Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Voglio pagare” di Rita Quinzio

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Le porte automatiche scivolarono lentamente una verso destra, l’altra verso sinistra, lasciando uscire aria fredda attirata dal calore di quel giorno di tarda primavera appena iniziato, ma che già prometteva temperature da canicola.

La sala d’attesa semideserta si mostrò in tutto il suo squallore: qualche sparuto utente occupava, a debita distanza, le sedie di plastica grigia che facevano pendant con i muri spogli, se non fosse stato per qualche cartellone che pubblicizzava indolente un servizio all’utenza e un paio di scaffalature, sulle quali giacevano volantini e brochure impolverati. Il totem delle prenotazioni attendeva immobile per emettere le sue sentenze di attesa. Due sportelli nascondevano dietro tendine a pacchetto segreti inviolabili, altri due mostravano, come antichi acquari, due specie di impiegati di sesso diverso, dai volti ingrigiti dai neon e dalla routine quotidiana, gli occhi fissi sui monitor. Tre postazioni mobili, con divisori in plexiglass e piccole scrivanie anonime attendevano che consulenti e consultanti prendessero posto gli uni di fronte agli altri pronti a sfidarsi in nome della “santa” burocrazia.

Con passo disinvolto, che mostrava familiarità con l’ambiente, Teresa attraversò l’uscio; tentò di stirare inutilmente con le mani la gonna di lino, si sistemò la camicetta del medesimo tessuto, diede una sistemata alla capigliatura candida, che non ne necessitava affatto, si avvicinò al totem, spinse il pulsante in corrispondenza della voce versamenti, attesepochi secondi e la fessura espulse la prenotazione numero cinque. Sul display brillava in arancione il numero tre, Teresa si accomodò su una sedia distante abbastanza dal condizionatore da non riceverne che gli effetti benefici.

Era una mattina fortunata per l’Agenzia dell’Entrate, non era inizio mese, non c’erano scadenze o forse era ancora troppo presto per esserci la solita calca. Il cinque brillò dopo qualche minuto, Teresa si avvicinò allo sportello indicato e chiese:

«Oggi, posso pagare?» l’impiegata alzò lentamente gli occhi, sbuffò.

«Signora Teresa, buongiorno, è venuta anche oggi? Ma come le ho detto già ieri, e come continuo a ripeterle da giorni, non esiste un modulo per il versamento che intende fare lei, non so più come spiegarglielo»

«Ma io voglio pagare? Potrei parlare con un responsabile?» ribadì la donna con calma «Altrimenti torno domani, sa sono in pensione, e il mio tempo è tornato mio».

«Ecco, beata, invece il mio tempo è a disposizione dell’utenza, su non mi faccia perdere la pazienza» -cominciò alterata l’impiegata

«Ma io sono l’utenza! E non c’è bisogno di alterarsi!» continuò dolcemente Teresa.

Dietro l’acquario apparve un’altra specie di sesso maschile, un tonnetto elegante e sorridente, completo azzurro, camicia bianca con gli ultimi due bottoncini slacciati, che lasciavano intravedere un girocollo di piccole perle di ambra. Un giovanotto di trenta forse quaranta anni. Teresa pensò che erano tempi difficili per indovinare l’età di qualcuno, era in atto una negazione anagrafica, una vergogna delle rughe che tanta fatica era durata guadagnare, un’eterna plastificata gioventù. Tutti si sentivano in dovere di fermare il tempo, come se questo fosse possibile, a un’età matura ma non troppo, in un fermoimmagine che mostrasse il ritratto di chi aveva finalmente raggiunto e occupato lo spazio che l’Universo ha in serbo per ciascun vivente. Per quel fotogramma ci si impegnava – a onor del vero ci si impegna – economicamente in costosissime punturine al botulino, siliconatine qua e là, trucco e parrucco per poter postare fotoreportage di aperitivi – Teresa mostrava sempre un certo disappunto per i neologismi privi di senso come apericena, aperipranzo, aperi… qualcosa, perché la lingua italiana ne aveva di parole adeguate a esprimersi e certi neologismi, così come certi anglismi le devano il prurito – cene e serate. Innumerevoli ritratti impestavano i social di parenti, amici e amiche con sorrisi forzati a mostrare egregi lavori di esperti dentisti, con qualche brillantino a far capolino su bianchissimi incisivi, dietro a labbra rigonfie e talvolta un po’ fuori misura. Teresa, che non disdegnava passare un po’ del tempo, molto poco, che la pensione le aveva restituito sui social, si soffermava a riflettere su quanta paura avesse il genere umano emancipato – una gran parte di esso – di dover un giorno scomparire dalla scena del mondo.

