Premio Racconti nella Rete 2026 “La stanza illuminata” di Paolo Ernesto Sussi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Akane spegneva la lampada ogni mattina un istante prima di varcare la soglia. La stanza restava buia alle sue spalle, un rettangolo di silenzio al ventunesimo piano di una torre residenziale a Sumida. Poi la porta si chiudeva e il mondo tornava a essere una sequenza di gesti necessari: il soprabito chiaro, la borsa stretta al fianco, i capelli raccolti con una precisione che non ammetteva repliche, il controllo della serratura, l’attesa composta dell’ascensore.
L’appartamento era più dignitoso di quanto fosse vivo. C’erano due piatti, un coltello, una forchetta, un cucchiaio, una sola coppia di bacchette, un bicchiere che serviva anche da tazza, un cuociriso sul piano della cucina. Il tavolo era quasi sempre libero. Nessuna fotografia, nessun fiore, nessun oggetto superfluo. Solo superfici pulite e una disciplina silenziosa che sembrava essersi estesa ai muri, ai vetri, al pavimento, all’aria stessa.
L’unico oggetto che Akane avesse scelto davvero era la Captain Flint. L’aveva comprata anni prima con il premio ricevuto per un progetto concluso in ufficio, quando ancora aveva creduto che il lavoro potesse aprire qualcosa, e non solo occupare il tempo. Base di marmo chiaro, stelo sottile, cono orientabile: abbastanza elegante da sembrare inevitabile, abbastanza costosa da essere, allora, un gesto di fiducia in sé stessa. La accendeva ogni sera alla stessa ora. La puliva con cura. La guardava più di quanto volesse ammettere. La amava con un sentimento ostinato, quasi vergognoso. La odiava perché era il testimone immobile di tutto ciò che non era accaduto.
Akane aveva quarant’anni. Era una bella donna, senza nulla di ostentato. Per un giapponese poteva sembrare semplicemente ben curata; per un occidentale sarebbe stata, con ogni probabilità, una bellezza giapponese quasi esemplare. Corpo asciutto, lineamenti regolari, mani fini, un modo di vestire sobrio e costoso senza mai dichiararlo. Aveva anche un sorriso molto bello, ma negli ultimi anni lo aveva usato sempre meno, e quasi mai per sé.
Prendeva la Hanzomon Line da Oshiage fino a Otemachi. Usciva insieme a decine di altri corpi già perfettamente inseriti nella giornata e camminava verso Marunouchi tra palazzi di vetro, pietra, atri lucidissimi, corridoi sotterranei, scale mobili, insegne discrete, reception in cui nessuno alzava la voce. D’inverno il vento correva tra gli edifici come in un canyon ordinato; in primavera i primi ciliegi alleggerivano per pochi giorni la severità dei viali; durante la stagione delle piogge i marciapiedi riflettevano le facciate dei grattacieli come un’acqua disciplinata; in autunno le foglie degli alberi lungo le strade diventavano rosse con una precisione quasi cerimoniale. Akane attraversava tutto questo ogni mattina senza rallentare.
In ufficio il tempo aveva la consistenza delle cartelle condivise, delle mail inoltrate, dei registri, dei documenti stampati due volte, dei saluti formali ripetuti con inflessione corretta. Il capoufficio era un uomo duro, di quella durezza che non ha bisogno di gridare per umiliare. Sceglieva quasi sempre un uomo a cui rivolgersi per primo. Quando si rivolgeva a lei, lo faceva come se Akane fosse una superficie affidabile, un dispositivo ben tarato, qualcosa di utile proprio perché privo di profondità. Lei rispondeva con esattezza. Non cercava approvazione. Non cercava conflitto. Da cinque anni il lavoro era l’unico perimetro sicuro che le restasse. Non lo amava, non lo odiava. Lo eseguiva.
La sera tornava a Sumida quando la luce fuori aveva già perso spessore. Nell’ascensore ritrovava ogni volta il proprio riflesso e quello di sconosciuti che non avrebbe saputo riconoscere il giorno dopo. Apriva la porta, si toglieva le scarpe, lavava le mani, accendeva la lampada. Solo allora la stanza acquistava una forma. Il cono di luce scivolava obliquo sul tavolo, toccava il pavimento, lasciava il resto in una penombra ordinata. Akane si cambiava e cominciava a piegare o stirare i vestiti. Camicie, gonne, biancheria, asciugamani. Ogni piega corretta, ogni bordo allineato, ogni superficie liscia sembrava trattenere qualcosa che, in assenza di quel lavoro preciso, avrebbe potuto espandersi nella stanza senza controllo.
Era separata da cinque anni. Non c’erano stati figli, né urla memorabili, né piatti rotti, né una frase finale degna di essere ricordata. La parte più dolorosa non era stata la separazione in sé, ma il silenzio venuto dopo. Un silenzio completo, senza recriminazioni e senza ritorni, così pulito da sembrare amministrativo. Come se quel matrimonio fosse stato cancellato con una gomma molto costosa, senza lasciare residui visibili sul foglio.
