Premio Racconti nella Rete 2026 “Coraggio” di Paolo Ernesto Sussi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Quando fece il passo nel vuoto, Isamu vide per prima cosa il KitKat.
Era caduto sul binario da poco. La carta rossa era ancora intera, appena piegata su un lato. Qualcuno doveva averlo lasciato scivolare dalla tasca o dalla borsa senza accorgersene. Restava lì, poco oltre la linea gialla, come un augurio sbagliato. Kitto katsu. Andrà tutto bene. Isamu lo guardò per una frazione di secondo, e proprio in quella frazione gli sembrò di capire fino in fondo quanto il mondo potesse essere preciso e idiota nello stesso momento.
Poi il tempo si allargò.
Non abbastanza da salvarlo. Solo abbastanza da lasciargli attraversare di nuovo la propria vita.
Aveva quarant’anni quel giorno. Li compiva il ventisei dicembre, e da settimane gli sembrava una data già amministrata, già archiviata, come il rinnovo mancato di un contratto o la scadenza di una tessera che nessuno userà più. Da tempo, in lui, tutto era quieto e concluso. Non c’era stato un crollo improvviso. Nessuna telefonata finale. Nessuna frase capace di spingerlo oltre una soglia che fino al giorno prima non esisteva. La soglia esisteva da mesi. Forse da anni. Lui si era limitato a raggiungerla con la puntualità di un impiegato.
Alle diciassette, sulla banchina della linea, la gente aveva già il passo del ritorno. Cappotti scuri, borse da lavoro, auricolari, facce stanche e composte. Nessuno guardava nessuno. Era questo che gli era sempre piaciuto di Tokyo, nei suoi anni migliori e in quelli peggiori: la possibilità di sparire in piena vista. Neppure allora, mentre si staccava dal bordo del marciapiede, Isamu aveva l’aria di un uomo in procinto di compiere un gesto estremo. Sembrava uno che si fosse spostato male.
Indossava ancora gli abiti del suo vecchio mondo. Cappotto scuro, camicia anonima, scarpe consumate. Tutto era liso, un po’ sporco, tirato avanti oltre il limite. Eppure c’era in lui, fino all’ultimo, un residuo di decoro. Non abbastanza per salvarlo. Appena abbastanza per impedirgli di diventare del tutto uno scarto.
Nella tasca interna del giubbotto teneva l’iPhone 6 Plus di Miho.
Glielo aveva regalato anni prima, quando era uscito. Lei l’aveva custodito come un tesoro, con una cura quasi eccessiva per un oggetto così comune. Anche dopo la malattia, anche quando le mani avevano cominciato a perdere forza, lo teneva vicino al cuscino o sul tavolino dell’ospedale, sempre nello stesso posto, con il cavo arrotolato bene accanto. Dopo la sua morte Isamu l’aveva portato con sé ovunque. Non riceveva chiamate. Le applicazioni più vecchie non si aprivano più. Non arrivavano aggiornamenti. Ma le foto c’erano ancora. E le note. E qualche messaggio antico che lui rileggeva ogni giorno come si legge un breviario in una lingua già morta.
La batteria durava sempre meno. C’erano notti in cui non riusciva a caricarlo. In quei casi il telefono si spegneva all’improvviso, senza eleganza, e Isamu provava ogni volta la stessa sensazione: non nostalgia, non dolore puro, ma la ripetizione fisica di una separazione che non aveva mai smesso davvero di accadere.
Quel giorno, tra la cover e il retro del telefono, aveva infilato una foglia di ginkgo gialla.
L’aveva raccolta poco prima, davanti alla grande scalinata del santuario. Non si era fermato a pregare. Non aveva guardato il tempio con particolare attenzione. Era passato di lì come si passa davanti a un posto che il corpo ricorda meglio della mente. La foglia era già caduta, perfetta nella sua piccola stanchezza dorata. Lui l’aveva presa e infilata dietro al telefono quasi senza pensarci. Il ginkgo era l’albero che Miho amava più di tutti. In autunno si fermava sempre a guardarli troppo a lungo. Diceva che, anche quando tutto il resto si sporca o marcisce, il giallo del ginkgo conserva una forma di ostinazione.