Il tonnetto del quale Teresa non era riuscita a capire l’età parlava:

«Prego, signora, posso esserle d’aiuto?»

L’esemplare femmina ringraziò in cuor suo il tonnetto angelo custode, che continuò

«Si accomodi, pure alla scrivania dietro di lei, la raggiungo e mi spiegherà i termini della questione.»

Teresa non si fece ripetere l’invito e con uno slancio, degno di una giovane atleta, guadagnò la poltrona dietro di lei. Non attese a lungo perché pochi istanti dopo, fuori dall’acquario il tonnetto in azzurro la fissava

«Prego, Signora…?»

«Teresa Toscano, piacere!»

«Molto lieto, mi dica Signora Toscano, come possiamo esserle utile?»

«Veda, giovanotto, sono venuta da voi molte volte, dopo la dipartita del mio povero marito, ma nessuno dei suoi colleghi è stato in grado di indicarmi quale modulo riempire per pagare il mio debito con il destino.»

«Prego?» chiese stupito il giovane consulente

«Racconterò anche a lei, ciò che invano ho spiegato ai suoi colleghi:

 Caro ragazzo, ho vissuto abbastanza a lungo da poter dire che nella vita tutte le nostre azioni hanno un prezzo, forse se le dicessi che il karma esiste e l’ho sperimentato ci capiremmo meglio. Voi giovani siete così orientaleggianti, così affascinati da altre culture, dall’esotismo, senza però riuscire a orientarvi bene nella nostra, non vi è più sufficiente che si parli della necessità di sanare i conti con il destino, prima che l’esperienza terrena si concluda.

Per quanto riguarda la mia volontà di pagare quanto debbo, le spiego che è generata dall’esperienza: ho sperimentato l’azione nel suo aspetto morale e la concatenazione causale di azione e reazione. Così se c’è un karma positivo, in seguito ad azioni encomiabili, ce n’è anche uno negativo, risultante da azioni malvagie, di cui si sia o meno consapevoli.  Così giovanotto ho visto parenti, amici, colleghe e colleghi pagare con infelicità i loro tradimenti coniugali, piccoli incidenti, vessazioni, prepotenze, prevaricazioni e angherie verso altri. Certo, solo pochi tra loro, si contano sulle dita di una mano, hanno sviluppato la consapevolezza che quanto stava accadendo nella loro vita era solo una reazione causa-effetto, e che le loro azioni avevano determinato in una certa misura la loro insoddisfazione, la loro stessa infelicità. Ecco!».

«Si riferisce alla legge di causa effetto…» esclamò con aria di sufficienza il consulente

«Può metterla anche in questi termini, ma non sottovaluti le mie parole, giovanotto. È troppo giovane per poter verificare se quello che le sto raccontando è realistico o sono, come sta pensando, glielo leggo negli occhi, i vaneggiamenti di una vecchia pazza. Lei è nato in questo millennio, quando le teorie quantistiche, in passato snobbate dai fisici, adesso sembrano poter dare delle risposte, no? non è forse ritenuto valido che due particelle, o più aggiungerei io, che fanno parte di un sistema anche se allontanate moltissimo conservano il loro legame che ha del miracoloso, perché se si agisce su una particella si ha il medesimo effetto sull’altra, all’istante.» continuò Teresa.

«…Sì riferisce a quello che Einstein definì effetto spettrale a distanza?» intervenne il giovane uomo in azzurro, la cui fronte s’imperlava di sudore, nonostante i condizionatori, e aggiunse «… vorrei però rassicurarla non mi permetterei mai, neanche di pensare, che lei non sia in possesso di tutte le sue facoltà mentali… Lei è una così stimabile persona…».

