Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Punto d’incontro” di Annarosa Tonin

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Arianna è di nuovo davanti alle macchinette distributrici di cibo e bevande.

La prima volta che ci siamo incontrate le stava fissando come a chiedersi se fosse proprio quello il posto giusto da cui partire per superare le barriere di una nuova lingua da conoscere. Verso l’est dei quattro confini che aveva oltrepassato, per arrivare nella città delle macchinette, era il tempo delle rane da appoggiare sulle foglie dei platani, per vederle meglio. Se lei fosse stata ancora lì, le sue mani non avrebbero raggiunto le orecchie per attutire quel gracidare senza sosta; si sarebbero accostate alle rane, per paura che fossero le foglie di platano a non andare bene. Troppo grandi o troppo piccole? Troppo sporche? Se fosse rimasta, avrebbe continuato a non chiedere come le foglie dovevano essere preparate per accogliere le rane da mangiare, ma a seguire il buon senso, cercando quelle più lucide, sicura che il loro luccichio bastasse a far scappare le rane, a farle scivolare di nuovo verso lo stagno della libertà. L’aveva inquietata scoprire un giorno che esse non percepiscono l’aumento della temperatura dell’acqua, una volta messe in pentola. Allora si era sentita in colpa, per averle mangiate tante volte. Poi, aveva smesso e attuato il proposito di salvarne il maggior numero possibile, grazie alla storia del luccichio delle foglie e al dubbio che le era venuto, a proposito del pentimento e delle opere buone con cui ti garantisci la salvezza dell’anima.

Arianna è di nuovo davanti alle macchinette e, come la prima volta che ci siamo incontrate, il suo pensiero verso est sta affidando ancora una volta al luccichio delle foglie dei platani la salvezza delle rane e, in un certo senso, anche la sua, nella speranza che il solo pensiero basti.

Nelle vicinanze delle macchinette non ci sono le rane. Arianna le ha cercate a lungo, fino all’argine del fiume, ogni anno che ha vissuto qui, ma non le ha mai trovate. Forse, avrebbe ancora bisogno di altro tempo, parente stretto di quel tempo che le è servito per conoscere una nuova lingua? No, perché è giunto, invece, il tempo di voltare le spalle all’argine del fiume e alle rane che, ne è certa, si nascondono da qualche parte, per non essere costrette a superare barriere fatali, dato che qui le foglie in generale non luccicano.

La prima volta che ci siamo incontrate era felice di aver liberato molte rane a est, ma aveva paura di incontrare e conoscere una nuova lingua. 

«Un’altra?», aveva chiesto alla nonna, prima di lasciarla e oltrepassare i confini di quattro stati, per raggiungere la madre. Non sapeva se ritenersi fortunata, oppure stanca di dividere le sue giornate in base alla lingua con cui comunicare.

Era arrivata puntuale davanti alle macchinette, senza indicazioni su chi l’avrebbe accolta.

L’aveva immaginata diversa, l’accoglienza.

«C’è un tempo per ogni cosa», le ricordava ogni sera la nonna, e lei avrebbe continuato a rispettarli, il tempo e la nonna e anche la scoperta che oltre ogni confine c’è accoglienza e accoglienza.

La prima volta che ci siamo incontrate era il tempo della quinta lingua in tredici anni di vita. Niente male, davvero; un inusuale biglietto da visita, avevo riflettuto ad alta voce.

Il compito di insegnarle la quinta lingua mi era stato affidato per esclusione. In nessuna delle altre colleghe si era fatta strada quella che, secondo me, rappresentava l’occasione della vita. Uscire dall’abitudine, dalle stesse facce alla solita ora in un posto allergico, per non dire ostile, allo sguardo fuori, oltre, da qualche parte, comunque lontano.

Arianna e io abbiamo concordato fin da subito di eleggere come Punto d’Incontro le macchinette distributrici di cibo, bevande e parole.

Delle quattro lingue che lei già parlava come se le appartenessero tutte dalla nascita, ne conoscevo soltanto una, grazie alla quale le altre colleghe si erano defilate, adducendo la motivazione meno nobile del mondo: non me la sento, è troppo impegnativo.

Ecco, il Punto d’Incontro mio e di Arianna, oltre alle macchinette, è stato anche un altro: non abbiamo paura dell’impegno e con impegno intendiamo accogliere le sfide come opportunità, ciò che non sappiamo dire o fare come confini da oltrepassare.

Sono trascorsi tre anni e da domani Arianna non si fermerà più davanti al Punto d’Incontro. Si è iscritta a un’altra scuola di un’altra città. «Altro giro altra corsa», mi ha scritto ieri sera su Whatsapp la madre, che ha lasciato crescere Arianna lontana da lei, nelle campagne verso est, fra la gente di confine che, dalla notte dei tempi, alla lingua del focolare aggiunge quelle di villaggi e città dove una sola lingua non basta.

«Perché dovrei venire dove stai tu?», aveva chiesto Arianna alla madre in una delle lingue di confine, per provocarla e capire se ancora se le ricordava davvero, la lingua e la figlia.

Era stato un maestro elementare a incoraggiarla. «Vai, così mi farai sapere com’è imparare a stare in un posto dove ci sono le macchinette distributrici di cibo e bevande. Ne compreremo una per la nostra scuola». Arianna aveva paura di verificare da sé se ne valeva la pena. Sarebbe riuscita a imparare una nuova lingua per tornare e raccontare al maestro come si guarda, si accoglie e si parla oltre i confini di quattro stati?

«PLUS ULTRA». Erano state le prime parole di Arianna per me. Era arrivata a tredici anni davanti alle macchinette distributrici di cibo, bevande e parole, senza conoscere l’inglese, ma conosceva il latino.

«Chi se lo prende un impegno simile?» La cantilena delle colleghe era echeggiata per giorni. La Corale dell’Abitudine aveva intonato il suo canone, la stessa antifona all’infinito, dalla quale, ormai, avevo imparato a stare lontano.

Anche oggi, mentre mi aspetta, Arianna è davanti alla macchinette per ringraziarle di non distribuire le rane.

«Bisogna sempre ringraziare qualcosa o qualcuno, quando ci si sente migliori», le raccomanda la nonna, che è ancora lì, nelle campagne verso est, a parlare tre lingue e a ringraziare il maestro elementare che continua a insegnare la quarta, quel latino che lei non conosce. Ciò che le sta a cuore, però, è sapere da Arianna se ha dimenticato come si avvicinano le rane, si appoggiano sulle foglie dei platani e poi si cucinano.

«Se tornerò verso est, non racconterò che qui esistono delle rane talmente speciali da impedire alle orecchie umane di percepirne il gracidare. Così, possono vivere in santa pace». L’accoglienza di Arianna al mio arrivo. «Secondo me, tornerai presto».

Arianna abbassa lo sguardo e apre lo zaino. Trova una piccola busta rossa, la mette nella tasca della mia giacca, sorride e se ne va.

Ancora qualche istante e la campanella di fine lezioni suonerà. Prendo la busta e la apro. Un biglietto rosso e due nere parole latine.

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.