Premio Racconti nella Rete 2026 “Gli occhi scuri dell’acqua. L’ultimo viaggio di Ulisse” di Patrizia Di Vico
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026PROLOGO
Il mare, di notte, non dorme mai.
Respira.
Lento.
Profondo.
Il mare è una creatura antica che conosce cose che gli uomini hanno dimenticato
O cose che gli uomini non hanno mai saputo.
Il mare e il buio. Due paure antiche, inquietanti che attraggono e respingono.
Che incuriosiscono e divorano.
L’eterno immobile movimento.
C’è un’ora, prima dell’alba, in cui tutto sembra fermarsi.
Non è silenzio.
È attesa.
L’acqua si fa più scura.
Il cielo trattiene la luce.
Anche il vento, per un istante, smette di parlare.
È lì che il buio sembra vincere.
È lì che il mondo trattiene il respiro.
Eppure è proprio in quell’istante che qualcosa cambia.
Non si vede.
Non si sente.
Ma accade.
Come un battito nascosto.
Come un seme sotto terra.
La luce si prepara.
Sempre.
Perché il buio può allungarsi, può farsi pesante, può sembrare infinito.
Ma non è eterno.
Non lo è mai stato.
E il mare lo sa.
Lo sa quando inghiotte.
Lo sa quando restituisce.
Lo sa quando decide chi trattenere e chi lasciare andare.
Questa è una storia che comincia lì.
Nel punto esatto in cui il buio sembra non finire.
E invece finisce.
Sempre.
Capitolo 1
— Più scuro della mezzanotte
«Chiù scur e ra menzanott un po’ veniri.»
Era la frase che il nonno gli ripeteva ogni volta che lo vedeva triste.
La diceva piano, quasi sorridendo, con quella voce che sembrava fatta
di sale e fatica.
La diceva mentre sistemava le reti davanti alla porta di casa o mentre
guardava il mare, seduto sul gradino di pietra levigato dal tempo.
— Ricordatelo, Ulisse — aggiungeva sempre. — Più scuro della mezzanotte non può venire.
Era il suo modo semplice per dirgli che i momenti brutti passano, che il buio non dura per sempre, che la vita, prima o poi, si schiude come un seme nella terra.
Il buio della mezzanotte non poteva essere eterno.
Ma il nonno si sbagliava.
Ulisse lo aveva capito presto, prima ancora di diventare uomo.
Non era la mezzanotte l’ora più buia: l’ora più buia veniva prima dell’alba.
Era un buio pesante, denso, quasi melmoso, che sembrava appiccicarsi
alla pelle e scivolare nei pensieri, come una colata lenta e inevitabile di pece nera.
Un buio inquietante e spaventoso come il respiro profondo di una bestia addormentata.
A quell’ora il mondo sembrava fermo.
Immobilizzato in un’attesa antica.
Le stelle smettevano quasi di brillare, come se anche loro trattenessero il fiato, sospese tra luce e ombra.
Era solo calma apparente: era il momento in cui il buio combatteva contro la luce.
Una lotta silenziosa, primordiale.
La luce spingeva per nascere.
Il buio cercava di resistere ancora un istante, ancora un battito, come se volesse inghiottire tutto ciò che tremava ai margini dell’alba.
Una danza mortale tra notte e giorno.
E quella danza finiva sempre allo stesso modo: la luce vinceva.
Sempre.
Ulisse era arrivato proprio in quell’istante, in quella soglia tra un mondo e l’altro.
All’alba.
Molti anni prima, in un mattino di mare agitato, il nonno camminava sulla spiaggia come faceva ogni giorno prima di controllare le reti.
Ma quella mattina non cercava le reti.
Il mare aveva ancora addosso la violenza della tempesta notturna.
Camminava con la disperazione negli occhi, cercando tracce del figlio.
La sera precedente, contro il volere del padre, era uscito in barca per
gettare le reti.
Con sé aveva portato la giovane moglie e il figlioletto di pochi mesi.
Il mare, al tramonto, era calmo.
Un inganno.
