Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “L’odore dell’abbandono” di Silvia Fiorentini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

La libertà ha un sapore diverso quando ne parli e quando la vivi.

Sopravvivo tra queste quattro schifose mura da 6 anni, 7 mesi e 3 giorni. Conosco ogni angolo e ogni scritta di questi muri, l’odore acre della polvere e il puzzo della discarica mi accompagnano dal primo giorno, mi svegliano e mi lasciano quando chiudo gli occhi per dormire. Ho imparato a distinguere il tempo che passa e le stagioni che si alternano dall’olezzo che arriva dalla montagna degli scarti decomposti di cibarie che giacciono proprio di fronte alla mia finestrella. La puzza della decomposizione dell’estate è così forte che entra dentro le narici e poi dentro il cervello, in un modo così acuto che diventa quasi rumore. Mi sento uno scarto della società come quella buccia di banana lasciata annerire sotto il sole rovente di agosto. Sono arrivato in carcere una mattina di luglio e quella puzza me la ricordo bene, entrava dentro forte e acuta.

Questi anni sono passati lenti, inizialmente pensavo di morire, non dormivo la notte, non mangiavo e mi rifiutavo anche di uscire fuori nei momenti di aria. Credevo di poter impazzire, il tempo lento e vuoto delle giornate qui dentro mi facevano sentire morto, ogni cosa che facevo prima di essere arrestato era finita, interrotta, come un disco che all’improvviso salta e smette di suonare.

Poi non so nemmeno come, mi sono adattato, i miei occhi si sono abituati alla poca luce, a queste mura sporche, le narici al puzzo che ogni giorno persiste, le orecchie alle urla e ai fischi degli altri detenuti e a piccole gocce, come il sonnifero che tiravo giù ogni sera, poco a poco mi sono abituato a tutto questo schifo e in maniera quasi inspiegabile gli anni sono passati. Qui dentro ho incontrato la solitudine vera, per molto tempo mi sono rifiutato di parlare con gli altri, se non per le cose strettamente necessarie, mi sono chiuso in me stesso. Quello che provavo all’inizio era incredulità, quasi come fossi in un sogno, un bruttissimo incubo. Non potevo credere che fosse capitato a me, la mia vita prima, il mio lavoro di trader che avevo sempre sognato, il mio capo che stimavo, la palestra, il sacco da boxe che picchiavo al mattino per darmi la carica, le bollicine con Andrea, il mio più caro amico e quella pazza di Valentina si erano ridotti in frantumi, come un vaso di cristallo che cade da un tavolo. Mille pezzi che con un tonfo cadono giù senza poter essere salvati, né tantomeno rincollati. I primi tempi sentivo solo di poter morire, l’unica soluzione era fuggire dalla vita.

Come tutte le mattine di inverno apro gli occhi verso le 6 quando la luce arriva a fare giorno e dalla finestrella piccola in alto alla mia cella arriva dritta dritta nei miei occhi, come una sveglia che precisa scandisce l’iniziare del giorno. Quella striscia luminosa si inserisce nelle fessure degli occhi, silenziosa ma aggressiva mi fa svegliare. Adesso che è inverno la striscia è più sottile, ma d’estate sento il calore attraverso il lenzuolo e mi torna in mente l’estate al mare, sotto il sole sulla spiaggia. Adoravo l’estate e soprattutto partire presto da casa e arrivare in spiaggia ancora deserta, per godermi il primo bagno da solo. Mi piaceva da impazzire il mare al mattino presto per nuotare e per prendere il sole da solo, senza troppi schiamazzi e rotture di palle. Mi ricordo quando nemmeno parcheggiavo che mi toglievo subito camicia e scarpe, restando a piedi nudi sulla sabbia che tiepida non ti faceva ancora scottare. Abbandonavo le cose sul telo e correvo subito in acqua, fredda ma cristallina, il freddo improvviso mi dava una sensazione di piacere e dolore insieme e mi ricordava quando da bambino mamma mi portava lì.

Il sole sulla parete illumina tutte le scritte che i poveracci prima di me hanno lasciato. Tutti i muri intorno sono ricoperti da scritte, decine e decine di nomi, testimoni e protagonisti di storie che sono passate per questa cella. Proprio vicino al mio letto c’è scalfita nel muro, ormai indelebile, la scritta Grazia. Chi l’ha incisa gli ha dedicato tempo, ogni lettera è stata fatta con cura, deve essere stato un arnese con la punta così sottile che non ha rotto troppo il muro, i bordi sono precisi e decisi. Quel nome, o quel concetto, quel desiderio era così forte che la precisione lo dice chiaro. Ogni mattina appena apro gli occhi guardo le sei lettere, che tu Grazia sia una donna o la libertà, poco importa, guardando quella scritta ti sogno, immagino il tuo viso, sogno la vita, la libertà.

