Premio Racconti nella Rete 2026 “12” di Giacomo Delucca
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La signorina Emily Richmond ricevette il suo pezzo del puzzle il nove ottobre, e così accadde a tutti gli altri. Dodici pezzi in tutto, recapitati ad altrettante persone sparse per tutto il Paese.
Ognuno degli interessati ricevette, insieme al proprio pezzo, una missiva composta come le lettere anonime che si usava creare negli anni ottanta: lettere ritagliate da vari giornali e incollate su un foglio nero a formare la frase: “L’Amore assume diverse forme. L’altra metà si rivelerà quando troverai il vero Amore”.
Inizialmente, quasi tutti coloro che avevano ricevuto il puzzle non presero seriamente la questione; qualcuno provò a buttarlo via, ma la busta ricompariva puntualmente nella buchetta della posta il giorno dopo.
La signorina Richmond, invece, ne rimase folgorata; ne era ossessionata e credette da subito che avrebbe funzionato. Smise di mangiare, a stento dormiva e osservava quello strano oggetto da ogni punto di vista possibile e attraverso tutti i filtri che riusciva a raccogliere, convinta che in qualche modo avrebbe svelato il suo segreto. Aveva persino interpellato un amico chimico nella speranza che la scienza potesse darle qualche risposta.
Rassegnata all’evidente misticismo (perché non si poteva parlare di magia senza sembrare pazzi) iniziò a uscire con diversi uomini, si iscrisse a un sito di incontri e partecipò a diversi appuntamenti al buio.
Portava sempre con sé il puzzle e lo consultava ogni volta che un incontro finiva. Il pezzo, però, restava sempre uguale: nella metà di sinistra un cespuglio di rose rosse e a destra solo bianco. Così la signorina Richmond proseguiva la sua ricerca, scartando un uomo dopo l’altro. Provò anche con le donne – non si sa mai – , diceva tra sé. Sembrava non importarle più di trovare l’amore; le importava solo del puzzle.
Il dodici marzo di due anni dopo incontrò Samuel mentre aspettava il suo turno per ordinare un caffè. Si perse immediatamente nella profondità dei suoi occhi verdi e leggermente infossati, come se il viso volesse proteggerli dal mondo esterno. I capelli erano neri come quelli della signorina Richmond, ma la pelle era olivastra e questo faceva risaltare il colore di quei bellissimi occhi.
Non passò molto tempo tra il loro primo incontro e il matrimonio. La loro storia non fu particolarmente romantica, se non per il colpo di fulmine iniziale, ma rapì completamente Emily che prima di allora pensava di aver perso la possibilità di trovare il vero Amore. Si sposarono alla fine dell’estate.
La sera prima delle nozze la tensione attanagliava i due sposini e, per la signorina Richmond, quell’ansia era quasi insostenibile perché non riusciva a trovare il pezzo del puzzle. La storia con Sam le aveva fatto perdere l’interesse per quell’oggetto, ma chissà perché, quella sera l’ossessione tornò galoppando come una mandria impazzita.
Ribaltò casa, facendo infuriare la madre che non capiva il motivo di tanta agitazione. Alla fine lo trovò: l’aveva nascosto dentro un bauletto di legno vecchio e logoro riposto in uno scomparto dell’armadio. Mentre lo apriva lentamente, poteva sentire la tensione bloccarle il respiro.
Ora, vicino al piccolo cespuglio di rose, era comparso l’angolo della staccionata bianca di una veranda.
La signorina Richmond, ormai signora Tallow, non ricordava di preciso cosa avesse fatto o detto in quel momento, ma ebbe la certezza che Sam era l’uomo giusto.
Il pezzo del signor Tatoon, invece, si completò quando trovò e salvò un cucciolo di bulldog francese abbandonato morente in un cassonetto. Tatoon aveva settantadue anni e ormai dell’amore non si interessava più. Per un bambino adottato come lui era stato difficile fidarsi delle persone e aveva allontanato tutte le donne della sua vita prima che loro potessero abbandonare lui. Aveva lasciato anche Daisy, la dolce piccola Daisy. Lei lo aveva visto nel suo momento peggiore, gli era stata vicino anche quando, dopo aver ritrovato la madre biologica, era stato nuovamente abbandonato da quella donna senza cuore. La madre aveva accettato di rivederlo dopo tanti anni, a quell’epoca Tatoon ne aveva trentasette, ma solo per svuotargli il conto corrente e abbandonarlo di nuovo. Daisy era rimasta, anche in quella miseria di sentimenti, anche in quel momento, Daisy era rimasta. Per Tatoon era incomprensibile. Temeva che Daisy potesse portargli via tutto quello che gli rimaneva, anche se quello che gli rimaneva era nient’altro che la sua dignità. Così fuggì anche da lei e promise che mai più avrebbe sofferto e mai più si sarebbe fatto abbandonare. Quando ricevette il suo pezzo lo gettò via senza neanche pensarci, ma quello continuava a tornare nella buchetta della posta. Aveva intimato al postino di non recapitargli più quelle lettere, ma il postino continuava a ripetere di non aver mai consegnato nemmeno la prima. Così decise di tenerlo, come soprammobile, non gli interessava più di tanto.
Quando tornò a casa con la piccola Daisy tutta malconcia e col musino sporco e insanguinato, notò che il pezzo di puzzle era diverso, ora era completo.
L’Amore ha diverse forme e per Clarissa Suttherton aveva quella di una divisa: quella dei pompieri.
