Premio Racconti nella Rete 2026 “Trambusto” di Stefano Finzi Vita
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026A volte il treno sbagliato ti porta alla stazione giusta [cit. da The Lunchbox, film del 2014]
A Max, mentre si preparava per uscire, era andato tutto storto: non trovava il cellulare, cercandolo aveva urtato una bottiglia di vino che si era rovesciata sul pavimento, aveva dovuto cambiarsi il golf per una brutta macchia. Ora era pronto, ma in ritardo. Lo aspettava un importante colloquio di lavoro a cui non poteva mancare. Da quando aveva perso il posto di guardia giurata erano passati tre mesi, e il suo conto in banca era in rosso. Una società bandiva un nuovo posto presso la sua sede, ma i colloqui avevano un orario rigido, e per arrivarci doveva prendere i mezzi.
Scese le scale di corsa, sbucò sulla strada senza guardare, travolgendo un’anziana signora col carrello della spesa. La signora si salvò ma dal carrello cascarono delle mele. Raccolte quelle e fatte le debite scuse riprese la corsa verso la fermata. Accidenti, il bus era proprio laggiù, pronto a ripartire. Si mise a correre gesticolando e urlando parole sconnesse. Lo raggiunse un secondo prima che le porte si chiudessero e riuscì a salire. Era affollato. Si appoggiò a un finestrino col fiatone, ce l’aveva fatta. Chiuse gli occhi respirando piano, ma quando li riaprì gli prese un colpo.
“Ma che strada fa?”, urlò. Una ragazza lì accanto sorrise rispondendo: “La solita.”
“Ma ha svoltato a destra…”, protestò.
“Infatti, dove gira di solito.”
“Ma questo non è il 2?”
“No, il 4.”
“È vero, qui ci passa pure il 4! E adesso?”
Stava per prendersela col finestrino, quando la ragazza intervenne di nuovo.
“Ma dove doveva andare?” Glielo disse.
“Eh, no, questo va dalla parte opposta. Può scendere alla prossima, ma per tornare indietro deve riprendere il 4 al contrario, che non passa in questa strada.”
“È proprio la giornata storta”, sospirò.
Lei sembrava intenzionata a consolarlo: “Era un appuntamento importante?”
“C’era in gioco un posto di lavoro, ma ormai è andato. Arrivare solo per vedere qualcun altro che firma il nuovo contratto sarebbe da scemi. Questo va in centro, vero?”
“Sì, non hai visto quanti turisti ci sono?”
Era passata al tu. Ora che la guardava meglio notò che era molto carina. Sul bus vide in effetti varie persone in pantaloncini e canotta, con zainetti, berretti e bottigliette d’acqua.
“E allora oggi vado a farmi due passi come un turista. Pure tu lo sei?”
“Oh, no, io lì ci lavoro.”
Gli scappò un “Beata te.” Restò in silenzio a pensare agli scherzi del destino, fino a che l’autobus non arrivò nei pressi della prima fermata utile, e si mosse verso l’uscita, salutando la vicina con riconoscenza. Grazie a lei non aveva preso il finestrino a capocciate. A un passo dalla porta il suo sguardo fu però catturato da una mano che scivolava di soppiatto dentro la tasca di uno zaino uscendone con un portafoglio tra le dita. Successe tutto in un attimo: si aprirono le porte, quel portafoglio finì nella tasca di un tizio che si fiondò giù verso la strada, Max gridò “Al ladro!”, saltando pure lui giù per inseguirlo. Altre persone scesero dopo di loro e il bus ripartì. Correndo cercò di mettere a fuoco il ladro: un ragazzo vestito piuttosto male, che accortosi di essere inseguito fece un brusco scarto imboccando una stradina laterale. Lui sbandò ma non perse campo. Dopo poco il tizio però inciampò contro la gamba di un tavolo di un bar finendo per terra. In un attimo Max gli fu sopra premendogli una mano sul petto per impedirgli di rialzarsi. Provò a fare il duro.
“Restituisci ciò che hai rubato o finisci in galera. Sono una guardia giurata.”