Isamu non sapeva se fosse vero. Aveva smesso da tempo di cercare verità dentro le metafore degli altri, perfino dentro quelle di sua moglie. Ma la foglia l’aveva raccolta lo stesso.
Nello zainetto logoro portava il resto: caricabatterie, cavo, busta trasparente con i documenti, asciugamano sottile rubato mesi prima in un hotel, medicine da banco, cerotti, un tagliaunghie, qualche moneta. E il pacchetto dei mochi presi quella mattina al Lawson.
Due pezzi. Uno bianco, uno rosa.
Per anni, a dicembre, lui e Miho avevano comprato proprio quelli. Fragole e panna. Una piccola cosa da konbini, niente che meritasse di essere chiamato tradizione. Eppure, col tempo, quella piccola cosa aveva preso posto nella loro vita come certi oggetti economici che, per il solo fatto di ripetersi, diventano quasi più intimi del lusso. Isamu mangiava sempre il bianco. Miho il rosa. Quella mattina ne aveva mangiato uno solo, in piedi, fuori dal negozio, con il freddo che gli entrava nelle dita. Quello rosa lo aveva rimesso nello zaino. Non pensò a niente mentre lo faceva. Né a lei, né a un ultimo omaggio, né a una forma privata di cerimonia. Gli sembrò soltanto giusto che restasse con lui.
Prima di finire a dormire nei capsule hotel e nei manga café della periferia ovest, Isamu aveva avuto una vita abbastanza normale da poterla raccontare senza vergogna. Lavorava in una società di logistica. Un’azienda anonima, né misera né prestigiosa, il genere di posto dove gli uomini invecchiano dentro turni, modulistica e scadenze senza che nessuno possa indicare con precisione il giorno in cui hanno smesso di desiderare qualcos’altro. Lui era bravo in inglese, molto più di quanto lasciasse intuire. Se ne vergognava. Non per falsa modestia, ma per una timidezza più vecchia del carattere, più vicina a una deformazione.
Aveva conosciuto Jakob così.
Un turista americano, spaesato nella metropolitana, incapace di capire un cambio di linea. Isamu lo aveva osservato per qualche secondo prima di decidere di aiutarlo. Parlò piano, quasi scusandosi del proprio inglese. Jakob, al contrario, si mostrò subito espansivo, grato, entusiasta del Giappone e di qualunque dettaglio gli si offrisse davanti. Si scambiarono il contatto. All’inizio Jakob scrisse quasi ogni giorno: foto, domande, ringraziamenti tardivi, ricordi del viaggio. Poi meno. Una volta a settimana. Ogni dieci giorni. Negli anni era rimasta una specie di amicizia epistolare senza peso apparente, l’unico legame che non esigesse da Isamu né presenza né spiegazioni.
Il venticinque dicembre gli aveva scritto per fargli gli auguri di Natale.
Il ventisei, di mattina, gli aveva scritto ancora. Buon compleanno.
Isamu aveva visto entrambi i messaggi. Non aveva risposto. Jakob non avrebbe insistito. Avrebbe pensato, con una lieve irritazione ma senza dramma, che i giapponesi sono fatti così, che a volte spariscono. Poi avrebbe cancellato LINE, che usava quasi solo per lui. Il ricordo di Isamu si sarebbe ritirato dalla sua vita come si ritira una finestra secondaria mai davvero necessaria.
Questo, a Isamu, andava bene. Gli andava bene tutto ciò che non tratteneva.
La parte più rumorosa della sua esistenza era morta l’undici marzo del 2011, quando lo tsunami si era preso i genitori, la zia e il fratello. Lui aveva ventisei anni. Per un po’ dopo, il mondo gli era sembrato fatto soltanto di acqua già passata, fango secco e liste di nomi. Non era crollato allora. O meglio: crollò in una forma che continuava a somigliare dall’esterno a un uomo in piedi. Fu Miho a tenerlo insieme. Quattro anni più giovane di lui, fisicamente fragile, interiormente molto più robusta. Il loro matrimonio non aveva niente di eccezionale. Era stato tenero, protettivo, quasi raccolto contro il mondo. Non una grande passione. Qualcosa di più raro e più utile: una casa interiore abbastanza ordinata da permettere a un uomo ferito di continuare a vivere senza dover ogni giorno giustificare la propria sopravvivenza.