Non lo saprò mai ma quel nome ormai mi è familiare e comincia a piacermi, mi ritrovo a fantasticare su Grazia e sulla sua bellezza. Se pure fosse la libertà, sarebbe comunque uno schianto come una bella bionda.

Come ormai un rituale profano, quando la mattina apro gli occhi dopo un saluto a Grazia, faccio un segnetto sul muro, come fosse un bastoncino, accanto ce ne sono altri, tanti altri che stanno lì allineati, dritti come matite, come soldati che piantonano il dio tempo. Oggi è il decimo giorno dell’ultimo mese dell’anno. Che l’anno finisca con dicembre non ha più senso né importanza, non ci sono più appuntamenti, ricorrenze, né cose da festeggiare. Dicembre è solo una parola, un mese, una convenzione per segnare il tempo che va. Quando vivevo fuori di qui mi piaceva il Natale, di quel momento dell’anno amavo la settimana che riuscivo a concedermi per viaggiare. Ho sempre odiato le tavolate di parenti che si vedono una volta l’anno fingendo affetto e simpatia. Quello che facevo io era fuggire in qualche posto caldo ad allungare l’estate.

La mattina subito dopo aver aperto gli occhi e fatto il segnetto al muro è come se i miei timpani si accendessero, iniziano a funzionare, da fuori arrivano lentamente i rumori, comincio a sentire i camion della discarica che si accendono, si attivano i primi macchinari. I rumori esterni si aggiungono a quelli interni, dalle altre celle arrivano le prime urla. Alfredo che sta nella cella di fronte fischietta mentre si fa il caffè, chissà dove la prende la voglia. Mi alzo e mi piazzo davanti allo specchio, inizio lentamente a farmi la barba in attesa che la guardia mi porti la sbobba di caffè. Fisso i miei occhi, sono incavati, l’iride verde assomiglia sempre di più ad un pezzo di vetro sbiadito, di quelli che trovi in spiaggia, in mezzo alla sabbia, lavati dalle onde e sbiaditi dal troppo sole. Sono irriconoscibile, ho perso forse 5 – 6 kili che sul mio corpo già esile mi riduce ad uno zombie. I muscoli che prima fieramente ostentavo in palestra sono spariti, asciugati come spugne al sole. Anche la mia schiena si è quasi curvata, mi escono le costole e la pancia quasi rientra, facendo una curva strana.

Negli incubi che mi tengono compagnia la notte sogno gli articoli di cronaca nera che solitamente leggevo a colazione davanti ad un caffè, che ora parlano di me. Adesso sono io quelle lettere puntate sull’articolo nella spalla della pagina della cronaca. La scena che quasi ogni sera mi si ripresenta davanti agli occhi è quel lunedì mattina quando i carabinieri mi sono venuti a prendere a casa. La sera precedente al mio arresto ero stato al matrimonio di Andrea, il mio migliore amico. Sono tornato a notte fonda con il testimone di nozze, che mi aveva visto bello brillo e si era offerto di guidare fino a casa mia. Era stata una bella giornata, piena di belle donne e di buone bollicine. Avevo esagerato un bel po’ con l’alcol che mi aiutava ad annegare i ricordi. L’idea di essere lì al suo matrimonio da solo mi innervosiva. Durante la cerimonia avevo controllato nervosamente lo schermo di Whatsapp forse un centinaio di volte, i miei polpastrelli cercavano nervosamente il contatto di Vale, aprivo e chiudevo la pagina, guardavo fisso l’ora del suo ultimo accesso, immaginandomi ogni volta dove potesse essere in quel momento e che cosa stesse facendo. Le mani tremolanti prendevano il cellulare con una cadenza regolare, quasi come fossero una danza e battessero il tempo di una litania sorda ma costante. Il giorno che Andrea mi aveva detto che si sarebbe sposato me lo ricordo bene, eravamo sul terrazzo a casa mia e c’era anche Vale, la mia ex. Quel giorno avevamo brindato alla notiziona tutti e 3 insieme a suon di champagne. Era il primo del gruppo a sposarsi e giurammo di fare una gran festa.

Noi tre, Andrea, Vale ed io.

Ma Vale non è mai venuta. Ci eravamo lasciati due mesi prima del matrimonio.

