Premio Racconti nella Rete 2026 “L’accendino” di Roberto Squarcia
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Ci sono sere che restano in silenzio,
come la brina sui vetri al mattino.
Rimane un gesto,
un odore lieve,
una mano sfiorata
nel tempo breve di un ballo.
Non si sa perché tornino.
Ma tornano.
Come tornano, a volte,
i passi leggeri
di chi non resta.
Giulio ed io scendemmo un po’ infreddoliti dalla vespetta e andammo diretti verso il retro del ristorante. Bussammo alla porta della cucina e ci venne ad aprire un cameriere. Chiedemmo di Marco.
Marco arrivò poco dopo e ci fece entrare. I ragazzi del complesso stavano cenando, e noi ci sedemmo con loro al tavolo. Ci chiesero se volevamo qualcosa da mangiare, ma ringraziammo e rifiutammo: ci bastava essere entrati.
Dopo che ebbero finito di mangiare, andammo con i ragazzi del complesso nella sala da ballo e li aiutammo a montare gli strumenti per la serata.
Marco era un amico comune, e da un po’ di tempo seguivamo lui e il suo complesso, aiutandoli a montare e smontare gli strumenti. In cambio ci permettevano di entrare nelle sale da ballo senza pagare.
Quella sera suonavano in un ristorante a metà strada tra il mio paese e un altro poco distante, e lo avrebbero fatto per tutto il carnevale.
La sala era ancora vuota e, mentre i ragazzi cominciarono a provare, Giulio ed io gironzolammo per la sala nell’attesa di vederla riempirsi di gente.
L’attesa non fu lunga. Dopo un po’, cominciarono ad arrivare gruppi di ragazzi, coppie e poi famiglie. E con loro, le prime ragazze abbordabili della nostra età.
Giulio aveva diciassette anni, e io li avrei compiuti poco dopo. All’epoca, nel periodo di carnevale, le sale da ballo erano frequentate da tutti: giovani, adulti, famiglie. Carnevale era, in fondo, il momento del ballo — e il ballo, si sa, era il modo più semplice per conoscere una ragazza, per attaccare bottone.
A un certo punto si fece sul serio: cominciarono le danze. Giulio, più intraprendente di me, adocchiò subito un gruppo di ragazze — una in particolare — e la invitò a ballare.
Lo vidi allontanarsi, perdersi nella confusione della sala. Io, rimasto solo, esitai un po’. Poi mi feci coraggio, mi buttai. Un paio di balli dopo, ero nel vortice delle danze. Il liscio la faceva da padrone, in quegli anni. Era ritornato prepotentemente di moda, e la maggior parte dei balli era proprio di liscio. Io non lo amavo tanto. In fondo, se andavo a ballare, era per il piacere di comunicare e conoscere qualche ragazza. Per dare sfogo a quella voglia che arriva con l’adolescenza: quella di avvicinarsi all’altro sesso.
Ballavo, ma aspettavo il lento. Solo allora il ballo diventava davvero piacevole.
Ricordo che il mio era un piacere quasi innocente: poter cingere una ragazza ai fianchi, sentire le sue braccia attorno al mio collo, il suo profumo, il calore del fiato.
Di solito la ragazza era un po’ abbottonata, scostante. Ma a volte, quel desiderio di avvicinarsi, di sfiorarsi appena, era reciproco.
Comunque, anche volendo, non si poteva andare oltre. La sala era illuminata, e gli occhi di parenti e conoscenti non erano mai troppo lontani.
A quel punto, serviva un coraggio diverso. Bisognava parlare, rompere l’imbarazzo, trovare un contatto che potesse estendersi oltre un ballo. E chissà, magari oltre quella sera.
Come dicevo, non avevo l’intraprendenza — e nemmeno la leggerezza — di Giulio. A me costava fatica anche solo invitare una ragazza a ballare, figuriamoci iniziare una conversazione.
Non so se fosse vera timidezza. Mi piace pensare che fosse una forma di riservatezza, che riservavo indistintamente a tutte le persone sconosciute. Solo con il tempo, e con gli anni, si è un po’ sciolta.
Avevo comunque imparato. E così ballavo. Ballavo, e cercavo di scegliere le ragazze che mi sembravano migliori. Almeno nell’aspetto
Stavo ballando da una mezz’ora quando cominciò la solita quadriglia con il trenino finale. Le coppie si formavano e si scioglievano di continuo, in un vortice di movimenti casuali. Fu allora che mi ritrovai a stringere la mano e a ballare, per pochi istanti, con una ragazza che non avevo notato prima.
