Premio Racconti nella Rete 2026 “Un’avventura andata altrove” di Alessandra Gagliardi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Il giorno del mio sessantaduesimo compleanno avevo un programma ben preciso: non festeggiare.
Niente torta, niente candeline, niente “auguri!” gridati con entusiasmo. Del resto, era il secondo anno senza mia mamma e, per completare l’atmosfera, mio marito era immerso in una depressione così profonda che se gli avessi proposto di festeggiare mi avrebbe guardata come se gli avessi chiesto di scalare l’Everest.
Perfetto, ho pensato. Si parte.
Da anni desideravo andare al Santuario della Verna per un ritiro spirituale. E quale occasione migliore del mio compleanno triste?
Telefono, c’è posto, prenoto, preparo le cose e parto.
Le previsioni erano pessime: dopo mesi di sole, proprio quel giovedì era arrivata una perturbazione. Pioggia, vento, freddo. Tutto insieme. Insomma, il classico meteo che ti fa dire: “ma chi me lo fa fare?”
Ricordo ancora quando, poco prima di partire, controllavo il meteo sul display del cellulare. La neve all’inizio cadeva dritta, come sempre. Tutto normale.
Poi, a un certo punto, era tale il vento che sul display la neve viaggiava velocissima e in orizzontale.
In orizzontale.
Non avevo mai visto una cosa del genere.
Era chiaramente un segnale.
Ovviamente l’ho ignorato e sono partita lo stesso.
All’inizio piove. Poi piove forte. Poi piove così forte che penso: “Vabbè, almeno non nevica.”
Dopo cinque minuti, infatti, inizia a nevicare.
Telefono che squilla in continuazione:
“Auguri!”
“Grazie!”
“Dove sei?”
“Sto salendo alla Verna.”
“SEI MATTA, TORNA INDIETRO!”
E io continuo a salire.
La neve aumenta. Il vento pure. La strada sparisce. Io no, io vado avanti.
A un certo punto mi fermo in un paesino, guardo la strada, guardo la neve e penso: aspetta un attimo.
Tiro fuori le catene.
E lì mi viene da sorridere.
Perché mamma, fin da piccole, ci aveva insegnato a montarle e smontarle. E quelle di quarant’anni fa non erano certo come queste, che si mettono in un attimo.
Con le mie sorelle facevamo a gara: chi era più veloce. Sembravamo ai box di una corsa, un piccolo pit stop familiare.
Le monto senza fatica.
Quasi senza pensarci.
E per un momento non sono più lì, nella neve, da sola.
Siamo tutte e tre.
E lei è con noi.
Riparto.
Dopo poco arriva un signore in jeep, evidentemente inviato direttamente dal cielo — o dalla protezione civile, ma preferisco pensare dal cielo.
Mi guarda e fa:
“Signora, non arriva da nessuna parte. La strada è bloccata.”
E non mi abbandona.
Si mette davanti con la jeep e mi dice di seguirlo perché tra un pò non riuscirò neppure a parcheggiare.
E io, nella bufera, seguo le sue tracce fina a un punto in cui posso lasciare la macchina.
Scendo. Nevica così tanto che se restavo lì altri cinque minuti mi ritrovavano a Pasqua.
Gli chiedo:
“E adesso dove dormo?”
Perché ovviamente io ero partita convinta che avrei raggiunto il santuario, mi sarei rinchiusa nella mia celletta con una bella tisana calda e un’ottima cena.
E invece
Lui inizia a telefonare. Chiama mezzo paese. Probabilmente anche parenti lontani.
Io nel frattempo penso:
“San Francesco, non mi hai voluto, ma almeno trovami un letto, anche piccolo, anche storto, anche una stalla, non mi formalizzo certo in una situazione come questa.”
Miracolo.
Una pensione. L’unica aperta, ha una stanza.
Lui mi carica sulla jeep, saliamo slittando come in una gara di rally improvvisata e finalmente arriviamo.
Entro. Zuppa. Congelata. Con un’espressione tra il mistico e il sopravvissuto.
La signora alla reception mi guarda e mi accoglie con un sorriso caldo:
“E’ stata fortunata siamo aperti perché ospitiamo degli operai.”
Perfetto.
E io mi vedo subito: il giorno del mio compleanno seduta da sola a un tavolo, circondata da rumorosi uomini sconosciuti.
Mi assegnano la stanza. Salgo. Ultimo piano, ultima porta in fondo al corridoio, lo percorro, entro, mi guardo allo specchio: capelli distrutti, faccia da naufraga, giacca che pesa tre chili per quanta acqua ha assorbito.
“Perfetta per festeggiare” mi dico e mi stendo sul letto stanchissima.
