Premio Racconti nella Rete 2026 “Un caldo cane” di Stefano Minari
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Mi manca il fiato. Respiro a fatica. E ho un caldo cane.
Eppure, oggi il vento di marzo non ha proprio nessuna voglia di profumare di primavera, anzi, l’aria punge ancora e sa di pulito, come quando nevica. Ma ho un caldo cane e non mi sento bene, continuo a slacciarmi il colletto della camicia, per poi riagganciare il bottone un minuto dopo, quando i miei neuroni ricominciano a parlarsi e convincono il resto del corpo che non c’è motivo di beccarsi un accidente.
È la terza volta che passo davanti alla vetrina del bar, butto un occhio dentro e poi tiro dritto, per fare il giro dell’isolato. La prima volta era per essere sicuro che ci fosse un tavolino libero, la seconda per essere certo che lei fosse arrivata per davvero, la terza è servita solo per confermare a me stesso di essere un idiota. Mentre mi avvicinavo all’ingresso, sentivo le gambe che acceleravano, come se io e la porta fossimo due calamite girate per il verso opposto. Una forza magnetica invisibile mi spingeva via, inesorabile. Se qualcuno avesse osservato i miei tre giri a vuoto, sarei sembrato un asteroide grigio in rotazione intorno ad un pianeta con un’orbita stramba, prima lenta e poi veloce, chiuso nel mio giaccone color topo, con gli occhi fissi verso l’interno del bar, ma la faccia nascosta dietro al bavero.
Eppure, sono stato io a chiederle l’appuntamento. Mi farei pure i complimenti da solo per averne avuto il coraggio, se non fosse che ad ogni passo mi ripeto di essere stato un imbecille a farlo.
Non ero pronto ieri e non sono pronto neppure oggi. Forse non lo sarò mai.
Ma ora lei è lì.
Credo che abbia accettato per l’imbarazzo di non ammazzarmi col suo “no”, ma ora è chiaro che se ne è pentita. Non vede l’ora di andarsene, si è già presa un caffè e ho intravisto la sua mano giochicchiare con la tazzina vuota ed il cucchiaino, facendoli tintinnare come se volesse richiamare l’attenzione dei presenti: «Signore e signori, oggi un cretino mi ha dato buca.»
Ho anche notato un bigliettino fatto a pezzetti, nel posacenere sul tavolo dove si è seduta. Deve essere quello che le ho lasciato sotto la tastiera del computer in ufficio, l’unico modo che ho trovato per venire in soccorso della mia lingua bloccata, incapace di esprimere un desiderio diretto, faccia a faccia. Se il biglietto è ridotto a quel modo, da domani non avrò neppure il coraggio di chiederle un aiuto con l’inglese per le e-mail. Che poi, l’inglese è solo una scusa.
Stramaledico la porzione del mio cervello che galleggia in una miscela di timidezza ed imbecillità e mi ha impedito sinora di farmi avanti e pronunciare sei parole banali: «Ti va di uscire con me?» È la stessa porzione di cervello che ora pilota la mia orbita intorno all’isolato e mi impedisce l’atterraggio finale dentro al bar.
Non che io sia un modello di estroversione, ma con gli altri colleghi di ufficio di qualunque sesso, età e colore non ho problemi a entrare in sintonia e ci scappa spesso la chiacchiera spensierata o la battuta in coda alle riunioni o davanti alla macchinetta del caffè. Quando c’è lei, ho dei black out e mi ritiro nel guscio come una lumaca. Però la osservo, mentre si infila nel dialogo, illumina la stanza col sorriso e regala ai presenti la sua dose di allegria. Allora, mi si annebbia un po’ la vista, sento il motore che gira più forte e, inconsciamente, faccio qualche passetto indietro, per evitare i suoi occhi ed una qualunque domanda. Mi sento come quando al liceo continuavo a scorrere le pagine del diario o a cercare chissà cosa nello zaino, per non incrociare lo sguardo della prof, in cerca della vittima sacrificale dell’interrogazione giornaliera.
Ultimamente però questa prof mi ha interrogato spesso, trasformando la mia faccia in un pomodoro, con le sue domande gentili sulle mie vacanze ed i miei passatempi, estraendomi con garbo fuori dal guscio. Le gomitate frequenti e l’occhiolino strizzato di Marco, il mio vicino di scrivania, hanno provato a insinuare che io le stia addirittura simpatico. Dentro di me, brucia ben di più di una simpatia.
Quarto giro. Mentre vedo che la vetrina del bar si avvicina, una copia coraggiosa di me stesso urla nel mio cervello che non posso fare una figura da deficiente così plateale. Devo buttarmi, con o senza rete. Accelero, per entrare d’inerzia dentro al bar ed evitare che le gambe rallentino in autonomia e mi facciano deviare ancora la traiettoria.
Ma la sedia è vuota. Brandelli di carta riempiono ancora il posacenere e un cameriere sta togliendo dal tavolino quello che resta della bustina di zucchero, il cucchiaino e la tazzina sporca di caffè. C’è un alone di rossetto sul bordo. Vorrei entrare per baciare quel bordo, prima che una stupida lavastoviglie lo cancelli, poi realizzo come ancora una volta il timido idiota che è in me abbia vinto. Ma, così facendo, abbia perso un’altra volta.
All’improvviso, sento una mano che mi tocca le spalle e una voce familiare mi riporta sul pianeta.
«Ehi, guai a fare aspettare le ragazze! Alcune perdono la pazienza e ti fanno “ciao ciao”, se tardi due minuti. Specie quelle che non sopportano i ragazzi timidi.»
Credo che la mia faccia ebete assomigli a quella di una figurina dei calciatori.
«Ti è andata bene» continua ridendo. «Io sono una che di pazienza ne ha. Però, il cameriere non aveva tempo di pulire il tavolino dalla consumazione di chi è entrato prima e allora sono uscita ad aspettarti. Ora ho visto che ha sgomberato tutto. Che dici, entriamo? Cosa mi offri di buono? Ti avviso che sono golosa da far schifo!»
Mi pianta gli occhi negli occhi, ma stavolta il mio respiro è normale. Reggo il suo sguardo con un sorriso convinto, mentre la copia coraggiosa di me tira una martellata al mio guscio e le apre la porta.
Ho un caldo cane.
Ma sto benissimo.
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