«Ecco! Vede che ha letto anche lei qualcosa a riguardo! Noi fisici lo definiamo entaglment, intreccio perché le particelle sono intrecciate…»

«Fisici? »

«Sì, la mia vita attiva l’ho trascorsa tra laboratori e Università? Ma segua il filo del discorso, anzi del pensiero, Einstein non accettò mai questo fenomeno, lo considerava paradossale, irreale. Alla fine degli anni sessanta, però, il fenomeno è stato verificato nella realtà. Clauser fece i primi esperimenti nel’69, poi nell’ 1982 il francese Aspect durante un convegno provò la realtà dell’entaglment, riuscendo a creare coppie di particelle in grado di tenere il legame, il collegamento. Aver dimostrato la realtà di questo legame è valso il Premio Nobel per la Fisica del 2022 ad Alain Aspect, John Clauser e Anton Zeilinger. Mi segue?»

«La seguo…»

«Allo stato attuale delle nostre conoscenze, da cosa è formato l’Universo?»

«Particelle e materia oscura!»

«E la nostra galassia, il nostro sistema solare, la nostra Terra… noi?»

«Particelle…»

«E allora per quale motivo dovremmo poter sfuggire all’entaglment all’intreccio, al collegamento? Non ne abbiamo forse esperienza per il legame tra gemelli, tra madre e figlio… e potrei continuare. Ma mi basta dire che la separazione non è di questo mondo, l’unica realtà è l’interconnessione. Per poter isolare e studiare le singole particelle si è dovuti ricorrere alla costruzione di un acceleratore: il CERN. Lo stimolo, tutto umano, a separare, individualizzare, controllare non fa parte delle logiche naturali del nostro Universo, anzi la separazione non esiste… non è mai esistita. Ecco allora che una mia azione ha necessariamente un riflesso sull’altro che a sua volta risponderà allo stimolo con un’azione che avrà riflesso su di me o su di un terzo… così via. Tutti gli squilibri tendono all’equilibrio, in noi e fuori di noi. Tutto deve essere riequilibrato, tutto ha un costo in termine di energia. Come sa il denaro è energia cristallizzata! E per questo che voglio pagare! Per farle un esempio: mia cognata, veda, è caduta, non una caduta banale, no! ha dovuto subire un intervento, serissimo, con il rischio di non poter più tornare a camminare. Sa era una donna molto attiva, impegnata nella sua azienda, impegnata con le donazioni alla parrocchia, impegnata con l’associazionismo di settore. L’azienda era florida, dava occupazione a molti concittadini, era una piccola impresa di famiglia. Le proposero di far parte di una joint venture per aumentare la produzione delocalizzando all’estero con la prospettiva di altissimi profitti, la tentazione fu forte, la maggior parte degli impiegati, non disposti al trasferimento, rimase senza lavoro. Dopo un primo periodo di dividendi consistenti, la produzione di scadente qualità e la mancanza di interesse da parte delle aziende che avevano assorbito la piccola e florida azienda familiare, condusse alla chiusura della produzione, all’assorbimento del brand e alla caduta rovinosa di mia cognata…»

«…Se ho ben capito sta teorizzando che tutti coloro che non riescono a tenere in piedi la propria impresa sono destinati a cadere, nella migliore delle ipotesi…»

«Ma caro il mio tonn… ehm ragazzo, di questo non ho contezza e come potrei? Non sono mica una veggente! Mi attengo ai fatti.  Le sto solo adducendo i motivi per i quali voglio pagare… Non mi metta in bocca parole che non ho detto e nella testa parole che non ho pensato. Le porto un altro esempio, quello del mio povero marito buon’anima: sa quale malanno se l’è portato all’altro mondo? Certo non può saperlo! Gli si è fermato il cuore! Sì so che sta pensando… era anziano… si sa gli anziani per una malattia devono morire! Intanto aveva appena compiuto settantacinque anni, e al giorno d’oggi se si è in salute si può arrivare un po’ più in là, e poi io credo che si possa passare oltre anche senza soffrire troppo (e lui ha sofferto un bel po’). Per come la vedo io un passaggio meno greve dipende dal fatto che non si abbiano più conti in sospeso con nessuno, che abbiamo fatto pace con noi stessi e con il resto del mondo; insomma che abbiamo pagato il nostro debito con il destino o con il karma o con l’Universo… scelga lei, giovanotto. Il cuore di mio marito si è fermato perché aveva tanto sofferto d’amore!»