L’unica deviazione, l’unico punto tiepido della giornata, era ad Azabudai Hills. Quasi ogni sera, prima di rientrare, Akane passava in una boulangerie francese e comprava del pane che poi mangiava a cena con il burro Échiré. Era una spesa poco ragionevole, e proprio per questo necessaria. Non si trattava soltanto del sapore. Era il peso del pane ancora fresco nella borsa, la crosta che cedeva sotto il coltello, il burro che si ammorbidiva mentre la lampada illuminava il tavolo. In quel negozio sorrideva. Non era il sorriso calibrato che offriva ai colleghi, ai vicini di ascensore o ai commessi del konbini; era qualcosa di più piccolo e più vero, quasi involontario, come se un muscolo dimenticato del volto ricordasse per un momento una libertà non vissuta del tutto.
Per anni il rito rimase identico. Fuori passavano la neve scura ai bordi dei marciapiedi, i sakura di pochi giorni, la pioggia lunga di giugno, l’aria immobile dell’estate nei corridoi della metro, i primi cappotti, le foglie rosse, il nuovo inverno. Dentro casa cambiava poco o nulla. Il tavolo, il bicchiere, il cuociriso, i due piatti, la lampada. E Akane, ogni sera, sotto quella luce.
Una sera di novembre, andando a prendere il pane per la settimana, trovò il locale vuoto.
Non chiuso per ferie. Non in ristrutturazione. Svuotato. Dietro il vetro restavano il pavimento chiaro, le pareti segnate dove prima erano fissati gli scaffali, una presa scoperta, una traccia di polvere più chiara lungo il perimetro del banco. Per un attimo le sembrò di sentire ancora un odore di lievito e burro, ma forse era rimasto soltanto nella memoria. Akane si fermò davanti alla vetrina senza muoversi. Il traffico di Minato le scorreva accanto con la stessa indifferenza con cui scorrevano le stagioni. Nessun cartello. Nessuna spiegazione. Nessuna formula di congedo.
Tornò a casa, accese la lampada, mise a cuocere il riso e cenò in silenzio.
Il giorno dopo passò di nuovo davanti alla vetrina. E quello dopo ancora. Tornò una settimana più tardi, poi due. In inverno il vetro restituiva un riflesso più netto del suo soprabito chiaro. In primavera tratteneva una luce più morbida, quasi crudele. Durante la stagione delle piogge mostrava solo la città deformata in superficie. In estate rifletteva il traffico e gli alberi. In autunno, il suo viso più stanco. Il negozio restava vuoto. Akane non cercò un’altra boulangerie. Non cercò un sostituto. Continuò a comprare il necessario, a prendere la metro, a timbrare il cartellino, a rientrare, a stirare, a piegare. Smise soltanto di sorridere. Nessuno in ufficio parve accorgersene.
La Captain Flint restava il centro della stanza. Akane la puliva con un panno morbido, seguendo le venature del marmo alla base, il metallo dello stelo, il bordo del cono orientabile. A volte, mentre mangiava, evitava di guardarla. Altre volte la fissava troppo a lungo. Quell’oggetto di design, così elegante e così preciso, le ricordava tutto ciò che avrebbe potuto essere: una donna più libera, forse più colta, forse capace di vivere da sola senza trasformare la solitudine in procedura. Forse amata in modo semplice. Forse no. Eppure, in quella stanza quasi priva di scelta, la lampada era anche l’unica cosa che le appartenesse davvero.
Passarono altri mesi. Poi un altro inverno.
Un mattino la sveglia cominciò a suonare mentre fuori l’alba era ancora un livido chiaro sopra il fiume Sumida. Akane la spense prima che completasse la melodia. Si alzò, piegò con cura la coperta, si lavò il viso, si vestì, raccolse i capelli. Quando rientrò nella stanza principale, la lampada era già accesa. O forse lo era ancora dalla sera prima. Illuminava il tavolo vuoto, il bicchiere capovolto accanto al lavello, il bordo netto di un piatto, l’assenza di briciole, il pulviscolo sospeso in un’aria che non aveva ancora deciso se appartenere alla notte o al giorno.
Akane rimase ferma.
Guardò la luce tagliare la stanza con l’autorità muta che aveva sempre avuto. Guardò la base di marmo, pesante e ferma, come se reggesse non il cono della lampada ma il peso intero di quegli anni. Si vide riflessa nel vetro scuro della finestra: il volto ben tenuto, il soprabito chiaro già indossato, la compostezza intatta.
Prese la borsa.
Guardò ancora una volta il tavolo, il cuociriso, i due piatti, il rettangolo di pavimento illuminato.
Poi uscì.
Stavolta non spense la lampada.
Chiuse la porta a doppia mandata e andò verso l’ascensore. Mentre scendeva, la stanza restò dietro di lei, vuota, in ordine, attraversata da una luce inutile che nessuno avrebbe visto per ore.
![]()
Ecco un’altro racconto splendido con poche letture! Succede tutto tra le righe, come un sussurro. Molto, molto bello.
@Marcoleo Grazie davvero, mi fa molto piacere.
“Succede tutto tra le righe” è forse uno dei complimenti più belli che potessi farmi, perché è proprio lì che cerco di far vivere il racconto: nei gesti minimi, nei silenzi, nelle cose non dette, in quel piccolo spazio in cui il lettore completa ciò che la pagina lascia appena intravedere.
Ti ringrazio molto per averlo letto con questa attenzione.
Il moneo
Il mondo come una seqenza di atti necessari, Bellissima osservazione.magnificamente espressa,
La lampada, nel suo stile elegante ma essenziale – ordinato e rigoroso -, racconta molto di Akane. Mi piace pensare che la scelta di non spegnere la luce all’alba, dopo tanto tempo, sia il segno della volontà di tornare a illuminare la propria vita.