Poi il vento si era alzato all’improvviso, e la riva che sembrava vicina
era diventata irraggiungibile. Il mare è un amico fidato e traditore. Ti
abbraccia con le onde argentee e ti trascina in un sudario di morte.
All’alba, il mare restituì solo pezzi di legno, corde spezzate,
frammenti di barche.
Fu allora che il vecchio vide una piccola cassetta di legno galleggiare
vicino alla riva.
All’inizio pensò fosse un rottame.
Poi sentì un suono.
Un pianto.
Debole, ostinato. Vivo.
Corse nell’acqua, afferrò la cassetta, la trascinò sulla sabbia.
Dentro c’era un bambino.
Suo nipote.
Bagnato, tremante, ma vivo.
Il mare aveva preso tutto il resto.
Il mare, a volte, è generoso.
Altre volte è un traditore.
I due giovani erano scomparsi nell’acqua.
Solo il bambino era rimasto a galla, nella piccola culla di legno,
sospinto dalle onde verso la riva, verso il nonno, verso un destino
nuovo.
Il vecchio lo sollevò tra le braccia e lo guardò a lungo, come si guarda
un enigma o un presagio.
Poi disse soltanto:
— Ti sei salvato dalle onde. Naufrago come Ulisse.
Da quel giorno fu il suo nome.
Ulisse.
Ulisse non ricordava nulla di quel mattino.
Non ricordava il volto dei genitori, né il viaggio, né il naufragio.
Non ricordava nemmeno il suo nome vero. Nessuno lo ricordava più.
Per tutti era Ulisse, il bambino restituito dal mare.
Un bambino destinato, forse, a viaggiare per sempre, come l’eroe
delle storie che il nonno raccontava al tramonto.
Cresceva in una piccola casa di pietra vicino alla costa siciliana.
La vita era dura e semplice, scandita dal mare.
Il nonno pescava.
Ulisse lo aiutava: portava le reti, puliva il pesce, raccoglieva legna.
Il mare era il loro orizzonte quotidiano, a volte calmo come una
promessa, a volte nero come una minaccia.
Il nonno gli insegnò a leggere il cielo, a capire il vento, a riconoscere
il momento giusto per uscire in barca.
Gli insegnò, soprattutto, il valore del tempo: il tempo come misura
della vita e dell’attesa, del prima e del dopo, del principio e della fine.
Ma il tempo del nonno fu breve.
Quando Ulisse aveva sedici anni, il nonno morì.
Morì così, in silenzio, come si spegne una lampada quando finisce
l’olio.
E Ulisse rimase solo.
Solo in un paese di pietra, vento e sale.
Solo mentre il mondo stava cambiando.
La guerra si avvicinava.
E un giorno arrivarono gli americani.
CAPITOLO 2-
Gli americani
Arrivarono con il rumore.
Quando arrivavano, si annunciavano da lontano.
Prima il rombo dei camion.
Poi le voci, ruvide e giovani.
Infine una nuvola di polvere che avvolgeva tutto, come un sipario che
si apre lentamente.
Portavano entusiasmo, un’allegria stanca ma contagiosa… e
soprattutto cibo.
Ulisse li seguiva sempre, in silenzio, a passo svelto, come un
cagnolino affamato e fedele. Aveva imparato a riconoscere l’odore
della carne in scatola e quello del cioccolato ancora prima di vederli. I
soldati non erano molto più grandi di lui, ma avevano negli occhi una
luce diversa: provati dalla guerra, sì, ma vigorosi; sporchi di fatica,
eppure pronti a ridere, a regalare a chiunque una briciola del loro
mondo.
Ai ragazzi più grandi offrivano anche tabacco e qualche goccia di
alcool, piccoli riti che per Ulisse avevano il sapore proibito delle cose
da adulti. Lui, però, non era lì per quello.
C’era qualcos’altro che lo attirava más di ogni scatoletta.
Un oggetto strano.
Una piccola scatola con una manovella.
E un occhio di vetro che fissava il mondo senza mai sbattere le palpebre.
La macchina da presa.
