Premio Racconti nella Rete 2026 “L’ultima stella” di Maria Giuseppina Zunino
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026In questa cucina non entra mai la luce del sole, solo il ronzio dei neon che fa sembrare ogni ingrediente un reperto anatomico. Eppure, qui dentro, io celebro la vita un istante prima che si spenga. Il metallo dei pensili è freddo, sa di disinfettante e di sentenze definitive. Ma quando accendo i fuochi, l’aria cambia. Il vapore sale verso le grate e per un attimo, se chiudo gli occhi, non sono più l’uomo che prepara l’ultimo vassoio. Sono solo un cuoco che cerca di rendere il passaggio più dolce.
Ho cucinato di tutto in questi anni: aragoste pretenziose per chi voleva sentirsi re per un’ora, o pane e latte per chi cercava di tornare bambino. Non guardo mai i loro occhi. Guardo le loro mani quando afferrano il piatto attraverso lo spioncino. Mani che tremano, mani rassegnate, mani pulite.
Poi è arrivato l’ordine per la cella 412. Un biglietto sgualcito con tre parole che mi hanno gelato il sangue più del ghiaccio nelle celle frigorifere: Spigola cilena, salsa al dragoncello.
Il dragoncello è un’erba traditrice: se sbagli il tempo, sa di fieno e di sconfitta. Ma il vero demone è l’emulsione. Impugno la frusta come fosse un’arma corta. Trent’anni fa, in quella cucina scintillante di marmo, le mie mani tremavano di rabbia mentre fissavo il volto impassibile del mio secondo. Sapevo che stava guardando il grasso separarsi dal fondo, sapevo che stava godendo del naufragio del mio impero. Quella sera il critico non disse una parola. Appoggiò la posata, si pulì le labbra con un gesto lento e uscì dal ristorante portandosi via la mia vita. In quel piatto la salsa si era separata: un filo d’olio ribelle che derideva vent’anni di sacrifici. Non inseguii il mio sous-chef, inseguii il critico. Lo uccisi per aver negato la verità della mia arte, senza capire che ero stato tradito da dentro.
Ora, tra le mura sorde di questa prigione, il silenzio è assoluto. Verso il burro chiarificato a filo, un ruscello d’oro che deve farsi carne con il tuorlo d’uovo. Muovo il polso con una regolarità ipnotica, un battito costante che sfida la memoria. La salsa inizia a gonfiarsi, a prendere quel colore giallo pallido, denso, vellutato. È perfetta. Non si rompe. Non scivola via. Resta lì, immobile e superba, come la stella che non ho mai avuto. È la salsa più buona che io abbia mai fatto, ed è un peccato mortale che a mangiarla sia l’uomo che mi ha venduto all’oblio.
L’agente si avvicinò per prendere il vassoio. Le sue mani erano rozze, abituate alle chiavi e al manganello. Lo afferrai per il braccio con una presa d’acciaio. Lo fissai dritto negli occhi, con l’autorità di chi un tempo governava brigate di quaranta persone.
«Portalo con cura,» sussurrai, e la mia voce tremò di una devozione antica. «Abbi la massima cura. Trattalo come se fosse un bambino che dorme. O come una vergine la prima notte di nozze. Non deve cadere nemmeno una goccia di dragoncello fuori posto. È tutto ciò che resta di me.»
L’agente mi guardò come se fossi pazzo, ma raddrizzò la schiena. Sollevò il vassoio con una cautela che non gli apparteneva e si incamminò lungo il corridoio di cemento. Rimasi lì, appoggiato al bancone bollente, a guardare l’ombra del mio capolavoro che spariva dietro l’angolo. Sapevo che nella cella 412 il mio boia stava aspettando il suo pasto. Avevo cucinato per il mio nemico la cena più perfetta della mia vita. Finalmente, nel buio della prigione, la mia terza stella brillava nel piatto di un uomo che stava per morire.
![]()