Premio Racconti nella Rete 2026 “Il ragno” di Irene Catanzariti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Versi strozzati, un rumore di sbarre metalliche scosse con forza. Ululati. Martino si tappa le orecchie premendo forte le manine sui teneri padiglioni auricolari, ma quell’ululato gli trapana il cervello. Non smette neppure con il buio, anche se di notte si tramuta in un gemito sordo, continuo, senza sosta, tanto che la mamma gli compra una macchinetta che fa uscire il suono del mare: rumore bianco lo chiama, anche se è gialla.
Martino sa che c’è un mostro dentro la camera in fondo al corridoio, quella più lontana dalla sua. Mamma e papà gli hanno sempre impedito di andarci, gli hanno detto perfino che è pericoloso e si sono fatti promettere che non ci entrerà mai. “Giuralo sul tuo Teddy Bear”, gli hanno chiesto. E lui, tutto serio, aveva portato la mano destra aperta sul cuore e aveva giurato.
Per questo si sente in colpa, ora, mentre striscia lungo il corridoio, al buio, fino alla camera in fondo. Si mette sulla punta dei piedi e afferra la maniglia con entrambe le mani, vi si appende con tutto il peso che il suo piccolo corpo permette, ma la porta non cede, rimane chiusa.
“Devo crescere in fretta”, si dice, “per aprire la porta e liberare mamma e papà.” Perché il mostro tiene tutti prigionieri: lui, la mamma e perfino il papà. È a causa sua se non può invitare a casa gli amici dell’asilo; se mamma e papà non sono mai entrambi presenti alle sue recite a scuola; è per colpa sua che i compleanni li festeggia da McDonald’s e a Natale i nonni non vengono mai, e neppure i cugini; se d’estate deve andare in colonia, invece che al mare o in montagna con i genitori, come fanno i compagni.
La mamma, mentre piega un pigiama con Hello Kitty, fa una faccia triste quando le dice che appena crescerà abbastanza la proteggerà lui, e gli ripete che non c’è alcun mostro dentro alla stanza, ma Martino sa che dice così solo perché ha paura.
Una volta Martino ha disegnato il mostro, all’asilo, e la maestra ha chiamato i genitori. Di nascosto ha ascoltato: la maestra parlava di una psico qualcosa, la mamma piangeva, il papà alzava la voce, che però gli tremava, e alla fine la maestra ha detto “Capisco.” Ma come vuoi che capisca, di sicuro a casa un’orribile creatura rinchiusa in una stanza, lei, non ce l’ha.
Martino decide allora di diventare forte come Hulk, veloce come Captain America, capace di rigenerarsi come Wolverine e bravo a volare come Iron Man.
Vuole però vedere com’è fatto il suo avversario. Solo così potrà capire quale arma sviluppare, quale potere coltivare per ucciderlo: Martino sa che alla fine a vincere sarà solo uno di loro.
La mamma si arrabbia quando lo trova di notte davanti al televisore, attaccato allo schermo, a guardare la videocassetta con le avventure dei supereroi. Non capisce che deve imparare a memoria tutto: le mosse, da dove prendano la loro forza, il coraggio. Perché Martino di paura ne ha tanta, anche se non lo dice. Non vuole che i genitori si preoccupino.
Martino disegna, Martino gioca con i Lego che i nonni gli fanno avere per posta, Martino va con la mamma al parco quando il papà resta a casa a fare la guardia.
Una volta prova a parlargli, da uomo a uomo. Si mette impettito davanti a lui, a gambe larghe, le mani incrociate dietro la schiena, il mento alzato, fa un grande respiro e si butta: “Se vuoi lo facciamo insieme”, gli dice, “io lo tengo forte e tu lo uccidi.”
“Chi?”, gli chiede il papà.
“Il mostro, quello dentro la stanza.”
Il padre si volta, una smorfia di dolore gli stravolge la faccia. Esce in giardino sbattendo la porta. Non gli risponde.
Martino capisce di aver detto qualcosa di sbagliato, ma non sa cosa. Sa solo, ne è certo, che è tutta e solo colpa del mostro.
Il suo odio per lui cresce di giorno in giorno. Vorrebbe vederlo, una volta soltanto, per dare sostanza al suo odio. Spia, quando può, i genitori; la notte cerca di restare sveglio per controllare che cosa facciano, sa che quello è il momento in cui entrano ed escono dalla stanza della creatura con le braccia cariche di asciugamani, lenzuola, e scatole piene di chissà cosa. Immagina siano le offerte che esige da loro.