Appoggiata su un treppiede, sembrava un animale immobile, eppure
vivo. Bastava che il soldato le girasse attorno, la toccasse, le parlasse
quasi sottovoce, e quella scatola magica cominciava a catturare tutto:
persone, oggetti, frammenti di vita che entravano lì dentro per restarci.
Ulisse non ne aveva mai vista una prima.
Da quel giorno iniziò a gravitare vicino al soldato che la manovrava.
All’inizio fu solo un’ombra fastidiosa, un ragazzino che dava più
intralcio che aiuto. Ma col tempo, senza dire una parola, imparò a
diventare utile: reggere un supporto, passare un pezzo, fare spazio. Era
agile, rapido, obbediente.
Osservava, sempre.
E osservando, imparava.
Imparò a tenere la macchina, a sentirne il peso sulle braccia.
A capire dove cadeva la luce.
A percepire quando qualcosa meritava di essere ripreso.
Così, giorno dopo giorno, quando correva dietro ai soldati americani
non lo faceva più soltanto per fame.
Dentro di lui cresceva un fuoco nuovo.
Non era più solo fame.
Era desiderio.
La guerra finì così come era arrivata: all’improvviso, come una porta che si chiude quando non guardi. I soldati cominciarono a lasciare il
paese, uno alla volta, finché anche il reparto che Ulisse seguiva si preparò a partire.
Lui aspettò il momento giusto, poi parlò rivolgendosi al soldato ma fissando la macchina magica
— Portami con te — disse. Piano, ma senza tremare.
Il soldato lo guardò a lungo, come se dovesse leggerlo da dentro.
Negli occhi del ragazzo vide molte cose: la solitudine, la fame… ma
anche una forza ostinata, una tenacia che non aveva nulla di infantile.
E, più di tutto, vide quel desiderio muto che non si può insegnare.
Era abbastanza.
— Va bene — mormorò.
Poi, quasi a voler proteggersi: — Ma solo fino all’America. Dopo,
ognuno per la sua strada.
Ulisse annuì una sola volta.
Non gli serviva altro.
Il viaggio fu lungo, sospeso in un tempo che pareva immobile. Il
mare, vasto e sempre uguale, faceva dimenticare i giorni.
Di notte, l’oscurità pareva inghiottire tutto, anche i pensieri.
Ulisse passava ore a guardare l’acqua scorrere accanto alla nave.
Figlio del mare com’era, ne riconosceva il respiro. Era diverso dal suo Mediterraneo, più cupo, più imprevedibile. Ma il mare, in fondo, è
sempre mare. La notte in mare era diversa da tutte le altre.
Non c’erano luci.
Solo buio.
Un buio pieno, che non finiva.
Ulisse restava sul ponte, appoggiato al legno freddo. Guardava l’acqua scorrere accanto alla nave, nera, viva. Sembrava respirare.
Ogni tanto una cresta di schiuma si accendeva, poi spariva subito.
Come un pensiero.
Il soldato gli si avvicinava senza fare rumore.
Fumava.
Restava accanto a lui senza parlare.
Per molto tempo non dissero nulla.
Poi, una notte, il soldato gli porse la sigaretta.
Ulisse scosse la testa.
— Non fumo.
L’uomo fece un mezzo sorriso.
— Meglio così.
Silenzio.
Il mare continuava.
— Hai paura?
Ulisse ci pensò.
Guardò l’acqua.
— No.
Poi aggiunse piano:
— Ma non so dove sto andando.
Il soldato annuì, come se quella risposta bastasse.
— Nessuno lo sa davvero.
Restarono lì.
Due figure ferme.
In mezzo al mare.
Quando la stanchezza del viaggio sembrava non finire più, apparve
lei.
Una figura immensa, immobile, fiera.
Una donna di bronzo con il braccio alzato verso il cielo.
La Statua della Libertà.
New York.
Prima di lasciarsi, il soldato gli mise qualcosa nelle mani senza dire
nulla.
Ulisse abbassò lo sguardo.
La macchina da presa.
La riconobbe come si riconosce un volto amato.
