Premio Racconti nella Rete 2026 “L’indignato” di Fabio Altadonna
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Sedeva sul solito sgabello, sgangherato e incrostato di sporco: barcollante pulpito dal quale sembravano dipendere le sorti di un intero paese. Il suo lungo cappotto beige, la cui scelta, come di consueto, era frutto di un lungo e meticoloso studio armocromatico, nascondeva le macchie di unto ai suoi piedi. Terminava lentamente le ultime gocce dal suo calice di rosso, mentre la folla si precipitava ad attorniarlo con un’ipocrita lentezza, come a voler soffocare il senso d’urgenza che scalpitava da dentro. L’ultimo giovanotto prese posto, proprio mentre il bicchiere veniva definitivamente vuotato con un ultimo, placido sorso. “Ieri mi sono recato in un noto ristorante poco lontano dalla piazza. Non ne menzionerò il nome onde evitare di attribuirgli un’immeritata notorietà e salvare i fortunati che ne ignorano l’esistenza”. Una pausa abbastanza lunga da generare curiosità, e abbastanza breve da non risultare forzata, consentì lo scambio di emblematiche occhiate tra gli uditori. “La gentile cameriera che ha servito me e gli altri commensali seduti meco, perdonabile esclusivamente facendo appello alla sua puerile età, ha fatto cadere una coppia di posate dal piatto della mia consorte, mentre sparecchiava al termine della prima portata.” Il silenzio che seguì fu più pesante di quello precedente. Non era il rumore del metallo sul pavimento che egli stava descrivendo, ma il fragore di un ordine costituito che precipitava in caduta libera come quella stessa, sfortunata, argenteria. Nessuno osò muovere un muscolo, mentre il racconto proseguiva.
“Non è stato l’incidente in sé a ferirmi – l’errore è umano, sebbene deplorevole – quanto l’assoluta mancanza di coreografia nel rimediarvi. Un insignificante ‘scusate’: solo ciò, per uno sbaglio che avrebbe, in una circostanza appena di poco più lugubre, macchiato i nostri indumenti e la nostra dignità con i residui di carne appesi alla forchetta.” Qualcuno scosse il capo in maniera automatica, sottolineando il disappunto che l’evidentemente inesperta ragazza aveva causato.
“Di nuovo, non voglio apparire ingiustamente severo nei confronti di colei che, con ogni probabilità, si imbatteva in una situazione tanto spiacevole per la prima volta. Tuttavia, mi sento convintamente giustificato nell’asserire come colleghi più esperti sarebbero potuti intervenire nell’assicurarsi la nostra incolumità”. L’oratore si abbandonò a una pausa più lunga, tanto che qualcuno azzardò un timido applauso supponendo che il racconto dell’orrore fosse ormai terminato. Tuttavia subito si ricominciò: “vi ringrazio, ma purtroppo non ho concluso e anzi mi scuso per avervi fatto supporre che la trascuratezza riservataci fosse il gesto di gravità più infima che avrei discusso oggi in questa sede…” L’eloquio andò avanti, narrando come, usciti dal locale, lui e la sua compagine si imbatterono in un conoscente che con manifesta ingenuità indossava la camicia con il colletto pendente di sghimbescio. Tralasciando al lettore le considerazioni di carattere etico e metafisico che sono ovviamente scaturite nel commentare il disdicevole incontro, egli si sollevò come di consueto, dirigendosi verso l’uscita. Gli unici movimenti all’interno del bar erano quelli placidi e rotondi di chi era convinto, ancora una volta, di aver illuminato le più nefaste tendenze della società. Ma un’impercettibile scintilla di adrenalina poteva essere avvertita da un osservatore più attento di chi, prima di salutare e varcare la soglia dell’uscita, aggiustava attentamente il bavero del suo cappotto avvolgendolo con un foulard.
Una trentina di secondi passarono dall’ultimo saluto, mentre l’aria della stanza diventava sempre più elettrica. Un fragoroso chiasso imperversò in quella che, solo pochi minuti prima, era stata la più attenta e rispettosa fila. Schiamazzi e oscenità di tutti i tipi cominciarono a risuonare all’interno delle mura del locale. Chi, imitando con idolatria quel povero conoscente, abbottonava al contrario la propria camicia, o la faceva volteggiare come fosse una frusta, chi cominciava a lanciarsi cucchiai sporchi o versarsi del vino addosso e chi, seduto in un angolo, rideva a crepapelle fino a lacrimare paonazzo.
Sulla strada, diretto verso casa, l’indignato estraeva dal suo taschino un fazzoletto di stoffa per raccogliere da terra una cartaccia caduta da chissà quale pantalone. Poco lontano, indietro, si pensava a quale sfortunato evento far capitare prima del prossimo incontro.
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