Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Una famiglia normale” di Paolo Ernesto Sussi 

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Hiroshi usciva dal sento tutte le sere con i capelli ancora umidi e la pelle arrossata dall’acqua troppo calda. Il locale era vecchio, consumato, con le piastrelle screpolate vicino ai lavandini e gli armadietti di legno gonfi di umidità. Nell’ingresso, accanto alla cassa, il frigorifero faceva un rumore costante, più affidabile delle persone. Hiroshi comprava sempre la stessa bottiglietta di latte alla frutta, la stappava con un gesto preciso e la beveva piano, in piedi, guardando il marciapiede fuori dalla porta.

Senza quel rito, ne era quasi certo, sarebbe già morto.

Poi usciva nella notte di Ota, accendeva una sigaretta e andava a lavorare.

Negli anni aveva fatto quasi tutto quello che si poteva fare senza avere più un posto vero nel mondo. Consegne per Domino’s, turni alla cassa da MOS Burger, consegne a domicilio con Uber, portiere del garage per una grossa azienda, cassiere in un konbini aperto ventiquattr’ore. Cambiavano le divise, i badge, le pause, i responsabili. Non cambiava il modo in cui Hiroshi lavorava. Anche nei mestieri più modesti conservava la disciplina degli anni in agenzia: puntualità, attenzione, tono giusto della voce, cura per i dettagli. Come se da quella precisione dipendesse ancora qualcosa di essenziale.

Prima del Covid si occupava di pubblicità televisiva. Aveva lavorato in una nota azienda creativa, di quelle che costruiscono immagini pulite per grandi prodotti commerciali: bevande, automobili, cosmetici, cibo confezionato. Sapeva dove mettere una mano in un’inquadratura, quanto doveva durare un sorriso, che tipo di luce facesse sembrare felice una cucina. Poi arrivò la crisi, e con la crisi il licenziamento. Era già troppo vicino alla pensione per essere interessante, troppo vecchio per essere rilanciato, troppo specializzato in un mondo che aveva smesso di avere bisogno di lui. Da allora non parlava quasi mai del lavoro di prima. Se qualcuno glielo chiedeva, sorrideva e cambiava argomento.

A casa lo aspettavano Haruto e suo padre.

La casa era quella dei genitori di Hiroshi, a Ota City, in una strada secondaria dove le biciclette restavano appoggiate ai muri e i gatti si muovevano con la sicurezza degli abitanti più antichi. Dopo la morte di Hina, dieci anni prima, Hiroshi aveva lasciato l’appartamento dove vivevano in tre e si era trasferito lì con il figlio. Il nonno era rimasto solo, già malato allora, e lo stipendio non permetteva più di mantenere il tenore di vita di prima. La decisione era sembrata pratica, inevitabile, quasi ragionevole. Con il tempo era diventata semplicemente la loro vita.

La casa era ordinata ma stanca, povera ma dignitosa. C’erano stanze chiuse troppo presto, cassetti che scorrevano male, porte leggere che non isolavano i rumori, un odore permanente di brodo, medicinali e detersivo. In corridoio, in un punto di passaggio, era appesa una sola fotografia: Hiroshi, Hina e Haruto insieme. Haruto era piccolo, Hina sorrideva appena, Hiroshi sembrava più giovane di quanto ricordasse. La foto era un po’ piegata in un angolo, protetta da una cornice modesta che forse non era nemmeno nata per contenerla. Nessuno la spolverava con particolare devozione. Eppure nessuno l’aveva mai tolta.

Hina aveva quindici anni meno di Hiroshi. Lui ne aveva cinquanta quando era nato Haruto, lei trentacinque. Quando morì, il bambino aveva quattro anni e una febbre abbastanza alta da non capire bene perché la gente parlasse a bassa voce. Da allora, Hiroshi aveva vissuto con l’idea di dover compensare: la madre perduta, la casa perduta, la sicurezza perduta, perfino la leggerezza. Aveva cercato di farlo con una dedizione goffa e inesauribile: pasti pronti, uniforme pulita, quaderni controllati, presenze alle riunioni scolastiche, ore di lavoro in più, regali piccoli ma pensati. Non bastava mai, e lui lo sapeva.

