Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Bontown” di Fabio Altadonna

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

“Almeno adesso tiene la bocca chiusa”. Così Jack consolava, con la sua caratteristica empatia, la cara amica Clara quando si seppe della notizia. Ugo, suo promesso sposo, noto a tutti i conoscenti per la sua costanza nel mostrare la prima fase della digestione ai fortunati commensali di turno, era morto ammazzato. Le circostanze erano nebulose, nessuno riusciva a ipotizzare un possibile movente dell’assassinio. Ma quello era solo l’ultimo di una insolita serie di omicidi, che da settimane rendeva la vita a Bontown più interessante. Le vittime erano persone comuni, senza particolari scheletri nell’armadio, e trovare una pista sembrava impossibile. Puntualmente l’equipe responsabile delle indagini arrivava per ispezionare la scena del crimine, cercando punti di connessione tra i vari delitti. Le dinamiche erano sempre diverse: Ugo sembrava essere stato colpito sui denti e poi sulla nuca, Robert (il fortunato precedente) era stato annegato, per citarne alcune. Ma le reali indagini non si svolgevano in commissariato. Ogni domenica l’intelighenzia del paese si ritrovava al bar “Circolino”. Lì ci si poteva dedicare a interessanti attività, come bere del buon vino, ballare con chi fosse ancora in grado, intrattenersi in sempreverdi giochi di carte e scommettere, discutendo amabilmente, su quali sarebbero state le modalità del prossimo brutale omicidio. Era stato ideato un complicatissimo sistema a punti, diviso in varie categorie. Si poteva vincere indovinando la data del ritrovamento, il suo luogo, l’arma impiegata. E ovviamente il premio massimo spettava a chi prevedeva il morto, da cui il nome del gioco “Azzecca il morto”.

“Non me ne voglia la signora Medea ma spero che sia lei la prossima. Si lamenta solo, ogni volta che si muove gli ‘ahi’ li sente tutto il quartiere. Io pregherei di essere ammazzato se fossi ridotto così. Con lei basterebbe una spintarella e pace, tutto finito.”

“Sei veramente senza cuore Hal… Vabbè scriviamo qua nella scheda…?”

“Invece secondo me dovrebbe essere Bob, il postino.”

“Ok segno Bob….”

“Sì! Quel coglione blocca sempre il traffico. Capisco che devi fermarti spesso, ma dico, accosta come dio comanda quel furgoncino di merda! Lo lascia sempre in mezzo al cazzo, con il suo adesivo giallo da coglione. Bisognerebbe investirlo mentre è lì dentro quel demente.”

“Ok, ok, segno anche per te Bob, Clemente?”

“Sì si, cazzo segna! Che sia investito anche!”

“Hai pagato solo per indovinare il morto” puntualizzò Norman con la penna in mano.

“Ah fanculo, lascia stare allora, vai tu Jack.”

“Guarda secondo me dovresti essere tu il prossimo, segna Clemente, Norman.”

Clemente la prese con insolita sportività. “Che cazzo dici, stronzo, fatti fottere, Norman, cambia il mio e metti questo qua, se non ti ammazzano ti ammazzo io”.

Martedì Clemente fu trovato ucciso. La sua lingua, troncata di netto con precisione chirurgica, era stata riposta con un’insolita cura vicino al capo della vittima, creando un’interessante decorazione.

Clara, autoproclamatasi detective nella speranza di vendicare il compagno, si era recata sulla scena del delitto con Jack, il quale la liquidò appena arrivati, tornando solo dopo diversi minuti con nelle mani uno spumante e due calici. Ebbe lo squisito tatto di offrire da bere alla furibonda amica che però, con imperdonabile maleducazione, ritornò in fretta e furia in macchina, sbattendo la portiera e lasciandolo lì in piedi. Trovandosi con un bicchiere in più, il fortunato si voltò verso la signora Medea – accorsa sul posto per ingannare il tempo – e propose un brindisi, dal quale la donna di sani principi non si poteva sottrarre, nonostante la fatica nell’avvicinare il bicchiere alle labbra.

“Io non rifiuto mai! Nemmeno dal bicchiere di un sospetto omicida! Sì, dico a tutti i presenti, lui con questo morto ha vinto, si sa! Magari è lui…” un attacco di tosse durato diversi minuti le impedì di terminare la deliziosa arringa, ma il concetto fu chiaro. L’attenzione della folla era ormai altrove ma lei non si perse d’animo. “Insomma ascoltatemi! Non ho campato 84 anni per farmi trattare così! Dov’è finito il rispetto per gli anziani? Mi dovreste accompagnare a casa e comprarmi la spesa ogni giorno! Se sapeste quanto mi costa alzare la voce stareste ben a sentire…”.