Non lo era, ma lo era stato, e se non avesse sbagliato autobus probabilmente lo sarebbe stato di nuovo. L’altro si arrese.
“Lo restituisco, non mi denunciare, ti prego. Non volevo farlo, ma non mangio da giorni.”
Lui allentò la presa, lasciandolo rialzare solo dopo la consegna del portafoglio. Lo fece sedere proprio al tavolino che l’aveva fermato, e gli sedette vicino per impedirne la fuga.
“Hai detto che hai fame? Allora ora ci prendiamo un cappuccino e mi spieghi meglio la tua situazione. Solo dopo decido se ti lascio andare.”
Nel vicolo la colluttazione era passata inosservata. Al bar nessuno era ancora ai tavoli, anche se da dentro arrivavano voci. Nell’attesa che si affacciasse un cameriere, Max iniziò il suo pseudo interrogatorio. Il ragazzo aveva venticinque anni e si chiamava Rosario (si fece mostrare un documento). Era venuto a Roma dalla Calabria in cerca di lavoro, ma finora non aveva trovato nulla. Dormiva nei parchi e per mangiare cercava di raccattare qualche moneta in giro. Giurò che fosse la prima volta che tentava un borseggio.
“Voglio crederti. Porto io il portafoglio alla polizia, dirò che al ladro è caduto mentre scappava.”
Proprio in quel momento apparve nel vicolo la ragazza del bus. Quando lo vide si illuminò: “E tu che ci fai qui? Non volevi fare due passi in centro?”
“Che ci fai tu, mi hai seguito?”
“No, io in questo bar ci lavoro. Ti ho sentito gridare mentre scendevi dall’autobus, correndo dietro a qualcuno, ma non ci ho capito nulla. Cosa è successo? Lui è un tuo amico?”
“Poi ti spiego. Arrivi al momento giusto. Ci porti due cappuccini e due cornetti?”
“Beh, datemi almeno il tempo di prendere servizio.”
Lui tornò al suo interrogatorio: “Ma tu che lavoro stai cercando, cosa sai fare?”
“Nel mio paese mi occupavo di impiantistica, ma ormai è mezzo vuoto e non c’è più lavoro. Per questo ho pensato di tentare la fortuna qui a Roma. Ma non ho referenze, così quando mi presento nessuno si fida.”
Ricomparve la ragazza coi cappuccini. “Io comunque sono Sandra.”
Rosario si fiondò sul cornetto addentandolo.
“Grazie, Sandra. Io sono Max, e lui Rosario, fermati un po’ con noi.”
“Meglio di no, se si affaccia il proprietario mi licenzia. È un tipo tosto, un calabrese.”
Rosario ebbe un sussulto: “Pure io.” “Tosto?” “No, calabrese.”
“Ah, scusa, non ce l’ho coi calabresi. Ma sono ancora in prova, ed è meglio se sto attenta. Anche perché tra una settimana il bar chiude per lavori, e voglio essere certa che quando riapre mi richiameranno. Vi lascio alle vostre chiacchiere.”
“No, aspetta, di che lavori parliamo?”
“Credo che rifaranno gli impianti, e non so che altro.”
Max fissò Rosario con uno sguardo interrogativo, ma lui non capiva.
“E chi farà i lavori, lo sai?”
“Non ho idea. Credo una ditta che conosce il proprietario. Ora vado.”
“Ok, grazie, tra poco passo a pagare.”
Appena si fu allontanata Max fece: “Che dici? Non potrebbe essere un’opportunità? Sempre che non mi hai detto balle. Sei davvero esperto di impianti?”
“Sì, l’ho fatto per anni. Ma ti pare che prendono me?”
“Lasciami fare. Seguimi e conferma solo tutto quello che dirò. Ricorda che se te la squagli ti denuncio, ho il tuo nome.”
Nel bar il proprietario era chiaramente il tizio alla cassa. Pagando Max si rivolse a Rosario:
“Scusami, quanto ti serve ancora per finire i lavori del bagno? Ce la fai in settimana?”
Quello rimase in silenzio finché non gli arrivò un calcio allo stinco.