Mi aveva lasciato.

Solo.

La solitudine ritrovata e perpetuata tra queste mura negli anni non mi ha insegnato nulla, mi ha solo danneggiato, giorno dopo giorno ha incancrenito la ferita già aperta che avevo. Il sangue che era scorso ora si era imputridito e puzzava di morte. La sensazione di vuoto che ho sentito qui dentro e sento nel corpo e nell’anima ha amplificato nel tempo il mio dolore lasciando ristagnare il mio odio verso la solitudine, verso l’abbandono, verso gli altri, verso Valentina.

La piccola finestra che c’è nella mia cella lascia entrare la luce in maniera timida, in estate la striscia di sole che si crea è più evidente, per scomparire quasi in inverno, costringendomi a tenere accesa la luce quasi tutto il giorno.

La circonferenza che traccia la lampadina appesa sopra la mia testa nella cella è come quella del mio studio, quando stanco dopo intere notti al computer, tiravo indietro la testa appoggiandola al poggiatesta della poltrona e la vedevo. Il web per me allora non aveva segreti, ero diventato un drago, un po’ perché me lo chiedeva il mio capo, un po’ perché nel tempo avevo iniziato ad appassionarmi al mercato delle criptovalute. Un mondo interessante, senza troppe regole né vincoli, dove tutti hanno diritto ad entrare e se forti, a sopravvivere. Il silenzio della notte mi aiutava a trovare la giusta concentrazione al pc e ogni tanto, nei miei incubi qui dentro, mi rimbombano ancora nelle orecchie quei click del mouse. Un rumore preciso, quasi metallico che mi faceva compagnia nel silenzio della notte. Lo stesso rumore metallico, come quasi un cancello che si apre e che si chiude torna ad accompagnarmi qui. Con i mesi e con gli anni ho imparato a decifrarlo, deve essere la barra di accesso alla discarica o forse proprio quella per entrare in questo carcere, il rumore dell’entrata agli inferi.

Vale ed io siamo stati insieme 2 anni, 2 lunghi anni fatti di risate ma anche di urla e litigate feroci. Valentina è una tipa tosta e anche io non scherzo. Vivevamo insieme a casa mia, ma un venerdì mattina mi ha lasciato un bigliettino sul tavolo della cucina, a colazione.

“Non ce la faccio ad andare avanti, mi manca l’aria.

Non cercarmi più.

Valentina”

Quel giorno ho cominciato a chiamarla, chiamarla una, due, tre volte a ripetizione. In un’ora l’avrò provata a chiamare non so quante volte. Sono andato a cercarla sotto casa, a casa della madre, sotto il suo ufficio ma non l’ho più vista né sentita, non mi ha voluto mai più parlare. Ho provato e riprovato ad incontrarla, a cercare di parlarle, senza mai riuscirci. Mi aveva abbandonato, mi ha lasciato solo come un cane, la odiavo e ho provato a farle del male.

La solitudine che provo tra queste mura ha lo stesso sapore amaro di quella notte al ritorno dal matrimonio di Andrea, l’eco del silenzio della mia anima qui dentro negli anni non mi ha insegnato nulla, mi ha solo fatto male, peggiorando la ferita già aperta che avevo. Il vuoto intorno a me mi ha fatto riaffiorare quella sensazione di abbandono che avevo vissuto da adolescente mia madre se n’era andata di casa. Quella sera, appena tornato dal matrimonio di Andrea, ero davanti allo specchio in camera da letto che mi toglievo cravatta e camicia, quando ho sentito suonare alla porta. Fuori c’erano due carabinieri che mi hanno chiesto di entrare. Ero annebbiato dal sonno e dall’alcol, pensavo fosse uno scherzo ma li ho fatti entrare. Mi hanno chiesto nome e cognome dopodiché mi hanno messo le manette e mi hanno caricato su una macchina. Era l’alba e le nuvole non avevano fatto ancora spazio alla luce, non capivo dove stavamo andando.

Abbiamo tagliato la città e dopo una mezz’ora siamo arrivati al commissariato. Dentro una stanza un poliziotto in borghese mi accusa di stalking e lesioni personali: ho cercato sul dark web un sicario per poter uccidere Valentina, per mettere fine alla sofferenza che mi aveva causato.  La odio, mi ha lasciato solo, mi ha rovinato la vita e merita di morire. Mentre stavo per inviare la transazione in bitcoin al sicario che doveva farla fuori la polizia postale ha rintracciato il mio profilo. Poche ore dopo stavano per iniziare i miei sei anni più lunghi della mia vita.

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