Quando la mamma viene a sbirciare dalla porta il suo sonno, finge di dormire profondamente, è diventato bravissimo a fare finta. Sa anche che non dovrebbe: a scuola la maestra ha spiegato che i bambini che dicono le bugie finiscono all’inferno, ma a Martino questa storia dell’inferno non è molto chiara. Quando lo chiede alla mamma, lei distoglie lo sguardo, gli dice che è ancora troppo piccolo. Martino insiste, “Cosa vuoi che ne sappia, la maestra, dell’inferno”, gli dice la mamma, asciugandosi in fretta una lacrima.
Un giorno Martino resta a casa perché ha la febbre alta. La mamma gli mette pezzuole fredde che sanno di aceto sui piedi e sulla fronte. Gli fa bere un brodo caldo, ma a Martino il brodo fa schifo. Lo finisce comunque, la mamma ha fretta, non può perdere tempo, o almeno così gli dice, anche se non gli spiega perché. Cosa fa la mamma quando papà è al lavoro?
Suonano alla porta, la mamma, dopo avergli rimboccato per bene le coperte e avergli detto di non muoversi, corre ad aprire. Martino si sente scottare. Si libera un po’ a fatica dalla morsa del letto, si toglie le pezzuole bagnate dalla fronte e dai piedi, cerca le pantofole con gli orsetti marroni e apre piano la porta della sua cameretta. Sente una voce forte in corridoio, intravede un uomo vestito di bianco, altissimo, con una borsa scura in mano. Martino si chiede come mai, se è un uomo, porti una borsa come la mamma. Strizza gli occhi per vedere attraverso il sudore che gli cola dalla fronte, ha freddo, batte i denti, forse è la paura. Ma Martino è un Avenger, non può avere paura.
Aspetta in piedi, nascosto dietro alla porta per non farsi vedere, e sente le grida del mostro farsi più forti e il rumore metallico rimbombare centuplicato, e un bip bip mai prima avvertito, una rete cigolare, una finestra sbattere forte. Vede l’uomo alto parlare piano con la mamma, mentre rifà il corridoio al contrario. La mamma piange, l’uomo le posa una mano su una spalla, con gentilezza. Martino sguscia fuori dalla stanza; il papà non c’è: deve farlo da solo; cammina lungo il muro del corridoio, inciampa una volta, ma riesce a rimanere in piedi, la porta della stanza della creatura è socchiusa, la spalanca buttandovisi contro con tutto il suo peso. Bip. Un odore pungente di disinfettante gli toglie il respiro – bip – rischia di cadere, – bip – barcolla, – bip – si aggrappa a uno strano letto: è molto alto, di ferro, con sbarre orizzontali che lo chiudono da tutte le parti. Ha tanti cuscini e, sopra: il mostro.
È un ragno, gigantesco.
Martino strizza gli occhi, le lucine rosse e verdi che lampeggiano alla destra del letto gli danno fastidio. Li chiude premendoci sopra le mani. Li riapre, spalancandoli.
“Così tu sei il mostro”, pensa Martino, che però non riesce ancora a vederlo bene. Per questo, trascina una sedia accanto al letto del ragno, vi si arrampica sopra, agile come Superman. Non ha più paura adesso, sa che nulla potrà fargli del male. Il cuore gli corre veloce nel petto, più veloce di Flash. Martino si alza in punta dei piedi, vuole guardare il ragno in faccia. Scosta una delle sue lunghissime zampe di plastica piena di un liquido colorato, e lo fissa diritto negli occhi.
Non è un mostro. È il suo specchio: una bambina, appena più grande di lui, una smorfia contorta ad attraversarle la bocca che si apre e si chiude come un pesce boccheggiante fuori dall’acqua.
Martino la guarda in silenzio, le prende la mano, contratta ad artiglio, gliela accarezza piano. “Ho capito”, le dice, “sei Spider Girl e sei rimasta incastrata a metà della trasformazione.”
Inspira forte, porta il petto in fuori, i pugni stretti.
“Non avere paura, ti aiuto io.”
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Storia intensa,bella
Grazie, sono contenta ti sia piaciuta.