“Sì, è quasi tutto a posto. Manca solo la caldaia. Dopo mi occuperò dell’impianto elettrico, e in un paio di giorni chiudo.”
Il proprietario ora seguiva con interesse. Max insistette:
“Hai lavorato davvero bene, e il tuo preventivo era pure il meno caro, sono soddisfatto.”
“A me interessa lavorare bene, così poi i clienti mi fanno pubblicità.”
Era entrato bene nel ruolo. Max salutò Sandra dicendo “Alla prossima”, ma il boss fermò Rosario: “Lei è calabrese?”
“Sì, di Gerace.”
“Come è piccolo il mondo, io di Cittanova, ma a Gerace conosco il sindaco.”
Partì un mare di chiacchiere in dialetto. Uno conosceva la sorella del cugino del parroco di Gerace, l’altro il nipote del farmacista di Cittanova, e non la smettevano più. Finché il barista chiese (ormai si davano del tu): “Ma tu hai una ditta di ristrutturazioni?”
Rosario si girò verso Max in cerca di sostegno.
“No, è un professionista indipendente. Mi è stato consigliato.” Abbassò la voce: “Sandra, una mia cara amica, mi ha parlato dei lavori che dovete fare qui. Le dico la verità: a me è convenuto il lavoro in nero, ma se serve lui può firmare anche un contratto regolare.”
“Se non hai fretta”, disse quello a Rosario “ti faccio vedere cosa vorrei fare.”
“Ottimo”, fece Max, “glielo lascio subito. Vieni un attimo fuori che ti dò le ultime istruzioni per casa. Arrivederci e grazie.”
Appena fuori del locale Rosario lo abbracciò.
“Grazie davvero. Ma come ti vengono idee così?”
“Lascia stare, a me piace risolvere problemi. Però in genere quelli degli altri. Adesso vado, ma lasciami il cellulare. Ecco pure qualche euro per mangiare. Ma mi raccomando, torna dentro e mostra professionalità. Vedrai che qualcosa viene fuori. Io ora faccio un salto al commissariato per il portafoglio. Niente più stronzate, chiaro?”
“Tranquillo, ho imparato la lezione. Ma tu fai davvero la guardia giurata?”
“La guardia giurata?” A chiederlo con gli occhi di fuori ora era Sandra, alle loro spalle.
“Giuro”, rispose lui.
“Se giuri allora lo sei davvero”, rise lei. “Ma di che stronzate parlavate?”
“Senti, sto solo cercando di aiutare un amico, che credo sia un bravo idraulico. Anche lui me l’ha giurato. Non è però una guardia, e nemmeno un ladro però…”
Aveva sottolineato le ultime parole fissando Rosario negli occhi. Sandra sembrava divertita.
“Ora che vai via vuoi qualche consiglio sull’autobus da prendere?”
“Sfotti? Dimmi piuttosto quando stacchi, che magari torniamo insieme verso casa. Tanto dobbiamo tutti e due riprendere il 4, giusto?”
“Alle cinque, quando mi sostituisce la collega del turno serale.”
“Bene, allora ripasso qui, così ti racconto un po’ di cose, e tu mi aggiorni sui lavori.”
Dopo qualche stretta di mano, Sandra e Rosario tornarono dentro mentre Max andò al commissariato dove si fermò più di un’ora. Nella deposizione ricostruì i fatti dal suo punto di vista. Del ladro dichiarò di non poter dire molto, non si era mai voltato durante la fuga, e appena il portafoglio gli era caduto lui l’aveva raccolto rinunciando ad inseguirlo. Lo aprirono davanti a lui: conteneva documenti ma anche una carta di credito e diversi contanti. Il derubato era un americano di Filadelfia, e la polizia si sarebbe attivata per rintracciarlo e restituirgli il maltolto. Firmato il verbale tornò per strada.
Che giornata! Aveva fatto una serie di casini perdendo un possibile posto di lavoro per poi sventare un borseggio e cercare di redimerne l’autore. Era proprio vero: risolveva i problemi degli altri ma non i propri. Di positivo vedeva solo Sandra. Gli piaceva molto, e non vedeva l’ora che arrivassero le cinque. Voleva scoprire dove abitasse. Quant’è che non frequentava una donna? Single e disoccupato, ecco il suo stato, una bell’accoppiata.