Poi era arrivato il cancro.
All’inizio c’erano stati controlli, attese, ottimismo amministrato. Poi le assenze dal lavoro. Poi i ritorni sempre più frequenti in ospedale. Per circa un anno e mezzo Isamu aveva imparato il vocabolario della stanchezza altrui: corridoi, sale d’attesa, nausea, lenzuola ospedaliere, cassetti con vestiti di ricambio, tazze di plastica, infermiere troppo gentili. Miho si era rimpicciolita senza diventare mai patetica. Anche negli ultimi mesi restava la persona più forte della stanza. Quando morì, nel 2017, Isamu provò meno disperazione di quanto si aspettasse. Provò invece il crollo della struttura. Come se fino a quel momento non avesse vissuto con una moglie, ma dentro un’impalcatura che aveva retto il peso del mondo per entrambi.
Dopo la sua morte continuò a lavorare. Anni. Uno sopra l’altro. Finché il licenziamento collettivo, impersonale e pulito, non chiuse anche quella porta. Da un anno non aveva più un lavoro. Da quasi due non aveva più una casa. All’inizio aveva cercato di mantenere ordine, poi solo igiene, poi soltanto una forma minima di continuità. Camminava la sera fino a sentirsi abbastanza stanco da poter dormire. Beveva un liquore economico quando aveva soldi. Quando non li aveva, beveva acqua o niente. Dormiva in stanze temporanee dove il buio non apparteneva mai davvero a nessuno.
A un certo punto aveva capito che esisteva un posto da cui sarebbe stato possibile sparire.
Non fu un’intuizione poetica. Non il richiamo di un binario, non la fascinazione della velocità, non una teoria sulla città. Solo la constatazione netta che in certi luoghi grandi e impersonali la morte può entrare nella normalità collettiva con la stessa discrezione di un ritardo annunciato male. Da allora, ogni tanto, era tornato su quella linea. Non per esercitarsi. Non per tentarsi. Solo per sapere che il luogo continuava a esistere.
Esisteva.
E adesso era lì.
L’annuncio si diffuse sopra il marciapiede con la sua chiarezza metallica. Un treno stava per transitare ad alta velocità. Le persone non ascoltarono davvero. Arretrare di mezzo passo, spostare una borsa, guardare il telefono: il corpo di una folla urbana sa obbedire prima ancora di capire.
Isamu no.
Nella tasca interna del giubbotto il telefono di Miho restava spento. Dietro la cover, la foglia di ginkgo toccava il vetro senza peso. Nello zaino, insieme ai documenti e all’asciugamano rubato, il mochi rosa si muoveva appena. Sul binario, il KitKat rosso restava dov’era.
Per un istante Isamu pensò che finalmente il suo nome gli stesse andando incontro.
Coraggio.
Non quello che serve a restare. Non quello che serve a sopportare. Solo l’altro.
La voce registrata ripeté l’annuncio.
Il treno arrivò dentro l’aria prima ancora di arrivare agli occhi.
E Isamu fece un passo avanti.
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Stesse parole che ho usato per “Una stanza illuminata” più una domanda: ha vissuto in Giappone? Io no, ma l’atmosfera che si respira nei due racconti lo fa sospettare
@Marcoleo, ti ringrazio per il tuo commento e ti rispondo volentieri.
No, non ho mai vissuto in Giappone per un lungo periodo. Ho però avuto la fortuna di visitarlo più volte e, ogni volta, ho portato via con me scorci di vita quotidiana, persone incontrate, luoghi e atmosfere.
Nel tempo tutto questo è diventato una piccola memoria personale, a cui attingo quando scrivo i miei racconti.