Haruto adesso aveva quattordici anni. Era un ragazzo normale, non particolarmente bravo nello sport, discreto nello studio, appassionato di Gunpla e Pokémon. Parlava meno di quando era bambino. Dopo scuola si chiudeva spesso nella sua stanza e usciva soprattutto per mangiare o per guardare anime con suo padre. Non era un ragazzo difficile. Era soltanto arrivato all’età in cui l’amore comincia a mascherarsi da distanza.

A Hiroshi quella distanza faceva più male di quanto lasciasse vedere.

Haruto provava anche un certo imbarazzo. Non per un lavoro preciso, ma per l’idea stessa che suo padre dovesse farne così tanti. Vederlo alla cassa, in consegna, in divisa, dietro un banco, all’ingresso di un garage, sempre educato, sempre disponibile, sempre in movimento. Gli voleva bene, e nel fondo più profondo della sua vergogna sapeva benissimo che Hiroshi era una specie di eroe invisibile. Proprio per questo, a volte, lo guardava meno di quanto avrebbe dovuto.

Il nonno restava quasi sempre nella sua stanza. Era in fase terminale, questione di mesi ormai. Con Haruto era ancora capace di una tenerezza scarna, stanca ma reale. Con Hiroshi rimaneva difficile, come se il figlio adulto continuasse a essere il punto su cui esercitare il residuo della propria durezza. Hiroshi si prendeva cura di lui senza teatralità: medicine, pannoloni, visite, pasti, lenzuola, notti interrotte. E intanto si sentiva in colpa anche verso di lui. Per essere tornato in quella casa non solo per dovere, ma anche perché non aveva avuto alternative. Per avergli portato dentro la propria sconfitta. Per non essere mai riuscito a essere il figlio che avrebbe voluto essere, né il padre che desiderava diventare.

La loro vita, vista da fuori, era una vita quasi normale.

La mattina Hiroshi usciva presto o rientrava tardi, a seconda del turno. Haruto andava a scuola. Il nonno tossiva dietro la sua porta chiusa. La sera mangiavano qualcosa insieme quando gli orari lo permettevano. Poi, quasi sempre, Hiroshi e Haruto guardavano anime.

Era il loro rito più semplice e più vero. Nessuno dei due lo dichiarava importante. Si sedevano uno accanto all’altro, con la giusta distanza, davanti a uno schermo non troppo grande. Il nonno era nella stanza in fondo, invisibile ma presente, come una persona che pur senza parlare continua a occupare parte dell’aria. Durante gli episodi Hiroshi rideva nei punti giusti, o faceva brevi commenti sulle scene d’azione, o fingeva di non commuoversi quando la storia andava a toccare qualcosa di familiare. Haruto rispondeva poco, ma restava lì. A volte questo bastava.

In quella casa gli anni non scorrevano come dovrebbero. Scorrevano per sottrazione.

Il nonno mangiava sempre meno. Haruto diventava più alto. Hiroshi cambiava lavoro, poi turno, poi bicicletta, poi scarpe, poi di nuovo lavoro. Le sue gambe si facevano più pesanti, la schiena più rigida, gli occhi più spenti quando nessuno lo guardava. Ma il sorriso rimaneva. Un sorriso civile, quasi professionale, messo sul volto come ultima forma di protezione verso il figlio e verso il mondo.

Ogni tanto Haruto lo vedeva uscire per andare al sento con l’asciugamano ripiegato sotto il braccio e provava un disagio che non avrebbe saputo spiegare. Il sento gli sembrava una cosa da vecchi, da uomini stanchi che cercavano di lavare via l’odore di troppi mestieri diversi. Da piccolo ci andava anche lui. Adesso si vergognava. Hiroshi non glielo chiedeva più.

Eppure il sento era l’unico posto in cui il suo corpo tornava a essere soltanto un corpo. Non un padre insufficiente, non un figlio in debito, non un ex creativo decaduto, non un lavoratore frammentato in cinque mestieri. Solo un uomo seduto davanti a un rubinetto basso, che si insaponava lentamente le braccia, il petto, la schiena, come se davvero fosse possibile lavarsi via la propria vita per qualche minuto. Poi la vasca, il calore troppo alto, il silenzio pesante, il latte alla frutta nella bottiglietta di vetro. Sempre uguale. Sempre necessario.