Poi sollevò gli occhi verso il soldato: un attimo di silenzio, un passaggio di testimone che non aveva bisogno di parole.
Fu così che Ulisse iniziò a guardare il mondo attraverso quell’occhio
di vetro.
Un nuovo inizio.
Un nuovo destino.
CAPITOLO 3 — L’America e la ragazza giapponese
L’America non lo accolse.
Gli esplose addosso.
New York era un animale immenso, senza pelle né ossa: un corpo fatto solo di rumori, di luci che non si spegnevano mai, di voci che
salivano da ogni parte come un mare in tempesta, un mare che ti assaliva e non lasciava scampo.
Ulisse la guardava con occhi spalancati, pieni di stupore e spaesamento.
Non aveva mai visto una cosa così viva e immobile allo stesso tempo.
Gli americani lo avevano lasciato lì, sulla strada, in quel mondo nuovo. Era come abbandonare un bambino in un posto sconosciuto. Gli avevano detto poche parole, forse un saluto, forse un augurio. Poi erano risaliti sul camion e se ne erano andati via, lasciandolo da solo.
Ulisse rimase lì, con la macchina da presa a tracolla — l’unica cosa che non gli pesava mai.
I primi giorni furono una sopravvivenza primitiva. Ma per lui non aveva nulla di anormale era una sopravvivenza che già conosceva.
Una battaglia per vivere che già aveva combattuto e vinto.
Dormiva dove capitava: dietro casse di legno, sotto scale di ferro arrugginito, tra i cartoni ammollati dalla pioggia.
La fame, quella vera, quella che ti entra nello stomaco come una mano chiusa a pugno, tornò a morderlo, a fargli mancare il respiro, ma non
lo spezzò mai. Era sostenuto da una speranza indomabile nel futuro.
La stessa speranza e lo stesso feroce desiderio di conoscere che portava impresso nel nome.
Camminava per ore tra le strade, cercando il modo di riempire lo stomaco o di trovare un riparo. Tutto era troppo grande per lui: gli
edifici, le strade, il cielo stesso sembrava più lontano.
E ogni volto che incontrava aveva l’aria di qualcuno che correva verso qualcosa che lui non poteva vedere.
Fu allora che la vide.
Era seduta sul bordo del marciapiede, le ginocchia tirate al petto, la testa china.
Una nuvola di capelli neri le ricadeva sulle spalle come una veste.
Quando sollevò il viso, Ulisse restò immobile.
Occhi enormi.
Occhi scuri.
Occhi pieni di una tristezza che nessuna lingua avrebbe potuto spiegare.
Era una tristezza antica e silenziosa, misteriosa e profonda come un mare senza onde.
Un mare profondo, scuro ed oscuro che attraeva e respingeva allo stesso modo. Ulisse si perse in quegli occhi e vide mondi che non conosceva
o che forse aveva già visitato.
Pur non sapendo nulla di lei capì subito che non apparteneva a quel luogo, allo stesso modo in
cui lui non apparteneva all’America.
Si chiamava Nami.
Non lo disse subito.
Non parlava quasi mai.
Parlò con gli occhi, che erano più eloquenti di qualsiasi parola.
Ulisse cercó di conoscere il motivo della sua tristezza.
Nami era stata rinchiusa, per molto tempo, in il luogo senza tempo e Ulisse pensó ad un campo di internamento durante la guerra tra Giappone e America. Ma dalla sua bocca non uscì mai parola sul suo passato.
Dava l’immagine di quelle persone a cui è stato tolto tutto: nome, libertà, terra, famiglia.
Eppure lei non parlava mai di odio.
Solo di silenzio.
Era come se una parte di lei si fosse spezzata, ma l’altra fosse diventata più forte.
Una forza che non era visibile nei muscoli, ma negli occhi.
Negli occhi di chi ha visto il fondo e ha deciso di risalire con calma, senza fare rumore
I due iniziarono a girare insieme la città senza alcun piano.
Dormivano vicini nei vicoli più nascosti, per tenersi caldo.
Dividevano ciò che trovavano: un pezzo di pane, una mela mezza marcia, un sorso d’acqua.
