Premio Racconti nella Rete 2026 “Andando dove non so” di Paolo Pupo
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Dedicato ad Alfredino, la perdita della mia innocenza
Alla fine della strada potrò dire che i miei giorni li ho vissuti. Non ci sono rondini, né giunchi, a far sorgere le stelle dentro la mia anima, dove abita un mondo screziato da una tenue scia di silenzio, fiato di azzurro in un inverno radicato nel sangue tremebondo di un grembo, vasto come il pallido stelo di un segreto sepolto dalle ombre sospese nel monte. Rigirato, rovesciato, resto disteso tra queste lunghe luci, queste lunghe onde, questi sentieri senza fine, con gli spettri che inseguono, inseguono quelques arpents de neige, perché la guerra non libera mai l’uomo dalla guerra e l’uomo può anche abituarsi alle ombre, ma il nodo delle sue palpebre ricrescerà sempre nello zampillo di una cella strizzata dagli anni. Magari potessi chiedere perdono chiudendo ferite addormentate di una guerra lontana, magari potessi custodire in un cortile avaro di petali la mia prigione di buio, magari potessi addolcire le parole sdraiate sul basolato del pensiero, magari potessi strofinare le percosse lasciate a marcire in soffitta, magari potessi imparare l’odore del sole ed il peso dei passi sulle cime dei prati, ma non posso, perché il mio orizzonte è una scacchiera lastricata di spine, bagaglio inghiottito dalla cenere della tempesta, quando un cespuglio di sonno s’infila nel recinto ed il fango di una preghiera strepita tra inchini di stoffa ed acrobazie di pagliacci.
Je n’avais que le néant, tutto quel che avevo era il nulla. Ho chiuso gli occhi dentro una porzione di nuvole, le vocali sprecano la saliva dell’esistenza e la cresta dei deliri nel digiuno del domani respira un coriandolo di vento, quasi lievito d’acqua in un bisbiglio di freddo, placenta di tempesta nella febbre di un’alba votata al martirio, bivacco di un incendio salvato dalla polvere di una cantilena, che dondola tra pozzi di piombo e tramonti inghiottiti dalla Via Lattea. Il futuro mi dice che sarò libero di abbracciare la meraviglia, ma tanto già so che calerà su di me la sera delle meduse e la paura vagabonda di una duna scorticata dalle stelle si farà fulmine di scossa e sterile impronta in calce alla sorte, avvolgendomi nella schiuma delle lacrime pizzicate dal sale, un saliscendi di traverso, gentile come una carezza ed amaro come un fiume cullato da una melodia klezmer. Vorrei sedermi, beato, ad ascoltare l’ostinato sussurro, vorrei generare lillà dalla terra morta, confondendo memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia di primavera, vorrei ricordare l’azzurrite nel cielo del Caravaggio, prima che il tempo si riprenda il mare, el siempre mar, anche se so che ya estaba y era, vorrei tornare a vedere gli alberi, dopo lo scenario lunare del passo Khyber, mentre Farid tiene la testa china e tormenta la frangia sfilacciata della stuoia, vorrei vedere l’aria brulicare di bianco, mentre passano bimbi in un balbettìo di pianto, vorrei ammirare la luce d’argento nell’ombra degli archi, quando cade il vento e le cicale non cantano più, vorrei misurare l’ardore del sole dalle impronte lasciate sui sassi, vorrei fermare tutti gli orologi e chiudere i pianoforti, svuotare l’oceano e sradicare il bosco, vorrei consolarmi quando fuori è notte e cade una dolce pioggia improvvisa, vorrei alleviare il dolore di una vita, guarire una pena, aiutare un pettirosso caduto a rientrare nel nido, vorrei vedere la mia gioia farsi una capriola, magari mentre le mie parole stanno scorrendo per la cruna d’un ago.
Dansez sur moi, le soir de mes funerailles, que la vie soit feu d’artifice et la mort un feu de paille, siamo meteore lanciate dal caso, il solo sovrano legittimo dell’universo. Chi soffre in silenzio ha perso la voce? Se mi lascio andare, dove vado a finire? Ricordo la verde ferita dei miei occhi alla Velasquez, come se Picasso morisse con mille capolavori appesi solo alla sua mente, nenia di parole vendute all’incanto e potrei annodare i fiori con la cravatta, magari incontrare la vittoria e la sconfitta e trattare queste due bugiarde allo stesso modo, stringendo le mie pupille nel crampo della mano, non intendere più nulla, inghiottito dall’abisso nella meraviglia di poter guardare ciò che non si vede, perché alcune persone sono ciò che il tempo esige, fanno le fusa al sole sui gradini dei mattini sparpagliati tra costellazioni di note immote, galleggiano in un tempo scalciato dai giorni dentro gusci di latte rannicchiati in un grido, scompaiono come cenere di fantasmi in un giardino di pioggia, partoriscono capriole di silenzio in guanciali tremolanti di macchie vermiglie, simulano il mistero nel labirinto di una lingua che splende d’ardente lucciola e fuoco d’allegria, radunano la quiete antica nella preghiera spenta dei secoli, s’innamorano di baci ebbri di musica e mistero, celebrando l’intimità della fragile follia nel frutto esiliato di un dono agognato dai respiri. Mischiati nella melma del loro stesso sangue, avvolti in una spirale di madida vergogna, continuano a farsi sempre le medesime domande. Mi amavi anche prima che io esistessi? Chi avete amato? Che cos’è la felicità? Quasi quasi, mi commuovo.
