Premio Racconti nella Rete 2026 “Kíbit” di Dario Giovannoni
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Kíbit si muoveva all’interno di un territorio che non aveva più voce. Il silenzio non era stato improvviso, ma sedimentato, come se si fosse depositato giorno dopo giorno. La peste aveva attraversato l’isola in modo sistematico, lasciando dietro di sé spazi vuoti e oggetti immobili. Le costruzioni restavano aperte, esposte al vento salmastro; i sentieri erano ancora visibili, ma non portavano più da nessuno.
Ogni giorno Kíbit avanzava lentamente lungo la costa, seguendo una linea incerta tra la sabbia e la vegetazione. Il mare, ampio e luminoso, non offriva conforto. Le onde si ripetevano con la stessa cadenza di sempre, indifferenti. Intorno a lui si estendevano spiagge chiare, interrotte da piccoli boschetti tropicali dove il fogliame cresceva fitto e disordinato. Più all’interno si alzavano monticelli di roccia e sabbia, a tratti brulli, a tratti coperti da erbe resistenti. Kíbit attraversava quegli spazi come se li stesse imparando di nuovo, pur avendoli già percorsi infinite volte.
Nel suo vagabondare non c’era una meta precisa. Il movimento era diventato una necessità, un modo per non fermarsi troppo a lungo in un punto solo. La lunga strada di sabbia che attraversava il territorio da est a ovest era uno dei suoi percorsi abituali. L’aveva percorsa in passato e la percorreva ancora adesso, sempre uguale, sempre vuota. Camminando, avvertiva una sensazione ambigua: da un lato il piacere di riconoscere luoghi familiari, dall’altro la consapevolezza che nulla sarebbe cambiato al termine del cammino.
La noia non era semplice inattività, era una presenza costante, una forma di stanchezza che si insinuava nei gesti ripetuti, nei ritorni ciclici agli stessi punti. Anche il tempo sembrava essersi appiattito. Non c’erano più eventi a scandirlo, solo luce e buio, caldo e umidità. Kíbit percepiva tutto questo con una lucidità disarmante che non riusciva a spiegare.
Tra i luoghi che continuavano ad attirarlo c’era la casa in collina. Per raggiungerla saliva lungo un sentiero stretto, scavato nella terra rossa, costeggiato da arbusti bassi. La casa dominava il territorio, offrendo una vista ampia sul mare e sulle pianure sottostanti. Al suo interno restavano tracce di vita: superfici impolverate, oggetti lasciati a metà, segni di una fuga improvvisa. Kíbit si aggirava tra quelle stanze in cerca di qualcosa da mangiare, ma senza toccare nient’altro, come se rispettasse una presenza invisibile. Lì, il senso della storia si faceva più intenso, come se le pareti conservassero memoria di ciò che era accaduto.
Talvolta si fermava all’ombra, osservando il paesaggio. In quei momenti sentiva di resistere, di continuare nonostante tutto, forte come un leone pur non avendo mai scelto di esserlo. Era una forza silenziosa, priva di eroismo, legata solo alla sopravvivenza.
C’era però un luogo che aveva sempre evitato. Si trovava oltre una zona rocciosa, nascosto alla vista, segnalato un tempo da simboli e barriere. Era la porta proibita. Quando l’isola era abitata, nessuno osava avvicinarsi a essa: si diceva che oltre quel punto fosse custodito qualcosa che non doveva essere conosciuto. La porta era stata sorvegliata, difesa, temuta. Ora non restava che un varco aperto e il ricordo di una proibizione senza più custodi.
Un giorno Kíbit vi si avvicinò. Non tanto per curiosità improvvisa, ma perché il territorio, ormai esplorato in ogni sua parte accessibile, non offriva più alternative. Oltrepassata la soglia, il paesaggio mutava radicalmente. Il terreno si faceva grigio, fragile, coperto da uno strato sottile di cenere che si sollevava nell’aria. Al centro di quella spianata sorgevano due stele di pietra, antiche, incise con segni profondi.
Sulla prima stele era raffigurato un gatto, eretto, dallo sguardo fiero. Intorno all’immagine erano incisi racconti di un tempo remoto, quando l’isola era abitata solo da esseri simili a quella figura; esseri dotati di un’intelligenza superiore rispetto ai gatti comuni, capaci di vivere in armonia con l’ambiente.
Sulla seconda stele era incisa una profezia: l’arrivo dell’uomo, la colonizzazione, la sostituzione.
Erano le due verità che avevano governato l’isola e che ora emergevano dalla polvere.
In quel momento tutto si ricompose. Kíbit comprese di non essere un gatto qualunque. Era l’ultimo superstite di quella razza antica, cresciuto solo, ignaro della propria origine. Gli uomini avevano preso il controllo dell’isola, cancellando i suoi simili, e poi erano stati a loro volta annientati dalla peste. La consapevolezza di tutto ciò lo colpì con violenza. Provava un misto di dolore e smarrimento, e soprattutto collera. Una rabbia silenziosa verso gli esseri umani, responsabili di uno sterminio che ora non poteva più essere vendicato. Kíbit rimase immobile davanti alle stele, circondato dalla cenere. Il vento si alzò forte, sferzando il pelo del suo manto lucente. Un profondo brivido lo pervase. La sua solitudine non era più solo mancanza: era memoria e condanna, testimonianza di una storia che nessuno avrebbe più raccontato.
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