Non parlavano molto.
Non serviva.
Tra loro nacque un linguaggio fatto di piccoli gesti: un cenno della testa, un sorriso appena accennato, un dito che indicava una direzione.
Era un linguaggio silenzioso ma preciso, come quello degli animali che imparano a fidarsi.
Nami camminava leggera, quasi fluttuando tra le persone.
Nessuno la notava, come se non avesse peso.
Ulisse la seguiva, attirato da quella delicatezza che non era fragilità, ma un altro tipo di forza.
Un giorno, stretti dalla fame, seguirono il corso di un fiume.
Era sporco, pieno di detriti, ma per Nami sembrava avere un significato diverso.
Si fermò sulla riva, toccò l’acqua con le dita, chiuse gli occhi.
Ulisse la guardò come si guarda un mistero che non si vuole interrompere.
Poi lei disse, con la voce più bassa che avesse mai sentito:
— Non possiamo restare qui.
-Qui dove?-chiese Ulisse.
-Nella città. In mezzo al rumore. Nell’aria che non fa respirare.
Ulisse capì senza bisogno di aggiungere altro.
Lasciarono New York senza guardare indietro, come si lascia una stanza troppo stretta.
Camminarono verso sud, seguendo prima il fiume, poi le strade meno battute, poi i sentieri che nessuno usava più.
Ogni notte si fermavano dove il cielo era più largo.
Ogni mattina ripartivano senza fretta.
Il mondo cambiava intorno a loro: meno pietra, meno cemento, più erba, più aria, più silenzio.
Fino a quando trovarono la palude.
Una palude che sembrava un respiro trattenuto.
Un luogo dove il tempo si muoveva più lento, come l’acqua.
E lì, nascosta tra menta selvatica, canne altissime e fango, trovarono la capanna.
Era vecchia, ferita, dimenticata.
Ulisse la guardò.
Nami la guardò.
E capirono allo stesso momento che quella sarebbe diventata casa
Cominciarono a costruire la loro casa appena arrivati alla capanna. Non era niente, solo legno marcio e assi storte, un tetto che lasciava passare la luce e l’acqua, il fango tutto intorno e le radici degli alberi immerse nella palude. Ulisse la guardò e capì che non bastava restare, bisognava rifarla da capo. Si mise subito al lavoro, senza aspettare, senza parlare. Lavorava senza fermarsi. Sollevava assi, le strappava via una a una, tagliava legno, sistemava travi, martellava con colpi secchi e regolari. Le mani erano dure, piene di tagli, la pelle segnata dal sole e dal sale, e ogni gesto aveva dentro la fatica e la necessità di costruire qualcosa che potesse resistere.
Lei si muoveva accanto a lui. Leggera, quasi senza peso. Magrissima. Gli occhi neri, profondi, fermi su di lui. Non parlava quasi mai, ma c’era sempre. Si chinava sulla terra con una cura lenta, precisa, come se conoscesse già quel posto, come se sapesse dove mettere le mani.
Un giorno tirò fuori dalla borsa un piccolo sacchetto. Si inginocchiò vicino alla casa, dove il fango incontrava l’acqua, e piantò i semi di menta. Uno ad uno. Senza fretta.
I giorni passarono così. Lavoro e silenzio. E intanto, piano, qualcosa cambiava.
La menta attecchì.
All’inizio era poca, fragile, quasi invisibile tra il fango. Poi cominciò a crescere. A coprire la terra. A insinuarsi tra le radici degli alberi. A spingersi nell’acqua bassa senza marcire. Come se quel posto l’avesse aspettata.
Il profumo arrivò dopo.
Prima leggero.
Poi sempre più presente.
Fino a riempire tutto.
Non era solo un odore.
Era come se l’aria stessa cambiasse.
La capanna intanto si trasformava.
Giorno dopo giorno perdeva la sua forma incerta. Ulisse rinforzava le pareti, alzava travi nuove, sistemava il tetto. Lei puliva, ordinava, dava un senso agli spazi. Poi il bianco. Dipinsero tutto. Un bianco semplice, ma vivo, che prendeva la luce e la restituiva.