Trascorse il tempo facendo i famosi due passi per il centro. Mangiò della pizza, e si perse appresso alle vetrine, solo per capire cosa gli sarebbe piaciuto comprare appena avrebbe riavuto uno stipendio. Tornò infine al bar alle cinque meno dieci. Alla cassa non c’era il proprietario. Sandra stava di spalle preparando un caffè.
“Ne posso avere uno anche io?”
“Max! Sei tornato!”
“Che fai, non ti fidi di una guardia giurata?”
“Hai ragione. Vatti a sedere, che te lo faccio portare. Poi mi vado a cambiare e ti raggiungo.”
Poco più tardi era seduta accanto a lui, una cliente come tante. Max non stava nella pelle: “Dimmi com’è andata tra Rosario e il boss.”
“Direi bene: dopo un lungo giro del locale chiacchierando, si sono lasciati stringendosi la mano, quindi presumo che ci sia un accordo. Ma da quanto conosci quel Rosario?”
“Sono le cinque, giusto? Quindi circa da otto ore.”
“Ma otto ore fa è più o meno quando io e te ci siamo visti sul bus.”
“Esatto, e lì ci stava pure lui, ma io ancora non lo conoscevo.”
Davanti ai suoi occhi sgranati si lanciò nel racconto del borseggio, dell’inseguimento finito in un breve corpo a corpo, e nel successivo chiarimento al tavolo del bar. La sua comparsa e le informazioni che aveva dato loro gli avevano suggerito la possibilità di una buona azione nei confronti di quel ragazzo che sembrava davvero in pessime condizioni, e così era nata l’idea di cercare di farlo coinvolgere nei lavori del bar.
“Quindi sei un sola… farei meglio a non fidarmi.” In realtà stava ridendo.
“Una cosa però mi fa rabbia, che tu perdendo l’autobus abbia perso un’occasione di lavoro. Sicuro che non c’è più nulla da fare?”
“Era l’unica data.”
“Ma che ditta è? Non li puoi ricontattare spiegando l’accaduto?”
Le disse il nome, ma poi aggiunse: “Farei la figura del deficiente che sale sull’autobus senza leggerne il numero. Un motivo in più per non assumermi.”
Lei non era convinta. Si alzò di scatto: “Aspetta un attimo, torno subito.”
Rientrò nel bar, forse aveva scordato qualcosa. Lui nell’attesa si mise a fantasticare su cosa avrebbero potuto fare insieme quella sera. Poco dopo tornò con l’aria soddisfatta.
“Tutto a posto?”
“Credo di sì”, fu l’enigmatica risposta.
In quel momento squillò il cellulare di Max, un numero sconosciuto. Rispose, ma parlavano in inglese. Guardò Sandra con aria supplichevole: “Tu parli inglese?”
“Un po’, perché?” Non le rispose ma le passò il telefono. Le sue prime parole furono:
“Hallo! What? Who?” Poi iniziò una fitta conversazione. Man mano che andava avanti aumentavano gli sguardi carichi di sottintesi verso Max, che non ci stava capendo nulla. Finì con un “Thank you, I will call you later.”
“Ma chi era?”
“Joseph, Collins mi pare, il proprietario del portafoglio. La polizia lo ha rintracciato e gliel’ha ridato. Ha avuto il tuo telefono, e voleva incontrarti per ringraziarti di persona. Gli hai salvato la vacanza, ma anche molto di più, ha detto. Solo che lui e la moglie ripartono domani per l’America, dev’essere stasera. Sono in un hotel a Via Veneto. Che dici?”
“Accidenti, non un turista qualsiasi, quindi. Ma che ci vado a fare, non parlo inglese”, disse, prima di avere l’intuizione giusta. “Tu mi accompagneresti?”
Lei lo guardò dubbiosa: “Che ci guadagno?”
“La mia compagnia, prima di tutto”, scherzò lui, “poi da cosa nasce cosa”, concluse, ripensando all’autobus sbagliato di quella mattina.