De cris et de cendres, ho perso giorni in esilio senza il disordine adolescente delle ore spettinate, ho riconosciuto in lontananza la pena acerba della discesa sbocciata dal nulla, ho creduto nell’immensità del buio in orme peste di festa e rondini in divenire, ho chiesto al profumo di una pervinca il senso di un colore frantumato dagli sbagli, ho scaraventato la mia maschera in un dolore che brucia le piume ed arde in un battito d’ira scomposta, ho sperato nell’ardore delle palpebre soffuse in un regno zoppo di frammenti e lamenti, ho scrostato la corteccia del destino per farne brandelli d’amore e graffi vicini ad un abbraccio, ho portato una piuma, non una croce, perché quello che veramente ami rimane, il resto sono scorie ed appunti sul dolore, ho assaporato la grazia dell’inverno, tanto, quando gli dei vogliono fare un dispetto agli uomini, esaudiscono i loro desideri, perché il ricordo della felicità non è più felicità, il ricordo del dolore è sempre dolore e ci ritroveremo tutti a Samarra, ho sprecato il tempo ed ora il tempo sta sprecando me, come in una tela di Rembrandt, perché la gioventù non sa quel che può, mentre la vecchiaia non può quel che sa, ho capito che tutti abbiamo a disposizione due vite e la seconda comincia quando realizzi di averne soltanto una, riflessa sull’acqua, bolla di sapone, ho percepito che potrei essere confinato in un guscio di noce e considerarmi un re dello spazio infinito, tanto in faccia ai maligni e ai superbi il mio nome scintillerà, non voglio più essere io, perché ogni io ha bisogno di una patria, ce qui excuse Dieu c’est qu’il n’existe pas ed è faticoso essere morti, quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco un po’ d’eternità.
Aux bras des vagues et des vomissures, io che ho visto tutto oggi sono vero, cercando un senso anche per voi, mentre intorno riluce il silenzio dei pensieri e gli occhi di cera raddrizzano anche le nuvole, schizza ogni particella di finitudine in questo brillare di carne scampata all’urgenza di baci incatenati alla polvere e foreste di cielo appassite dagli incendi, in una pazzia germogliata da fiamme in caduta e brama fecondata da primavera di selvatico respiro, colore d’infanzia vispa evasa da un acquerello felice nascosto in giardino, quando la pioggia di foglie si consegna al silenzio delle comete. Potrei chiedere alle nuvole di battezzare l’uscio di un battito di luce, per ascoltare il tumulto sfumato vestito di crepuscolo, potrei specchiarmi nell’aurora sorta dagli incanti dell’ora tiepida ai piedi dell’alba, per risalire il torrente scosceso in un’ombra di bosco, potrei seguire tra le dita le orme trasecolate in una stella di sabbia, per avvicinarmi ai fulmini cosparsi di piaghe odorose di nulla, potrei emergere da un garrito di vento e ribollire l’anima in una culla di destini, per aggrapparmi sfinito alla catena dell’ovvio ed ondulare sereno tra gli scogli ingemmati, potrei sciogliermi in un sorriso distratto abbracciato ad una brezza di gelso, per inchinarmi all’attesa di un alveare macchiato di magia, potrei combattere gli sguardi vaghi di un geroglifico attratto dalle lucciole, per adagiare l’attesa senza profumi nè danze, potrei vacillare dinnanzi al falò delle vanità sospeso su una lastra di ghiaccio bollente, per inondare il cuore tra cristalli di chiarore e boccioli in allerta, potrei illuminare gli istanti cosparsi di flauti scherzosi, per ululare la mia febbre di vita e folgorarmi di dolcezza, potrei, ma non posso, perché la bellezza non ha mai salvato il mondo e le pupille, ormai stanche, non possono più cogliere il mistero dell’esistenza.
Dans la voie de nos lumières, vivemmo e qual di paurosa larva e di sudato sogno, a lattante fanciullo erra nell’alma confusa ricordanza, quasi ad aprire il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, siamo uno specchio macchiato, le cose che vediamo non sono né belle, né veramente felici, tanto nessuno esiste di per sé, ma ognuno è inventato da tutti gli altri, siamo l’ineludibile scorcio di un viale viennese omaggiato da Paolo Conte, faccia scassata alla ricerca dell’Assoluto di Balzac, ‘nu quadro e luntananza che si accorge anche lui che gli dei sono diventati malattia, una malattia frugata tra i cespugli della terra ed accostata ad un passato rauco nel solco di un bagliore. Ma ora, ve lo chiedo in ginocchio, lasciatemi solo a stendermi su questo prato di inchiostro avvizzito, il viaggio sta rubando pagine fiorite alle fiaccole degli incubi e la lingua non vola più come una rondine al tetto della solitudine, sento il caldo fresco di un fiore di sorriso donato all’alba di una gioia allungata da una fronte ossuta di tepore, mi perdo, felice, tra le braccia di un ginepro caglioso di rumore abbandonato allo spasimo, il lucore fradicio dell’ombra gelatinosa dialoga con il tarlo di una candela sventagliata dalla nebbia e non canto più, né lamenti, né lacrime, possiedo soltanto un gessetto per scolpire il tempo di Yourcenar, io non ho radici, in me non si è piantato alcun suolo, io non ho origini, pas peur du bonheur. Mi giro e, deciso, m’incammino verso casa. Non so cosa sia successo, ma di qualunque cosa si tratti, so di avere ancora speranza e che quel che è stato può tornare ad essere. Posso ridestare una parte di quella gioia, per portarmi a casa le sang et la boue, posso dividerli con altri, because the wind blows wherever it wants. Cammino più svelto ora, per silenzio e vento. So che gli occhi mi brillano, so che tu l’hai notato e so anche che ora posso tenerti la mano.
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