Quando finirono, la casa non sembrava più appoggiata alla terra.
Sembrava sospesa.
Intorno non c’era davvero terra ferma.
C’era acqua.
Radici.
Fango che respirava piano.
E sopra, quella distesa di menta.
Verde. Fitta. Senza fine.
Quando il vento passava, non faceva rumore di foglie.
Faceva onde.
Come un mare basso.
Un mare verde.
La luce lì si comportava in modo strano.
Il sole scendeva tra gli alberi, toccava l’acqua, rimbalzava sulle foglie e finiva sulle pareti bianche della casa. Tutto diventava più chiaro, ma non più reale.
Come se ogni cosa fosse leggermente fuori posto.
Come se il tempo rallentasse.
A volte sembrava fermarsi.
Ulisse se ne accorse senza dirlo.
Quel posto non era solo un luogo.
Era un confine.
Tra terra e acqua.
Tra giorno e notte.
Tra ciò che esiste… e ciò che resta nascosto.
Il profumo della menta entrava ovunque.
Nelle stanze.
Nei vestiti.
Nel respiro.
Non andava più via.
Fu lì che arrivarono i figli.
Uno dopo l’altro. Tutti nati allo stesso modo
Tutti e tre erano venuti alla luce di notte.
La notte era ferma.
L’aria pesante.
Il profumo della menta entrava nella casa.
Lei non parlava.
Respirava.
Piano.
Ma ogni respiro era più profondo.
Ulisse restava accanto.
Senza sapere cosa fare.
Le mani ferme.
Gli occhi su di lei.
Il tempo si era fermato.
Fuori, l’acqua si muoveva appena.
Come se ascoltasse.
Poi un suono.
Piccolo.
Nuovo.
Un pianto.
Ulisse si irrigidì.
Non si mosse.
Non subito.
Guardò.
Lei teneva tra le braccia qualcosa.
Lo avvicinò alla luce.
Un bambino.
Piccolo.
Caldo.
Vivo.
Ulisse fece un passo.
Poi un altro.
Si fermò.
Non osava toccare.
— È tuo.
La voce di lei era bassa.
Quasi un sussurro.
Ulisse allungò le mani.
Lentamente.
Quando lo prese, sentì il peso.
Leggero.
Ma reale.
Il bambino aprì gli occhi.
Neri.
Profondi.
Ulisse trattenne il respiro.
In quello sguardo c’era qualcosa che non conosceva.
E qualcosa che già gli apparteneva.
Fu in quel momento che capì.
Non era più solo. Aveva un figlio, poi un altro e un altro ancora.
Tre ragazzi.
Crescevano come se quel luogo li nutrisse in modo diverso. Si muovevano tra acqua e terra senza scegliere. Non appartenevano a una sola cosa.
Erano identici alla madre.
Gli stessi occhi neri.
Immobili.
Profondi.
Quando ti guardavano, sembrava che vedessero oltre.
Stessi capelli nerissimi e brillanti come cosparsi da gocce di rugiada che ne rifletteva ogni piccola luce.
I figli crescevano dentro quel luogo come creature della notte. La casa e il luogo erano un tutt’uno.
I tre ragazzi fratelli Si muovevano silenziosi.
Sinuosi.
Come piccoli gatti selvatici.
Attraversavano l’acqua e la terra senza lasciare traccia, senza fare rumore. A volte Ulisse li vedeva solo per un attimo, un’ombra tra le foglie, un riflesso negli occhi scuri dell’acqua.
Col passare del tempo la somiglianza con la madre diventava sempre più evidente così come la somiglianza tra loro: tre gemelli nati in tempi diversi.
La pelle chiara.
I lineamenti sottili.
E quegli occhi neri.
Occhi così scuri da sembrare pieni.
Come pozzi.
Come parti della notte.
Quando guardavano, non si capiva cosa vedessero davvero.
Sembravano immobili.
Ma non lo erano.
Parlavano poco.
Quasi niente.
Le parole le tenevano per lei.
