Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026″Il rapimento” di Gaspare Natale

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Sono stato rapito un martedì. Ero dal dentista a farmi torturare con una pulizia dei denti.

Il mio dentista si chiama Ubaldo. Fa il simpatico da contratto. Ascolta musica e parla di libri. Forse è innamorato della sua assistente alla poltrona, ma questa è un’altra storia. 

Io sono un paziente pessimo, non per la scarsa resistenza al dolore: ho semplicemente terrore di stare lì fermo con la bocca aperta. Ogni volta che sono costretto ad andarci ripenso all’incipit di Garcia Marquez, davanti al plotone di esecuzione…

La pulizia la fa una signorina bruna con la mano molto leggera. Non parla mai e io non so a cosa pensa.

Sto con gli occhi chiusi a pensarmi su un materassino nel mare alto. Ogni tanto alzo la mano per farla fermare. Bevo e sputo e lei mi guarda come un caso disperato.

“Abbiamo finito”, mi ha detto la ragazza taciturna e quando ho riaperto gli occhi, dopo qualche secondo nel quale ho assaporato la fine dello strazio e mi sono passato la lingua sui denti lisci, ero in un’automobile minuscola, di colore arancione, con un tizio con una camicia a quadroni, occhiali enormi e barba.

Ho avuto un attimo di panico, ma solo un attimo. Poi mi sono stupito che la scena mi sembrasse quasi normale.

Il tizio ha rotto quasi subito il ghiaccio.

“Mi chiamo Bill, stia tranquillo, non voglio farle del male. Non le succederà nulla.”

In bocca sentivo ancora quella pasta dentifricia speciale che usano i dentisti alla fine dell’igiene dentale per rimuoverti il ricordo di quella tortura. Continuavo ancora a passarmi la lingua sui denti.

“Ma…che ci faccio qui?”

“Stia sereno, la pulizia dei denti era finita.”

“Questo lo so…ma che mi è successo? E lei chi è?”

“Gliel’ ho detto, sono Bill. La sto portando in un posto per andare poi in un altro posto e ancora in un altro.”

Eravamo sull’autostrada, più o meno all’altezza di Cassino o almeno così mi sembrava dai cartelloni. Fuori c’era una bella luce, la luce buona, rossastra, che il mio amico Leo ha cercato per tutta la vita per le fotografie di pomeriggio. Guardavo la sagoma dell’automobile su cui viaggiavo riflessa sulle altre macchine. Sembrava una scheggia arancione sparata da un cannone sulla corsia di sorpasso.

“Che posto? Per fare cosa?”

Bill era molto paziente nelle risposte. Gli avevo appena notato un curioso tatuaggio sul polso destro: la sagoma di un bisonte bianco in campo azzurro. Sembrava una bandiera.

“Allora, Gustavo…”

“Conosce il mio nome?”

“Certo, noi conosciamo tutto quello che ci interessa conoscere. Facciamo le cose per bene. Adesso andiamo a Roma, poi a Denver e da lì a Cheyenne. Sa dov’è Cheyenne?”

“No e non mi interessa…ma che vuole da me? Sono stato rapito?”

“Che parola grossa! Noi usiamo un altro termine. Ha mai sentito parlare di abduction?”

Il panico mi è tornato in quel momento. Ho respirato forte, come mi aveva insegnato un istruttore di yoga, e ho ripassato mentalmente dei versi di Pessoa, che fanno più o meno così: O mare salato, quanto del tuo sale sono lacrime del Portogallo…

Si, ogni tanto ripasso mentalmente una lirica. Sono una specie di poeta. O meglio sono in fissa con la poesia da sempre. Mi piace leggerla e scriverla. Mi piace regalarla, scriverla sui muri, sui tavoli, sugli specchi dei bagni, sulle lavagne abbandonate… dappertutto. Non è il mio mestiere vero, faccio l’editor in una casa editrice locale che fa i salti mortali per sopravvivere. 

“Abud…che?”

Abduction…Dovrebbe conoscere questa parola perché viene dal latino abducare. Non ha mai sentito parlare neanche dei casi di Travis Walton o del suo connazionale Fortunato Zanfretta?”

“No! E non ha ancora risposto alle mie domande!”

“Signor Gustavo Nasti, non dovrei, ma le anticipo qualcosa. Lei è sotto la custodia di alieni, io sono un loro rappresentante. Non le faremo del male, vogliamo solo capire qualcosa di più della sua vita.”

Queste ultime parole le ho percepite come in una sorta di anestesia o di risveglio, su un confine, una linea d’ombra. Ci ho messo un po’ a riaprire la bocca e ho cercato di stare al gioco.

“Ah ecco! E adesso mi porta su un’astronave?”

“Non ce n’è bisogno, le astronavi le lasci ai film per bambini. Noi usiamo, più o meno, i vostri mezzi. Siamo sul vostro pianeta da più di centocinquanta dei vostri anni. Alcuni di noi sono nati qui, ma sarebbe troppo complicato spiegarle tutto. Si accontenti di quello che le ho detto.”

Intanto eravamo quasi arrivati a Roma. Un cartello diceva San Cesareo. Avevo ripreso un po’ di lucidità, una lucidità intermittente e sudatissima. 

“Ma insomma, cosa volete da me? Io non ho nulla, non posso darvi nulla. Chi siete davvero? Da dove venite?”

Il mio rapitore, per la prima volta, fece una faccia contrariata, dietro i grossi occhiali sembrava avere un altro sguardo.