Una sera, tornando da un turno al konbini, Hiroshi trovò Haruto seduto in corridoio sotto la foto di famiglia. Aveva appena litigato con qualcuno, o forse era solo stanco. Non disse quasi niente. Hiroshi gli passò accanto con la borsa della spesa e si fermò un istante.

«Vuoi mangiare qualcosa?»

Haruto fece un gesto vago con la testa. Hiroshi andò in cucina, scaldò del riso, aprì una zuppa pronta, tagliò un cetriolo come se fosse importante farlo bene. Quando tornò, Haruto era ancora lì.

«Papà,» disse dopo un po’, senza guardarlo, «tu quanto dormi?»

Hiroshi sorrise.

«Abbastanza.»

Non era vero, ma non era nemmeno il momento di dirlo. Haruto annuì, poi si alzò e andò in camera sua.

Quello era il loro modo di amarsi: domande sbagliate, risposte insufficienti, permanenza.

La malattia del nonno peggiorò senza scene memorabili. Un giorno mangiava qualcosa, il mese dopo quasi nulla. Un giorno riusciva ancora a chiedere dell’acqua, poi non più. Hiroshi continuava a lavorare, a cambiare divise, a fare la spesa, a fumare sul retro del sento, a piegare il bucato, a controllare che Haruto avesse abbastanza soldi per la scuola, abbastanza cibo, abbastanza silenzio. Non si lamentava mai. Quando qualcuno gli chiedeva come andasse, rispondeva «bene» con un sorriso che sembrava un gesto di cortesia, non una frase.

Haruto cresceva così, dentro una normalità costruita con materiali di fortuna. Sapeva che suo padre faticava. Sapeva anche che, in qualche modo, il padre continuava a reggere tutto. Questa consapevolezza lo rendeva a volte più tenero, altre volte più duro. C’erano giorni in cui si sedeva accanto a Hiroshi per guardare anime e sembrava, per mezz’ora, di essere tornati una famiglia semplice. Il nonno tossiva piano nella stanza accanto. La foto nel corridoio restava ferma.

All’inizio di questa storia Hiroshi usciva dal sento per andare a lavorare. Alla fine ci tornava.

Quella sera il locale era quasi vuoto. Il gestore aveva abbassato il volume della televisione vicino all’ingresso. Qualcuno si era dimenticato un sapone in una vaschetta azzurra. Hiroshi si lavò con lentezza, più del solito. Entrò nella vasca da solo e si lasciò scendere fino alle spalle. Il calore gli prese le gambe, la schiena, il petto stanco.

Per un momento non pensò a niente.

Poi la luce artificiale sopra la vasca cominciò a lampeggiare.

Non era un guasto grave, solo un tremolio irregolare, una stanchezza elettrica. Hiroshi alzò gli occhi verso il soffitto.

Restò immobile nell’acqua, con il viso rivolto in alto, mentre la luce continuava a pulsare sopra di lui.

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2 commenti »

  1. Ho trovato coinvolgenti e interessanti tutti e tre i racconti che hai proposto: tre diverse declinazioni della solitudine, vite che si asciugano, si ritirano, si assottigliano progressivamente fino a liofilizzarsi, a dissolversi ed evaporare. Il minimalismo delle vite e il silenzio delle scene si adattano bene (per il poco che ne so) al Giappone e alla sua essenzialità, ai suoi codici di ordine formale. Mi è piaciuto lo stile: asciutto ma ricco, denso e attento: china, non acquerelli. Complimenti!

  2. @MARCOFLORIDIA Grazie davvero per questo commento, che ho letto con grande attenzione.

    Mi colpisce molto la tua lettura delle tre solitudini: vite che si asciugano, si ritirano, si assottigliano fino quasi a sparire. È esattamente una delle direzioni che mi interessa esplorare, non tanto il grande evento, quanto quel lento consumarsi delle esistenze dentro gesti minimi, ambienti silenziosi, abitudini che sembrano proteggere ma a volte finiscono per svuotare.

    Mi fa anche molto piacere il riferimento alla “china, non acquerelli”: è un’immagine bellissima e molto vicina al tipo di scrittura che sto cercando. Una scrittura essenziale, precisa, senza troppo colore emotivo, ma capace di lasciare un segno netto.

    Grazie ancora, davvero.

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