Premio Racconti nella Rete 2026 “Un’altra notte” di Fabio Altadonna
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026A Mara spettava il turno di notte; come sempre si recava in cabina alle ventuno, un’ora in anticipo: dopo cena da sola in casa non aveva che fare, così ingannava il tempo intrattenendosi con chi era in ospedale. In dieci anni tante cose erano cambiate, ma il caffè del distributore – che per qualche inderogabile legge non scritta andava consumato sempre, prima di ogni turno – quello no: era e sarebbe sempre stato terribile. Forse era solo un subdolo stratagemma per far pensare “vedete, da qui la nottata potrà solo che migliorare” e in effetti il pensiero non risultava poi così fuori luogo. Dopo aver ingerito quella bevanda maledetta, alcuni occupavano il bagno fino al loro inizio turno mentre i più celeri vi si recavano avanti e indietro in una danza preliminare al lavoro. Le otto ore venivano quindi impreziosite con i puntuali annunci relativi all’evoluzione dei vari dolori di stomaco del personale. Il soccorso prestato a vittime di incidenti, malori e accoltellamenti vari sarebbe stato in seguito una serena, semplice, passeggiata. A nessuno viene in mente quanto l’abitudine verso i drammi ne stemperi sempre più gli effetti e li deprivi del loro impatto originale. Il merito della desensibilizzazione doveva essere di certo attribuito al caffè. Quindi “prendete, e bevetene tutti”.
I tempi in cui Mara rientrava vomitando dopo ogni intervento erano ormai lontani. Prima di trovare la sua stabilità, dovette patire parecchi giorni di tremori, attacchi di panico e insonnia. Il caffè lo aveva bevuto sin dal giorno zero, come da raccomandazioni; tuttavia è un fatto ben noto come ogni medicina necessiti di un periodo di latenza.
Quella notte dovette recarsi a sirene spiegate sulla statale: pezzi di membra erano sparsi sull’asfalto lungo tutta la carreggiata. La solita storia: qualcuno beve un po’ troppo, si mette alla guida, investe uno che passava di là per caso, tira dritto, e l’indomani viene messo dentro con aggravanti varie. Lo raccolsero che ancora respirava, ma era chiaro che ricomporre il puzzle di pelle, cartilagine e ossa non sarebbe stato semplice. A ogni modo il lavoro era terminato; Mara rientrò in ospedale pronta a riprendere la lettura de “Il Deserto Dei Tartari” sperando che qualche Tartaro si presentasse realmente. Ma non arrivò nulla di simile: soltanto un anziano benestante colto improvvisamente da un ictus e qualche incidente minore interruppero la sua frammentata lettura. Un barlume di speranza venne subito smorzato quando dalla cabina riferirono che si trattava di uno scherzo.
Mara andò a trovare suo figlio. Qualche giorno prima era uscito con la ragazza per cenare e bere qualcosa in un famoso pub situato in una traversa ad angolo con la statale. Aveva avvisato il padre, con cui conviveva e che, come da prassi, riferiva all’ex moglie. Incamminandosi verso l’ala dei ricoveri, Mara incrociò per i corridoi alcuni colleghi, con lo stesso solito sguardo. I medici riferirono che non c’era stata speranza. Tornò a casa solare, salutando calorosamente tutti; li abbracciava e sorrideva, affettuosa e brillante. Eppure il caffè quel pomeriggio non lo aveva bevuto.
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