Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La panchina emarginata” di Andrea Dressadore

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Seduto su di una panchina, con indosso un impermeabile di gomma di colore scuro dal grande cappuccio. Nessuna luce artificiale illuminava quel posto; solo il chiarore di una luna calante sbiadiva i contorni della scena, bagnata da una pioggerellina fine, quasi impalpabile.

Era fermo, immobile.

Si percepiva solo perché quell’immagine era fissa, in primo piano, e contrastava con uno sfondo in movimento: un effetto causato da una leggera brezza notturna che muoveva le fronde degli alberi e degli arbusti del giardino pubblico dietro di lui.

I pensieri che affollavano la sua mente lo agitavano, occupavano tutta la sua persona, non gli davano pace. Lo tormentavano a tal punto che lo sprofondavano in un’immobilità surreale. Il suo disagio era così profondo che nulla appariva all’esterno: tutto era imprigionato in uno stato di apparente quiete. Tutta quella tensione era il risultato di un lento accumulo, giorno dopo giorno, sino a quando la soglia di carico massimo era stata raggiunta e, come avviene in natura, in un momento non conosciuto né annunciato, sarebbe potuta esplodere.

Di lì a poco, ormai a notte inoltrata, arriva nel parco un’ambulanza a sirene spente ma con i lampeggianti accesi. Quel blu che girava in tondo, sommato a quella scena, la arricchiva di un ulteriore effetto: quello di renderla ancora più surreale. Si ferma nei pressi della panchina, davanti a lui. Scendono un operatore seguito da un medico e, con estrema cautela, tentano un approccio. Lui li conosce e loro lui. Tutto sommato questa era la normalità, la cosa si svolge con la solita routine, nessuna sorpresa. Già sperimentato, già collaudato. Sale senza reticenza, rassegnato ma non del tutto convinto.

Le operazioni si svolgevano lentamente, come in uno slow-motion, un rito.

Una realtà vissuta e rivissuta. Quasi quotidiana.

I sanitari avevano ben presente la sua situazione. Ormai conoscevano i suoi bisogni e provavano a lenire quel carico emotivo che si trasformava in tormento, che spesso [lui] tentava di smorzare, attenuare, annullare o spegnere in ogni modo e con qualsiasi mezzo.

Io lo ricordo bene e probabilmente non sono riuscito ad essergli mai stato abbastanza amico. Era un bimbo tenero, pieno di gentilezze. Sì, aveva difficoltà ad interagire con i coetanei e gli estranei, ma solo un po’ più di altri ragazzi. Curioso di tutto ciò che lo circondava, estimatore dei giochi di strategia, magnifico scacchista.

Da bambino la distanza dagli altri non era poi così marcata. Uno di noi, molto simile, solo un po’ più strano, meno convenzionale.

È difficile comprendere cosa sia successo, quando e quale dei momenti che sono tappe della crescita di ciascuno sia stato quello in cui, per lui, la strada ha scelto un percorso diverso. Non previsto né prevedibile.

Con il crescere, quel bimbo diventato ragazzo ha dimostrato tutto il suo essere disuguale. Il suo non essere allineato ha sempre più pesato, si è sempre più allontanato dall’ordinario.

Ora è un giovane uomo, tanto forte fuori quanto debole dentro; tanto chiari i suoi pensieri quanto confuse le sue parole. Risoluto nell’involucro (materia), incerto nel contenuto (spirito).

Sicuramente porta con sé una grande sensibilità. Una diversa intelligenza, una diversa abilità.

Viaggia sempre accompagnato da quella borsa di tela ormai logora e coperta di ogni sorta di macchia, come a rappresentare la sua vita quasi consumata, cosparsa di episodi gravi. Dentro poche cose, quelle essenziali: un quaderno usurato, scritto fitto, tutto compilato con ordine e disordine, sbilanciato come lui.

Quel giovane adulto ora alza gli occhi e guarda uno di loro, la giovane infermiera. «Per favore leggilo» — queste le sole parole che le dice consegnando nelle sue mani il quaderno sgualcito.