«Mi sta dicendo che lei ha fatto soffrire suo marito pene d’amore? Una sofferenza così profonda da portarlo alla morte? Non ci posso credere… non può essere vero!»

«Sa? Lei tende a semplificare, cerca di trovare risposte semplici a temi complessi, oppure devo pensare che non mi stia ascoltando…»

«No, nossignora, l’ascolto e provo a capire se posso aiutarla, in modo che non debba tornare ai nostri sportelli… la prego continui»

«Se non altro, non mi ha liquidato come già accaduto varie volte allo sportello, sebbene io creda di essere anche per lei una fastidiosa presenza da cui vuole liberarsi una volta e per tutte; ma ragazzo mio questo accadrà solo se mi dà il modulo per pagare. Veda, giovanotto il cuore di mio marito era già malandato, prima che c’incontrassimo, ma lui lo ignorava. Del resto, un atletico ragazzo poco più che ventenne, con una salute di ferro, come avrebbe potuto sapere che le ferite d’amore della sua infanzia non si erano rimarginate, che erano lì pronte a sanguinare ancora? Era stato abbandonato dalla madre che aveva appena due anni, qualche anno in orfanotrofio. Poi il senso di colpa paterno lo aveva ricondotto in famiglia, e che famiglia! Ma la ferita dei non amati non guarisce mai, e se la mamma non t’insegna ad amare, come potrà farlo qualcun altro al suo posto? Ma non voglio annoiare, sappia solo che fin da ragazzino, mio marito buon’anima, ha sempre cercato l’amore di una madre in tutte le persone, non solo donne, che incontrava sulla sua strada, si è sempre consumato alla ricerca dell’amore degli altri e negli altri, senza saper come si fa ad amare davvero, e poi il suo cuore stremato dalla fatica di tanti amori mancati si è rotto.»

«Però mi scusi, e lei? Lei dov’era?»

«C’ero, c’ero ma non era abbastanza, non ero mai abbastanza! Così, anch’io con le mie ferite – ché la vita non fa sconti a nessuno – ho cercato in altri compagni, fugaci avventure, qualche amore che credevo vero, per cui mi sentissi abbastanza, che mi promettesse un nuovo inizio, una nuova vita, che però non è mai cominciata. Durante i trentadue anni di matrimonio, non benedetti da figli, ho ingannato tradendo mio marito, che pure amavo teneramente o avevo amato, con altri uomini, cercando quell’abbastanza che non riuscivo a essere per lui. Forse lui lo sapeva, forse lo sospettava, ma non glielo mai detto, mai! Fino alla fine. L’ho accudito, sa? Sono stata attenta a tutti i suoi bisogni, ma sembravo sparire dentro al suo sguardo, sempre malinconico, ai suoi silenzi sempre più… sempre più assordanti, che ossimoro eh? Ero là accanto a lui eppure ero un’assenza. Ma io, come tutti, volevo essere una presenza, volevo esserci, volevo sapere quale posto occupavo nella sua vita. Non riuscivo a chiederglielo e così ho cercato la mia presenza altrove. Ed è per questo che voglio pagare, deve esserci un modulo per non dover saldare il conto con qualche lunga malattia, un infarto improvviso, un ictus, deve esserci un modo…» Teresa cominciò a piangere sommessamente, con il viso tra le mani. L’impiegato si alzò lentamente per aiutarla ad alzarsi, l’accompagnò al distributore automatico di una specie di caffè… tè… orzo…. Le porse un bicchiere di carta fumante di qualcosa, poi l’abbracciò.

«Non credo abbia conti in sospeso, Teresa. A ogni modo non abbiamo né formulari né moduli per casi come il suo, si perdoni, perché siamo tutti un po’ smarriti su questa Terra e il Male alberga in ben altri cuori, sia dia pace Teresa… il debito, a parer mio, è saldato…»

Teresa si allontanò lentamente verso casa, si ripromise che sarebbe tornata il giorno dopo e il giorno dopo ancora, finché non le avessero consegnato un modello F24 o se non avevano un modello che ne inventassero uno affinché potesse compilarlo e finalmente pagare.

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