“Va bene, ma tu non avevi da fare stasera?”
“Sì, con te, ma se vieni anche tu lo posso fare lo stesso.”
“Mi sa che mi sto complicando la vita”, commentò lei. “Dammi il telefono che lo richiamo.”
Mezz’ora dopo erano all’hotel. L’americano e la moglie li stavano aspettando nel salone. L’uomo andò incontro a Max, parlava e rideva ad alta voce. Max spostava di continuo lo sguardo da lui a Sandra, capendo poco. A un certo punto il tizio indicò Max e Sandra con i due indici che poi affiancò strofinandoli tra loro mentre faceva l’occhiolino malizioso. Sandra rise: “No, we are just friends”, mentre Max sussurrò invece: “Ci sto lavorando”.
Sandra lo guardò come a significare ‘ma che dici?’, ma la conversazione andava avanti, e non c’era tempo per polemiche interne. Furono trascinati al bar dell’hotel dove fu loro offerto un ricco aperitivo. Ma Joseph aveva anche da dargli una piccola busta, da aprire però fuori di lì. E pure la proposta di andarlo a trovare a Filadelfia, dove sarebbe stato gradito ospite. Presto passarono ai saluti, con energiche strette di mano reciproche. Mentre uscivano dall’hotel Sandra gli fece:
“Ma hai capito chi è costui? Credo che ti convenga davvero restare in contatto con lui. Anche solo per un viaggetto spesato a Filadelfia.”
“Mi piacerebbe, ma mi servirebbe un interprete. Scusa, tu quanto prenderesti al giorno?”
Ridendo lei gli mollò una gomitata nello stomaco che lo fece piegare in due. Però era anche il loro primo vero contatto fisico e non lo disprezzò.
“Dai, guarda che c’è nella busta.”
Si fermarono contro la vetrina di un negozio e lui l’aprì. Trovò una lettera, ma anche un assegno. I suoi occhi corsero alla cifra, e gli prese un colpo: ‘1.000 dollars’.
“Non può essere.”
Lo passò a lei: “E invece sì. Evidentemente ha rischiato di perdere molto di più.”
Lui allungò la mano per riprenderlo, e si ritrovò le dita intrecciate a quelle di lei. Ecco un altro contatto più gradevole. “Che si fa ora, torniamo a casa?”
“Non hai altre rapine da sventare prima di cena?”
“No, basta, sono stanco morto. Andiamo a riprendere il nostro mitico 4.”
Mentre si incamminavano arrivò però un’altra chiamata per Max.
“Pronto? Sì, sono io. Come? Perché? Purtroppo oggi…, ah sì, ma come lo sapete? Beh, ok, vi ringrazio. Domattina quindi, stesso posto? D’accordo, grazie ancora.”
Guardò Sandra in preda a una tempesta emotiva.
“Da non credere. Era la ditta di oggi. Qualcuno gli ha detto che avrei saltato l’appuntamento per sventare un borseggio mentre mi recavo da loro. Hanno controllato, e desideravano darmi una seconda chance. La mia per loro è stata una decisione di responsabilità, eseguita con successo, per cui mi vogliono conoscere. Ma chi li ha informati?”
La risposta la trovò negli occhi di Sandra e nel suo sorriso. “Tu?”
“Certo. Non era necessario precisare che fossi sull’autobus sbagliato.”
“Ma a che titolo hai parlato per me?”
“Ho detto di essere tua sorella, che tu non te la sentivi di chiamare. Come vedi anche io so dire balle per risolvere i problemi degli altri.”
Max non si trattenne più e l’abbracciò. Ecco, quello era di sicuro il momento migliore della giornata, almeno fino ad allora.
“Dai, basta, adesso torniamo a casa.”
Più tardi eccoli seduti uno accanto all’altro sul 4. Lui avrebbe voluto che quell’autobus non si fermasse più. Invece la sua fermata, quella da cui tutto era cominciato, era la prossima, e quindi si alzò.
“Max, non scendere qui.”
“E dove? Ne conosci un’altra più vicina a casa mia?”
“No, una più vicina alla mia.”
Lui si risedette in confusione: “E dopo?”
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