Chissà?… La causa di tutto ciò potrebbe essere stato un profondo disagio che gli ha provocato reazioni così forti da sconvolgere il suo animo, la sua parte più intima, il tabernacolo dell’anima. Non so, non conosco la sua storia, ma ne sono ugualmente fortemente attratto. Mi intriga questa sua dimensione ma anch’io, come lui, non riesco a trovare un comune linguaggio che ci possa far dialogare.

So però che c’è, sono sicuro che esiste un modo che può garantire il confronto. Se dovessi esprimere graficamente la questione, direi che abitiamo tutti uno stesso piano anche se, a volte, è come se ci trovassimo su quadranti diversi, separati dai due assi. Stiamo tutti comunque in uno stesso spazio che consente di visualizzare e descrivere relazioni tra variabili e costanti.

Ora è con loro. Sarà preso in carico e proveranno, assieme, a ripristinare un equilibrio che continuerà a essere, in ogni caso, precario.

Funzionerà? Magari per qualche tempo.

Poi tutto si ripeterà con uguale copione, con la stessa sceneggiatura.

Probabilmente cambierà lo sfondo, non sarà un giardino; oppure l’ora, non sarà di notte; oppure il tempo, non pioverà; ma certamente ci sarà una panchina emarginata. Non importa se vicina a casa o in un’altra città, sarà certamente isolata e orfana; rappresenterà lui e il suo stato di inquietante quiete.

Ci sarà solo da capire se quella magnitudo incamerata si manifesterà prima dell’arrivo dell’ennesima automedica che, con il proprio carico di umanità, tenterà di disinnescare il tragico evento. Quei benefattori proveranno a lenire la sofferenza, contenere la rabbia, appianare le differenze, ad arginare le pulsioni.

Tutti noi vediamo e immaginiamo quegli assistenti come angeli benefattori, ma forse per lui quegli angeli potrebbero rappresentare i “conigli neri di Pinocchio”. Forse quei conigli lo terrorizzano, sono il segnale che sta per arrivare la medicina che salva noi ma condanna lui. Che lo condanna ad un torpore che ferma il suo percorso; ad uno stop che comprime – fino a sentir male – il suo presente. Che confina la sua esistenza, il suo stesso essere vivo.

Immagino che la differenza che porta con sé sia la somma di molte esperienze (del suo intero vissuto) accumulate nel tempo, che lo hanno diviso in tanti “piccoli lui”, ognuno con grandi sentimenti, ognuno con nuove idee che non riesce a condividere. Che non sa o non vuole comunicare.

Tante domande ricorrono spesso nei miei pensieri: perché la diversità solo per pochi diventa una risorsa e invece per i più uno svantaggio? Forse è solo una questione di fortuna? Forse è il caso che determina il successo di una deviazione e condanna tutto il resto?

In natura la salvezza delle specie o la loro evoluzione è sempre avvenuta per causa di una diversa caratteristica che meglio si adattava alle modifiche dell’ambiente circostante . Oppure. Il progresso dell’umanità è sopraggiunto quando “un visionario” ha proposto un nuovo ordine o un nuovo modello rispetto al comune sentire o in contrapposizione alla dottrina classica.

La domanda nasce spontanea: non è che la differenza tra genio e pazzia dipende ed è condizionata dalle circostanze? Forse dovremmo essere più attenti a tutti quelli che si discostano dal quotidiano sentire o dall’universale vedere.

Dovremmo, tutti, esercitarci ad ascoltare e osservare da prospettive diverse.

Realtà e fantasia dovrebbero poter viaggiare sempre assieme, dovrebbero essere compagne di viaggio. Convenzione e rigidità dovrebbero sempre andare di pari passo con la stravaganza e il compromesso; solo così ci sarà lo spazio per percorrere strade nuove, esplorare percorsi innovativi. Certo, il rischio è che il nuovo, così come immaginato, non potrà essere totalmente realizzato.

Poco importa: resterà sempre uno “strano”, sì. Ma senza quelli come lui, il mondo sarebbe solo un luogo simmetrico e prevedibile.

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.