Un fiore di campo. Così l’ho sempre pensata. Bella e semplice. Ma c’era qualcosa in lei che andava oltre la grazia, oltre la pulizia del volto e dei gesti.
Fu solo un attimo, poi il vortice del ballo ci allontanò. Quando la performance finì, restai fermo ai bordi della sala a cercarla con lo sguardo.
Era seduta in fondo, con due amiche. Sembravano della mia età.
Mi avvicinai, piano, cercando dentro di me il coraggio. Lei mi vide arrivare e sorrise, come se già lo sapesse. Come se aspettasse il mio arrivo.
— Ti va di ballare? — chiesi.
— Sì, volentieri — rispose, accompagnando tutto con un breve sorriso.
Raggiungemmo il centro della sala e ballammo. Un lento.
Le mani trovarono la misura. Il mio braccio le cingeva la vita con cautela. Il suo profumo arrivava piano.
Non parlammo subito. Poi lei disse:
— Io mi chiamo Elena.
— Io… Giovanni.
Quella sera ballammo ancora tre o quattro volte insieme. Ma non fu solo il ballo. Fu come se, in mezzo al frastuono e alle luci — ora alte, ora basse, a seconda dell’umore di chi aveva organizzato — avessimo trovato un angolo nostro.
Non ci dicemmo molto, eppure capivamo più di quanto le parole potessero spiegare.
Ogni tanto le sue amiche la chiamavano, la distraevano. Ma lei tornava sempre a cercarmi con lo sguardo.
Io restavo lì, fedele al mio piccolo posto contro il muro, con un bicchiere in mano che non finivo mai. Aspettando quel cenno, quel sorriso che diceva: “ci sono ancora”
Verso la fine della serata, mentre le sedie venivano riaccostate ai tavoli e la musica calava di tono, mi avvicinai a lei un’ultima volta.
C’era il rischio che non ci saremmo più rivisti. Non sapevo dove abitasse, né se fosse di lì o solo di passaggio. Ma non trovai il coraggio di chiederlo.
Mi avvicinai e dissi soltanto:
— È stata una bella serata.
— Sì — rispose, con un tono che sembrava ringraziarmi davvero.
Aveva il cappotto addosso, e si stava preparando ad andare. Frugava nella borsetta, cercando qualcosa. Forse un fazzoletto. Forse altro.
Ma tirò fuori un accendino. Uno di plastica colorata, di quelli che si comprano in tabaccheria. Lo guardò un istante, come sorpresa di trovarlo lì. Poi si voltò verso di me:
— Fumi?
— No — risposi.
— Nemmeno io. Tieni. — Me lo porse.
La guardai, interrogativo. Come a chiederle: “Che cosa significa?”
— Così magari… ti ricordi. Non per forza di me, eh. Ma di questa sera.
Lo disse con quella freschezza che l’aveva accompagnata per tutto il tempo.
Lo presi, senza parlare. Sorpreso. Stupito. Non saprei dirlo. Lei sorrise appena.
— Ci rivedremo? — le chiesi.
— Non lo so — rispose. — Non dipende da me. Non sono di queste parti. Sono venuta con mio fratello. Ci ha accompagnate tutte e tre — disse, indicando le sue amiche. — Ora devo andare. Ci sta aspettando.
Si voltò e uscì con le altre, confondendosi tra la gente.
Restai lì, con l’accendino in mano.
Lo misi in tasca. Poi in un cassetto. Poi in una scatola, insieme a tutte le cose inutili che per me avevano un valore inestimabile.
Non l’ho mai usato.
Non ho più rivisto Elena. Forse non era nemmeno il suo vero nome. Chissà.
Ma quella sera — quel piccolo niente: un accendino, una frase detta quasi per caso — ha avuto il potere strano di restare.
Di tornare, ogni tanto.
Come tornano certi odori. Certi suoni lontani.
A volte il pensiero corre a quella sera di Carnevale. A una ragazza con un vestito chiaro e una risata leggera. A un ballo lento.
E a una timidezza che, per una volta, era bastata.
Quando ci ripenso, mi viene in mente sempre la stessa canzone: Le Passanti.
Non era nemmeno di De André, in realtà, ma di Georges Brassens.
Chi la conosce sa di cosa parlo: un omaggio poetico e malinconico alle donne incrociate per caso.
Le passanti, appunto. Quelle che hanno sfiorato la vita del protagonista senza mai farne davvero parte.
È una celebrazione della bellezza effimera. Della possibilità perduta. Della dolcezza, del desiderio inappagato.