“Quante domande! Rispondo all’ultima: veniamo da Beros, un pianetino freddo, non lontanissimo da qui. Solo un po’ di curve di stelle, più o meno 48 milioni di chilometri. È soddisfatto?”

Naturalmente non ero soddisfatto e non capivo, ma mi era passata la voglia di parlare, una stanchezza dolceamara, antica, mi stava prendendo. Allora Bill, forse per rincuorarmi, riprese a chiacchierare.

“Non si angosci signor Nasti, siamo a Roma. Adesso lascio questa scatola arancione e ci imbarchiamo tranquillamente per Denver. Lo spostamento durerà poco, il mezzo sul quale saliremo viaggia a quattromilacinquecento chilometri all’ora.  Prima ho visto che fissava la mia decorazione sul polso: questo è il simbolo del Wyoming. La mia stirpe ha voluto che alcuni di noi nascessero lì, a Cheyenne, in uno dei più grandi extraterrestrial settlements del pianeta terra.Voi diteinsediamenti, enclave…insomma ha capito. Altri ne abbiamo in Africa, in Groenlandia e in America Latina.”

Mi venne una domanda stupida e me ne pentii subito

“Come fa a conoscere perfettamente tutti questi termini, a parlare così bene la mia lingua?”

“Noi parliamo più di settemila idiomi, signor Gustavo, sicuramente quasi tutti quelli del suo pianeta.”

Quel tipo era così tranquillo e certo delle cose che diceva, che, a tratti, mi sembrava tutto quasi plausibile. Qualche parte del mio cervello iniziava ad accettare come reale quella situazione assurda.

Scendemmo dalla scatola arancione, come l’aveva chiamata Bill, e dopo pochi passi in un tunnel, arrivammo in uno spiazzo e salimmo su un minuscolo aereo grigio scuro. Dentro c’erano solo due persone sedute, alle quali il mio rapitore fece un impercettibile cenno con la testa. Indossavano camicie simili a quella di Bill. Uno dei due era magrissimo con uno strano copricapo, sembrava un berretto ricavato da un pantalone: la striscia che copriva la fronte, fin sopra gli occhi, era un girovita con i passanti. L’altro era più anonimo, di media corporatura, e scriveva su una lastra simile ad un tablet.

Sedemmo anche noi qualche posto più indietro. Non vidi oblò, ma monitor dovunque. L’aereo era poco più largo del tubo di una risonanza magnetica. Il mio panico era sempre lì che giocava a nascondino.

Stemmo un po’ in silenzio. Il tizio magro si alzò ed entrò in una porticina. Sentii la mia voce che diceva, “Prima lei mi ha detto che volete solo capire qualcosa di più della mia vita. Cosa?”

“Caro Gustavo, di solito queste operazioni le facciamo per esperimenti, esperimenti sanitari. Prima le citavo infatti i casi di Travis Walton e Fortunato Zangretta che furono prelevati per questi motivi. Ma lei non ne ha mai sentito parlare.”

“No!”

“Bene. Nel suo caso non faremo esperimenti. Lei ci interessa per la poesia.”

Alla parola poesia l’altro passeggero si girò verso di noi.

“La poesia?”

“Si. La mia stirpe, i Beros, vogliono capire i meccanismi della poesia, le sue ragioni profonde, le emozioni che suscita, il ritmo, la musica… mi capisce?”

“Ma io…io che c’entro? Non potevate rapire un poeta vero? Ce ne sono tanti…”

“Per noi lei è un poeta vero. Proprio perché non è un vero poeta, non è un professionista, un mestierante, uno che va in televisione come un guitto qualunque. Lei fa poesia. Probabilmente lei stesso è poesia senza saperlo!”

Rimasi ancora senza parole. Poi risposi d’istinto

“Ma Bill…” per la prima e unica volta lo chiamai per nome, volevo quasi scusarmene

“…la mia poesia nasce spontanea, senza alcuna motivazione, senza studio o preparazione. Io non saprei spiegarla, raccontarla. Io non so nulla della poesia, della mia e di quella degli altri! Cosa potrei fare per voi?”

Intanto i monitor intorno a noi trasmettevano scene di nature incontaminate: foreste, laghi, canyon. Distese smisurate attraversate da bisonti, orsi e alci.

Bill continuò

“Vede, Gustavo, le nostre macchine ipersofisticate, gli impianti neurali, i microchip endocranici che nel tempo abbiamo perfezionato, ci consentono di fare cose per voi umani straordinarie; ma non ci hanno regalato la poesia. Abbiamo quasi tutto, ma ci manca questa magia, ci manca l’immateriale, la linfa eterna che può renderci perfetti. Il canto dell’anima non si può sostituire, non è riproducibile. La terra, tutte le terre, sono civilizzate dalla poesia e null’altro. Abbiamo bisogno che lei ce la sveli, che ci sveli i meccanismi da cui gemma la parola, che ci educhi alla bellezza. Sappiamo che può farlo. Ci aiuti, signor Gustavo, e sarà subito libero!”

L’alieno si fermò come dopo una fatica immane, mi parve di vedere una lacrima sotto i suoi occhialoni. Rimanemmo ancora in silenzio, poi mi arresi. Forse lusingato da quelle parole, o senza più resistenze da opporre. Dissi “va bene” guardai ancora i monitor e mi addormentai.

Oggi son dieci giorni che sono tornato a Napoli. Fortunatamente lo strazio del dentista è un ricordo remoto. In mano mi rigiro la lettera di un certo Bill, che non mi pare di conoscere. Il biglietto si conclude così:

Grazie signor Gustavo, ha visto che avevo ragione io? Finalmente la poesia illumina la vita anche da queste parti.

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