Prima della cena, mi telefonano per gli auguri una amica divertita mi dice che vorrebbe tanto essere lì con me, un amico invece, a cui racconto la situazione, serio mi fa:
“Non truccarti, non sistemarti per la cena mi raccomando. E quando vai a dormire metti una sedia dietro la porta” …per bloccarla, mi spiega.
Perfetto.
Chiudo la telefonata con una nuova consapevolezza: non solo sto vivendo un compleanno tragico, ma potrei anche essere ufficialmente entrata in un thriller.
Dopocena salgo in camera.
Mi guardo intorno.
Silenzio.
Poi arriva il vento.
Forte. Fortissimo. Di quelli che fanno rumori strani, inquietanti, poco rassicuranti. Mi avvicino alla finestra e lo vedo: un abete enorme, carico di neve, piegato dal vento in modo sospetto, molto sospetto direi quasi minaccioso proprio davanti alla mia stanza.
E lì cambio completamente priorità.
Degli operai? Nessun timore.
Dell’albero? Terrore puro.
Inizio a pensare:
“Questo albero adesso cade. Cade sicuro. E ovviamente cade proprio sulla mia camera. Perché oggi è il mio compleanno quindi perché no?”
A quel punto prendo una decisione strategica: mi devo preparare alla fuga.
Vado a letto:
– vestita
– con la borsa pronta
– la giacca a vento accanto, le scarpe quasi ai piedi, mentalmente già in modalità “evacuazione alpina” altro che sedia dietro alla porta.
Ero pronta a scappare nella tormenta come una concorrente di qualche prova di sopravvivenza.
Spengo la luce?
No.
Assolutamente no.
La luce resta accesa.
Perché va bene tutto, ma essere travolta da un albero al buio anche no. Se deve succedere, almeno voglio vedere cosa mi viene addosso.
Resto lì, nel letto, con gli occhi aperti.
Il vento ulula.
L’albero scricchiola.
Io controllo ogni rumore.
“È caduto?”
“No.”
“Adesso?”
“No.”
“Adesso sì…?”
“No.”
A un certo punto penso:
“Va bene. Se deve cadere, cadrà.
Almeno mi troveranno pronta e ben illuminata.”
E così, con la luce accesa, vestita come per una spedizione e con l’orecchio teso a ogni rumore, mi addormento.
Contro ogni logica.
Contro ogni previsione.
E soprattutto…senza sedia dietro la porta.
Dormo poco, o meglio dormo a intermittenza.
Un occhio chiuso e uno aperto pronta a scattare nel caso l’abete decidesse di festeggiare il mio compleanno cadendomi addosso.
La mattina arriva comunque e io sono viva, già questo mi sembra un ottimo inizio.
Scendo a fare colazione e lì succede qualcosa che non avevo previsto: vengo coccolata.
L’altra proprietaria, che non avevo ancora incontrato, mi accoglie con un sorriso e una tavola piena di torte e dolci fatti in casa, di quelli veri profumati che sanno di cura e di tempo.
Mi siedo, respiro e per la prima volta da giorni mi sento tranquilla.
Poi arriva la notizia: niente santuario. Neanche oggi.
Mi passano al telefono una signora della reception del santuario.
La neve è troppo alta, la corrente è saltata e anche le linee telefoniche.
Vanno avanti con un generatore sperando che regga.
Insomma il messaggio è chiaro.
Non si passa. E li, sorprendentemente, non mi arrabbio.
Accetto.
Perché a volte la vita dice “NO” con una tale convinzione che insistere non è coraggio, è solo testardaggine.
Tenaci sì, ma stupidamente testardi anche no.
Così non insisto, le cose sacre non si forzano, si aspettano.
E resto lì, nel paesino che nel frattempo, baciato dal sole di questo 27 marzo, mi sembra più accogliente, sempre meno un ripiego e sempre più una scelta.
Poi riparto.
Guido, il bosco si apre, la neve si scioglie, il mondo torna normale.
Io no.
Io sono ancora un pò lassù.
Ma a quel punto cambio completamente programma, se il sacro non mi ha aperto le porte, penso, vediamo cosa ha da offrire il profano.
Sulla strada del ritorno mi lascio attirare dalle vetrine della UNOAERRE piene di luce e proseguendo dalla cioccolateria Venchi per il profumo di cioccolato che ne esce.
E qui dovrei raccontarvi che ho ceduto, che mi sono consolata con gli scintillii della gioielleria e con la cioccolata del Venchi, e invece no.
Invece torno a casa, senza anelli nuovi e senza praline.
Perché non sono arrivata al santuario, ma tra una tempesta, un albero minaccioso, un letto con la luce accesa non posso dire che quell’avventura sia andata storta.
E’ solo andata altrove.
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