in particolari. Scantono, schivo. Ometto. Come posso dirgli che tutto sta procedendo alla grande, che co-curare un evento al Petit Palais è un’emozione indescrivibile? Che durante una pausa abbiamo stappato un Baron Fuenté?
Magari domani interviene un intoppo e glielo racconto. Mi sorprendo quasi a sperarlo.
Abbiamo la stessa età. Anzi, lui è più giovane di me di qualche mese. Poca roba, questione di giorni. Quando vivevamo assieme a New York niente lasciava presagire che la sua salute fosse malferma, cagionevole. Ero io quella che aveva bisogno di dormire otto ore ogni notte, che collezionava raffreddori, allergie e intolleranze. Lui, con il suo fisico asciutto da eterno adolescente, sembrava poter resistere a tutto.
– Andrà benissimo e tu sarai splendente il giorno dell’inaugurazione, sono ansioso di vedere le foto…
– Farò in modo di non deludere le aspettative!
E accompagno le parole con una risata strozzata, più stupida della frase stessa. Parlare con Brandon è per me ormai una corsa a ostacoli, un percorso minato. Intimamente mi auguro che la madre o il fratello rincasino prima, che lo aiutino a scendere al piano terra, che lo inducano a riattaccare. Ma non accade. È troppo presto. Getto uno sguardo impaziente al mio orologio e sottraggo le ben note sei ore che separano i nostri due continenti: di là dall’oceano mancano ancora più di dieci minuti a mezzogiorno.
– Sto scrivendo dei nuovi testi sai? C’è una band locale che potrebbe metterli in musica… niente di che, un tipico gruppo del Midwest. Ma sono in gamba, suonano tutte le sere nei garage, nei basement. Ci credono e mi danno energia.
– Sounds great! – esordisco con un’espressione che aveva sempre amato sentire sulle mie labbra. Poi taccio perché non so cosa altro aggiungere.
– Mi distrae, mi aiuta a concentrarmi – aggiunge – anche se non posso sforzarmi ancora troppo. Non si tratta tanto delle gambe, quanto degli occhi…
Aveva sottovalutato la prima febbre, scambiandola per stanchezza. Conseguenza del suo tour musicale in camper con chitarre e amplificatori a seguito. Era a Saint Louis quando mi disse che avrebbe annullato una data. Che si sarebbe recato da un medico. Io gli risposi che faceva bene, senza dare troppo peso alle sue parole mentre sfogliavo un catalogo nel mio loft del XVIII arrondissement. Poi calò il silenzio, il suo telefono senza segni di vita. Come le mail. Seppi l’accaduto solo quando fu nuovamente in grado di tenere fra le mani un cellulare.
A distanza di un anno siamo a scambiarci parole. Difficili perché la nostra storia era già naufragata prima della sua malattia. Difficili perché, al di là della rottura, un filo sottile aveva continuato a legarci. Nonostante tutto: gli inghippi della sorte, le sue difficoltà economiche, le mie manie. Ci ripetevamo che sì, era finita, ma… È stato dopo il suo ricovero, dopo i danni subiti, il fisico dimidiato, spezzato a metà che ho iniziato a sentire che Brandon non era più davvero Brandon. Almeno quel Brandon, il mio. Sensazioni palpabili, difficili da tenere a freno. Capaci di balzare oltre ogni argine. Del cuore e della compassione.
– Magari a fine estate ti raggiungo a Parigi. Mio fratello e la sua futura moglie stanno progettando un viaggio in Europa… per una settimana o due.
Gli rispondo che sarebbe magnifico. Amazing. Riesco a dire solo questo, ripetendolo l’aggettivo in due lingue e più volte. Nello sforzo, disperato, di dare al concetto più sostanza. Con la mente già occlusa, disidratata. Anticipo in pochi secondi sequenze che non voglio vivere, disagi che non mi appartengono. Imbarazzi, gentilezze, scuse. Le scale impossibili per lui, ma inevitabili per giungere al mio studio con vista. L’ultima rampa a chiocciola, vertiginosa. Prigionieri, una volta salito, delle mie mura. Boccheggio al pensiero di vedermi costretta, balbettante pretesti, giustificazioni. Discolpe.
– Devo scendere a comprarmi la cena – incespico – non ho perso l’abitudine di mangiare presto…
– Avrei dovuto essere come te – replica – più attento alla mia salute, più cauto.
Ma non sarebbero bastate verdure e ore di riposo a fargli schivare i danni di un’meningoencefalite batterica, le febbri, il coma, i gonfiori, le convulsioni. Il ricovero tardivo, le terapie d’urto.
Era successo tutto pochi mesi dopo il mio inevitabile ritorno in Europa. In aeroporto, dopo aver consegnato i bagagli, mi ero morsa un polso per evitare di urlare. Restare non sarebbe servito a cambiare la situazione. Di me che non trovavo un lavoro appagante, di lui che sopravviveva suonando qua e là in una bohème straziante.
– Allora ci sentiamo. Più tardi ti invio qualcuno dei testi che ho scritto e le prime bozze di musica…
– Certo, le ascolterò stanotte prima di dormire.
E così ho fatto. Digiuna, con lo stomaco chiuso, mentre guardavo la notte scendere sulla città. Poche stelle nel cielo nuvoloso e basso, quasi volesse sfiorare i tetti. Dalla strada il brusio delle coppie in cerca di un ristorante, di giovani artisti diretti per i vicoli di Montmartre, di turisti estasiati.
Le basi musicali erano appena accennate, acerbe, ma le parole rifulgevano chiare. Parlavano di spazi aperti, orizzonti dorati, miglia e miglia di nulla. Ombre e polvere sotto il mezzogiorno. Strade verso nessuna destinazione. Motori in folle, pompe di benzina, sudore.
Il sonno mi ha sopraffatto, impreparata. Raggomitolata in una vestaglia.
Ho sognato una pianura.
Bruciava.
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Un suggestivo racconto sonoro…