In settimana alcune voci inquinarono la serenissima Bontown. Si mormorava che Jack avesse sempre avuto una cotta per Clara, e che quindi con l’omicidio precedente si fosse sbarazzato del compagno; anche l’ultima morte del resto gli era stata vantaggiosa… Insomma, Jack era il sospettato numero uno. Quando domenica fu il suo turno di scommettere tutti si allontanarono, lasciandolo da solo con Norman, che rimaneva impassibile, avvolto dalla sua aura di intoccabilità. Persino la signora Medea, con una rapidità inaspettata, se la diede a gambe quando stava per toccare a Jack. Ma lo scatto felino non le bastò. Sebbene avesse creato una certa distanza di sicurezza con il tavolo, Jack alzò volutamente il suo tono di voce: “Medea sarà la prossima”.

Medea sbiancò, bloccandosi con un passo ancora in aria. Ormai era troppo tardi. L’assassino aveva parlato, il destino era ormai segnato e la cosa peggiore: non c’era modo di incastrare il profeta. Sì udì un sussulto: “AHI”. La vecchia fu portata d’urgenza in ambulanza, ma non c’era nulla da fare. Jack si amareggiò profondamente. Col viso spezzato dal dolore si rivolse a Norman: “Senti, se muore d’infarto prima che arrivi il Killer… tecnicamente la scommessa è annullata o vinco la metà per ‘assist al decesso’?”.

Fu messo in custodia cautelare.

La cella non era così male ma Jack non vedeva l’ora che si trovasse un altro cadavere a provare la sua innocenza. Avrebbe dovuto aspettare qualche giorno e poi avrebbe finalmente potuto scommettere e vincere quanto voleva. Ad allietare l’attesa ci pensò il suo vicino di cella, che arrivò un paio di giorni dopo l’inizio della sua detenzione.

L’uomo, un distinto signore sulla quarantina, sedeva sulla branda inferiore con la postura di un monarca in esilio. Nonostante indossasse la consueta tuta arancione fornita dall’amministrazione penitenziaria, riusciva a portarla con un’eleganza sartoriale inspiegabile. Le maniche erano piegate con simmetria millimetrica; i capelli, brizzolati, sembravano non aver mai conosciuto il disordine del vento. Per qualche motivo quell’uomo aveva un’aria familiare, e instillava una certa simpatia in Jack.

“Mi scusi tanto per l’intrusione visiva,” esordì lui inchinandosi impercettibilmente, mentre era intento a usare un fazzoletto di stoffa contrabbandato chissà come a mo di riga sulla finestra. “Ma trovo che l’inferriata verticale della finestra sia inclinata di tre gradi verso sinistra… No, scusi, forse 4 gradi addirittura. Conviene con me che è imperdonabile per il nostro decoro da detenuti.”

Jack restò sdraiato sulla branda superiore con le mani dietro la testa, intrigato dalla nuova conoscenza. “Io sono qui perché ho previsto la morte di una vecchia signora. Lei, immagino, per aver tentato di raddrizzare la Torre di Pisa?”

“Ah qual deliziosa ironia pungente! Tuttavia trovo che certune imperfezioni rendano i capolavori della storia ancor più magnificenti. A ogni modo sono lieto di conoscerla, il mio nome è Leonard. E per risponderle: attendevo pazientemente in coda alle poste quando l’individuo dinanzi a me ha ritenuto opportuno leccarsi le dita per separare i documenti che doveva consegnare allo sportello. Uno, due, tre fogli. Tre leccate. Ho sentito il rumore della saliva e…” Ci fu una breve pausa mentre Leonard ebbe un visibile brivido di ribrezzo. “Ho ritenuto mio dovere civico fratturargli l’indice. Per igiene pubblica, s’intende.”

Jack, impassibile, si sporse per scrutare meglio l’altro. Le mani curate, lo sguardo maniacale ma lucido, la voce educata ma tagliente. Leonard prese a sistemare il fazzoletto, piegandolo minuziosamente prima su una diagonale e poi rivoltandolo su se stesso. Quel gesto risvegliò in lui un ricordo. Leonard era seduto a un tavolo vicino a quello in cui lui e Ugo avevano cenato qualche settimana prima! L’immagine del suo sguardo, mentre ripiegava con la stessa eleganza il tovagliolo di stoffa del locale e inorridiva mentre Ugo divorava il suo arrosto, riaffiorò alla mente. Ripensò alla lingua di Clemente, tagliata di netto. Ai denti del suo amico, fracassati per aver masticato a bocca aperta. E Robert non era certo il commensale più silenzioso quando dal suo cucchiaio risucchiava le zuppe che tanto spesso ordinava… Jack deglutì, tentando disperatamente di non far rumore.

“Interessante, un gesto impulsivo… Non da lei.”

“Oh, l’impulsività è un difetto volgare, concordo,” ammise lui. “Tuttavia dove andiamo cercando la sublime umanità se non nell’impetuosità di siffatti folli gesti? E se penso ancora a quei polpastrelli, impregnati di saliva, quel suono…” Ebbe un altro brivido e si interruppe.

Jack chiese: “Quanto le hanno dato?”

“Oh, un paio di anni… E lei invece? Per quanto tempo ci delizierà con la sua presenza?”

“Non ne sono sicuro…” Rispose con un filo di voce. “Ma sicuramente più di due anni. Là fuori non succederà più nulla di interessante per un po’ a quanto pare…”

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