Premio Racconti nella Rete 2026 “Casa mia” di Andrea Dressadore
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Casa mia: mi sono chiesto a lungo cosa sia.
Non amo viaggiare per vedere posti. Non pianifico, non prenoto, non giro con guide sottolineate.
Non cerco un ricordo ma un’esperienza. Non guardare luoghi ma parteciparli.
Non arrivo con gli indumenti giusti. Li scelgo lì, sul posto, al momento.
Sembra che io sia in una costante ricerca di “casa mia”.
Ho bisogno di stare, non solo di transitare.
Un posto diventa rassicurante solo quando se ne assorbe la storia, quando diventano tuoi quegli usi e costumi.
E allora vivo casa dopo aver trascorso un’intera nottata a tirare a bordo metri di rete stesa sul Tirreno, a pesca del gambero rosso del Cilento, davanti a Capo Palinuro, su una piccola imbarcazione con un anziano capitano e i suoi due figli.
Ma anche aspettando, sulla banchina di Chioggia, la flotta dei pescherecci che all’alba rientrano con poche vongole rastrellate sul fondo del Mediterraneo. Oppure il profumo dei cefali arrostiti su griglie al porto.
Casa è anche trascorrere intere mattinate a raccogliere capperi sulla costa del golfo di Pulsano. Pulirli, togliere i piccioli e metterli sotto sale.
Casa è riposare volgendo lo sguardo dal lastrico solare, nel Salento, verso sud, e scorgere la Sila oltre lo Ionio.
Casa è chiacchierare con i tabarchini nei carruggi di Carloforte o osservare le muciare — nere come la pece — che rientrano dopo la mattanza.
È anche la cucina dal grande focolare, con accanto una stalla, vacca e vitello. Un secchio di latte appena munto e il dito di un bambino tuffato nella panna.
È l’odore della terra capovolta da un vecchio aratro, dal vomere liscio come il vetro e dall’orecchio che trasporta il suo fondo fertile alla luce; la fragranza della medica appena tagliata con una falce dal tagliente ribattuto e affilato.
Casa è il seno turgido di una madre che placa il convulso pianto del proprio bimbo. È quel fortuito sfiorare la mano della giovane scolara, tra i banchi di legno — e dentro, d’improvviso, le farfalle.
È ascoltare le tante voci in un unico timbro dei canti gregoriani, che immergono in un raccoglimento dove il corpo si dimentica; “La fiera dell’Est”, una filastrocca che rivela la fragilità del potere, mai assoluto; la profondità di Battiato nelle parole che conosci; discutere un’intera notte se Dio è dalla parte degli ultimi a qualsiasi costo.
Casa è sette Aprile a Padova; il malessere di essere giovani, il bisogno di rivolta, i cattivi maestri.
Casa è orto: la fatica della vanga, il prurito delle braccia a fine raccolta delle zucchine, ma anche il profumo tra i filari di finocchio e il sapore del pomodoro. Sbucciare le pannocchie di grano turco tutti insieme.
È la vendemmia al mattino, con la rugiada, e quando — con il sole alto — il succo degli acini cola nelle maniche.
E ancora, il suono della Verdiana, che cambia: arrogante con il disgelo, un sussurro d’estate; torbido con le piene, ovattato sotto il ghiaccio d’inverno. È la poiana che volteggia calma, a segnare il perimetro del bosco.
Casa è Via Zamboni, Porta Saragozza; la Grassa. Piazza Grande, le osterie. I viaggi in treno, l’università iniziata e mai finita.
È Sacile e la divisa, a guardia del “sito”, i viaggi in camion FIAT CM52, guida a destra, cambio a sinistra, senza servosterzo: un volante esagerato, forza bruta per sterzare.
Casa è percorrere in camion la Traversa di Pracchia, Silla, il pranzo nel barattolo di latta. Spalare la neve dal tetto quando il peso ha troppo avvicinato il monaco alla catena.
Casa è l’odore della carta e dell’inchiostro, il ritmo della Heidelberg: “ffff-clonk”.
È l’emulsione bianca di un tornio con a terra i trucioli metallici da raccogliere e trasportare, l’odore del mastice e gommapiuma nel laboratorio di tappezzeria.
Casa è l’odore dell’aula vuota, abbandonata dopo la campana. Tante carte a terra, il cestino colmo — tutto in attesa del bidello.
Casa è il carrello che, nel suo interminabile moto, scorre veloce in piano e avanza la maglia.
Casa mia non è solo ora: è quello che è stato e quello che sarà.
Casa è dove mi sento amato.
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