Solo con la madre le usavano.
Con lei la voce esisteva.
Bassa.
Leggera.
Naturale.
Con Ulisse era diverso.
Quando lui parlava, loro lo guardavano.
Fermi.
In silenzio.
Come se cercassero di capire.
Come se le sue parole arrivassero da lontano.
Da un posto che non gli apparteneva.
E in quello sguardo c’era qualcosa di più.
Non rifiuto.
Non paura.
Ma distanza.
Una distanza calma.
Profonda.
Ulisse abbassava gli occhi.
E senza dirlo a nessuno, capiva:
i figli erano suoi.
Ma non del tutto.
La comunità li aveva accettati ed aiutati ma rimaneva sempre diffidente perché quella casa bianca, ferma sull’acqua, circondata da quel mare di menta… non sembrava naturale. E lei, così magra, così silenziosa, con quegli occhi neri che non si abbassavano mai… qualcuno la chiamava strega.
Lo dicevano piano.
Senza avvicinarsi troppo.
Passò del tempo.
La diffidenza non sparì mai del tutto, ma qualcosa cambiò.
Una donna del paese arrivò per prima. Aveva un dolore alle mani, gonfie, rigide. Non riusciva più a lavorare. Restò sulla soglia, senza entrare.
Lei la guardò. Non fece domande.
La fece sedere.Prese foglie, radici, acqua.
Preparò qualcosa. Gesti semplici. Precisi.
Dopo qualche giorno, quella donna tornò.
Le mani erano diverse.
Più leggere.Poi ne arrivò un’altra.
E un altro. Piano. Senza fare rumore.
Come si entra in un posto che non si capisce.
Lei non rifiutava nessuno.
Non parlava molto.Ma sapeva.
Sapeva delle erbe. Della terra. Dell’acqua.
La chiamavano ancora strega.
Ma non più con paura.
Quasi con rispetto.
E così, lentamente, la distanza si accorciò.
Non del tutto. Mai del tutto.
Ma abbastanza perché, quando qualcuno stava male, la strada verso la casa nella palude non facesse più così paura.
Ma in lei c’era qualcosa di misterioso, qualcosa che incuteva timore e riverenza.
Nami non era come gli altri.
Ulisse lo capì subito.
Non fu una cosa precisa.
Non un gesto. Non una parola.
Era qualcosa di impercettibile.
Come un rumore che non si sente, ma che c’è.
Lei si muoveva leggera. Troppo. Sembrava galleggiasse sulla terra e camminasse sull’acqua.
I passi non facevano suono.
Nemmeno sull’acqua bassa.
Nemmeno sulle foglie secche.
A volte Ulisse si voltava di scatto.
Era sicuro che fosse dietro di lui, invece non c’era. Poi la ritrovava più avanti.
Ferma. A guardarlo.
Come se sapesse già dove sarebbe passato.
Gli occhi erano la cosa più difficile da sostenere.
Neri.
Non scuri.
Neri.
Non riflettevano la luce. La assorbivano.
Quando lo guardava, Ulisse sentiva qualcosa stringersi.
Non dolore. Non paura vera.
Ma una tensione sottile.
Come stare troppo vicino al bordo di qualcosa.
E non sapere quanto è profondo. Ma anche un ricordo antico, come qualcosa legata al suo passato. Qualcosa che genera nostalgia e dolcezza, ma che non sai spiegare.
A volte lei spariva. Così. Senza dire niente.
Si allontanava tra le canne, tra l’acqua, tra gli alberi.
E non tornava per ore. O per giorni.
Ulisse all’inizio la cercava. La chiamava.
Poi smise. Capì che non serviva.
Nami tornava sempre.
Ma non spiegava mai.
Rientrava in silenzio.
Come se non fosse mai andata via.
Con gli stessi occhi. Con lo stesso respiro calmo.
E qualcosa addosso. Qualcosa che non si vedeva.
Ma si sentiva. Come un odore leggero.
Come terra bagnata.
Come acqua ferma.
Ulisse non faceva domande.
Non perché non volesse.
Ma perché sapeva che non avrebbe avuto risposta.