Ebbene, per me, quella canzone è diventata la colonna sonora di quella sera.
E ogni volta che ci penso, non mi chiedo più se anche lei è da qualche parte.
O se si ricorda.
Mi basta sapere che tutto questo è accaduto.
E che, in qualche modo, è rimasto.
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Un gesto, un suono, un odore. E improvvisamente, senza poterlo spiegare, un intero mondo che credevamo di aver dimenticato ci si materializza intorno proiettandoci lontano nello spazio e nel tempo, in ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Questo, in fondo, ci lasciano la vita e il tempo che passa: momenti indelebili proprio perché rimasti in sospeso, perle eccezionalmente luminose proprio perché isolate e intatte. Un racconto dolcemente malinconico, una lettura piacevole.
Un bel racconto, parole che scorrono fluide descrivendo gesti ed emozioni semplici: gesti ed emozioni che affiorano comunque intense da una scrittura fatta soprattutto di lievi pennellate. In fondo, ognuno di noi conserva in cuor suo il proprio “accendino”… ed è bello lasciare che ogni tanto, improvvisamente e quasi senza ragione, qualcosa lo riporti nella nostra mano. Bravo Roberto, hai saputo descrivere molto bene queste sensazioni.
“Grazie mille per le tue parole e per essere passato dalle parti di Salsedine addosso. Ho letto il tuo racconto e volevo farti i miei complimenti.
Ho trovato l’incipit davvero magnetico, con quelle immagini così delicate delle ‘sere che restano in silenzio come la brina sui vetri’, capaci di agganciare subito il lettore. Ma è la chiusa ad avermi colpita profondamente per la sua forza: ‘Mi basta sapere che tutto questo è accaduto. E che, in qualche modo, è rimasto.’
Il testo ha un’ottima tenuta narrativa e un respiro universale, poetico e pulito, che lascia un’eco anche dopo aver chiuso la pagina. In bocca al lupo per il premio!”
Un dolce ricordo di un passato che resta sulla pelle. Descrizioni che si alternano con la parte di azione, rendendo la Scrittura snella e la lettura piacevole. Al passato remoto, per gusto personale, avrei preferito un presente storico. Riuscitissimo il contesto storico, che rende il racconto ancora più vero e vissuto.
Si fa leggere con piacere e descrive bene il potere degli oggetti, la capacità di mantenerci legati a un ricordo, a una sensazione. Intenso, poetico e allo stesso tempo dotato di leggerezza.
Dolcissimo, semplice, leggero il tuo affresco sulla insicura sensibilità di molti adolescenti.
Grazie per la tua bella storia, per i versi che l’hanno introdotta, per avermi ricordato la canzone di De Andrè, di Brassens, di Pol. Mi viene da interpretare il tuo accendino come un’evoluzione tecnologica dei tre fiammiferi di Prevert.
Complimenti.
Mi perdoni ma approfitto di questo spazio per una richiesta: ho letto i suoi commenti a vari racconti, li ho trovati puntuali e stimolanti. Però per trovare il/i racconti a cui si riferiscono dovrei scorrere una quantità di pagine: sarebbe così gentile da indicarmi i racconti a cui si riferisce? La ringrazio molto e in bocca al lupo per il concorso.
Ho apprezzato il tono nostalgico del racconto e il modo in cui l’accendino diventa il filo che tiene insieme ricordi, persone e momenti di un’età della vita che tutti, in modi diversi, conserviamo dentro di noi.
La lettura mi ha lasciato però una riflessione. In diversi passaggi ho avuto la sensazione che il racconto raccontasse con precisione ciò che accadeva e ciò che i personaggi vivevano, mentre avrei avuto voglia di entrare ancora più in profondità nelle loro emozioni e nelle loro contraddizioni. Mi sembrava ci fossero aspetti molto interessanti — penso alle insicurezze adolescenziali, al confronto con Giulio, al desiderio di essere visti e riconosciuti — che avrebbero meritato più spazio e più immagini. Allo stesso modo, la metafora dell’accendino e della fiamma mi è sembrata particolarmente efficace e mi ha fatto venire voglia di ritrovarne qualche eco in più nel corso della narrazione.
Resta una lettura sincera, capace di riportare alla mente quel momento della vita in cui ogni esperienza sembra destinata a diventare un ricordo inciso nella pietra.
Grazie della condivisione.
Sliding doors, i mondi possibili … uno dei miei temi preferiti in letteratura, raccontato in modo diretto, onesto. Complimenti!