Clarissa aveva i capelli rossi, nella sua comunità era un difetto di non poco conto. I maschi la evitavano come una malattia e le ragazze la prendevano continuamente in giro. I bambini sanno essere davvero tremendi. Ma non si può avere una vita facile e un carattere forte, così prese quella tristezza e la trasformò in coraggio, prese la rabbia e la trasformò in forza. Si dedicava a ogni attività fisica possibile e divenne molto presto una delle atlete più in forma della scuola. Una volta, ad una gara di corsa campestre, la vide il signor Thompson, padre di Jeremy, che lavorava alla caserma dei pompieri della città. “Ci farebbe comodo uno scricciolo agile e scattante come te in squadra”. Così Clarissa si iscrisse all’Accademia subito dopo il diploma ed entrò a far parte della Squadra 11 nella sua città. La vita aveva iniziato a sorriderle. La prima volta che estrasse un bimbo di quattro anni da un edificio in fiamme, si rese conto che qualcosa era cambiato in lei.
Tornata a casa quella sera prese in mano il pezzo da sopra il camino, senza pensarci, e notò che, vicino alle nuvole immerse nel cielo azzurro, era comparso un tetto spiovente coperto da tegole color petrolio.
La storia dei pezzi misteriosi era ormai diventata famosa; tutti i giornali ne parlavano. Dopo che i primi quattro frammenti si rivelarono, alcuni giornalisti tentarono di ricostruire la vicenda sperando di dare una svolta alla carriera con una storia stravagante e mistica. Ci vollero diversi anni prima che il cronista Albert Fozbury riuscisse a riunire i proprietari dei pezzi e a pubblicarli in prima pagina. Quattro pezzi erano completi, altri otto parziali. Solo uno dei proprietari dei pezzi di puzzle preferì inviare il suo in una busta anonima.
Fu chiaro fin da subito che il puzzle raffigurava una casa. All’inizio non si capiva quale, ma col passare degli anni l’immagine continuava a riempirsi. A sei anni dall’inizio di questa storia, il trenta marzo, Fozbury ricevette una chiamata da Harold, il proprietario del pezzo numero dodici. Mentre aiutava il figlio con i compiti di matematica, Harold aveva sentito un forte impulso allo stomaco e si era diretto verso il suo pezzo quasi senza rendersene conto: fino a quel momento era rimasto diviso a metà, ma ora era completo.
Il giornale pubblicò il puzzle quasi ultimato, mancava solo il pezzo anonimo, il numero undici. L’indizio finale non poteva che essere lì. L’abitazione raffigurata era una casa come tante, in una zona residenziale. Il tetto era color petrolio; la facciata, la veranda e la staccionata erano bianche. Le finestre aperte rivelavano tende color crema semitrasparenti e sotto il portico c’erano due sedie a dondolo. A circondare la veranda, un roseto rigoglioso ben organizzato in cespugli. Il prato verde era diviso dal vialetto che portava alla strada. Quella casa poteva essere ovunque; senza un indirizzo era impossibile identificarla e Fozbury iniziava a perdere la speranza di trovare qualche indizio che riguardasse il proprietario del pezzo undici.
Il puzzle era composto da tre file e quattro colonne. Il pezzo mancante era il terzo da sinistra nell’ultima fila. Si sperava contenesse la cassetta della posta e, di conseguenza, l’indirizzo.
***
L’indirizzo sulla cassetta della posta c’era eccome. Scritto a chiare lettere bianche su fondo color petrolio. Stesso colore del tetto che tanto piaceva a mia moglie. Più di una volta avevo discusso con il postino per quel cognome: continuava a non recapitare nulla dicendo che “non si legge bene”. Brutto bastardo scansafatiche, bastava scendere da quel merdoso furgone. Così lo scrissi in grande, ma lui continuava a ignorarci.
Avevo custodito il mio pezzo gelosamente; non ne avevo parlato a mia moglie perché quando lo ricevetti eravamo già sposati e non volevo che la prendesse male. Io non credo a queste cose, ma in cuor mio la domanda c’era: “Perché non si completa? Sono felice, ho una moglie perfetta, quattro figli, una bella casa. Cosa mi manca? Perché non dovrei aver già trovato il vero amore?”. Così, quando lessi la notizia che un cronista li stava raccogliendo, inviai il mio al giornale il diciotto settembre, in una busta anonima.
Un giorno, sulla scrivania di Fozbury, il pezzo anonimo mutò all’improvviso e il puzzle finalmente si completò e la cassetta della posta era lì, con l’indirizzo scritto a chiare lettere. Passato lo shock dell’evento, si diresse immediatamente all’indirizzo indicato. Quando arrivò, la scena era irreale. Mi trovò seduto sul marciapiede, con la schiena appoggiata alla cassetta della posta, mentre tenevo in grembo la testa del postino (che pesava molto più di quanto pensassi). Lo stomaco del giornalista resse alla vista di quella scena, scattò una foto prima di rivolgermi la parola.
“Cos’è successo?”
La risposta alla sua domanda (e alla mia) arrivò quando riuscii a staccare la testa di quello stronzo del postino.
La foto scattata da Fozbury quel pomeriggio era la copia esatta del puzzle completo.
Il giorno dopo, il titolo del giornale riportava le esatte parole che rivolsi a Fozbury in risposta alla sua domanda: “L’Amore assume diverse forme”.
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