E forse perché, in fondo, non era sicuro di volerla davvero.
C’era qualcosa in lei che lo attirava.
In modo inevitabile.
E qualcosa che lo teneva a distanza.
Una linea invisibile. Che non si poteva attraversare.
Non del tutto. Non senza perdersi.
E Ulisse, ogni volta che la guardava, capiva una cosa sola.
Quella donna era entrata nella sua vita.
Ma non gli sarebbe mai appartenuta davvero anche se, stranamente, aveva l’impressione di conoscerla da sempre
Capitolo: Il ritorno
Non era cambiato nulla.
La strada era sempre la stessa: terra battuta, ciuffi d’erba tra le pietre, e in lontananza le canne che si muovevano nel vento.
Poi arrivò l’odore della menta.
Deciso. Forte. Quasi invadente.
Familiare.
Ulisse si fermò un attimo.
Erano passati anni dalla sua partenza. Eppure tutto sembrava uguale.
Guardava intorno, le mani in tasca. A tracolla, come sempre, la sua macchina da presa.
Dentro di sé pensava: non è cambiato niente… o forse sono io ad essere cambiato.
Gli tornò in mente una frase letta tanto tempo prima:
“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”
Non l’aveva mai dimenticata.
Dopo dieci anni di vita tranquilla, una moglie e tre figli, un giorno era partito.
Senza spiegazioni.
Con la macchina da presa era andato via. Voleva finalmente vederla quell’America che era in continuo cambiamento, in costante trasformazione.
All’inizio riprendeva tutto.
Le strade larghe, infinite. Le insegne luminose. I volti della gente.
Torno a New York stavolta la filmó dall’alto, i palazzi che sembravano non finire mai.
La notte, le luci tremolavano come un mare artificiale.
Poi Chicago.
Il vento forte, il lago immenso.
Col tempo cambiò modo di guardare.
Non cercava più solo immagini belle.
Cercava storie.
Riprendeva operai in sciopero fuori dalle fabbriche.
Volti stanchi, mani sporche.
Si trovò in mezzo a una protesta contro la guerra in Vietnam.
Cartelli, urla, silenzi improvvisi.
Ma a un certo punto qualcosa cambiò ancora.
Riprendeva anche quando non c’era nulla da riprendere.
Strade vuote. Muri. Ombre.
Per lui il mondo era così.
Doveva guardarlo attraverso la macchina da presa.
Senza, niente aveva senso.
Era solo quell’occhio di vetro a dargli una misura, una forma.
Come se la realtà esistesse davvero solo quando veniva registrata.
Un giorno, mentre filmava una strada quasi deserta, un vecchio gli si avvicinò.
Si fermò davanti all’obiettivo.
Non si spostava.
Ulisse abbassò appena la macchina, infastidito.
Il vecchio lo guardò negli occhi.
Aveva uno sguardo fermo, ma non duro.
“È pericoloso quello che fai,” disse piano.
Ulisse non rispose.
Alzò di nuovo la macchina.
“Non sai quello che sta succedendo,” continuò il vecchio.
“Non capisci che stai diventando lo schiavo di un oggetto?”
Quella frase rimase sospesa.
Ulisse abbassò lentamente la macchina da presa.
Il vecchio fece un passo avanti.
“Il mondo non è quello che vedi attraverso questo occhio,” disse, toccando l’obiettivo con due dita.
“Il mondo è quello che vedi con i tuoi occhi.”
Fece una pausa.
“Quello che senti con le mani.
Con le orecchie.
Con il naso. Con il cuore”.
Silenzio.
Per la prima volta, Ulisse non sapeva cosa fare.
Non filmò.
Restò fermo, con la macchina in mano, ma spenta.
E per un attimo breve, quasi impercettibile…
sentì il rumore della strada senza registrarlo.
Col passare degli anni capì una cosa.
Non stava solo filmando il mondo.
Stava cercando se stesso.
Quando tornò, la strada era la stessa.
La menta era la stessa.
Ma lui no. Restò a guardare. Questa volta attraverso i suoi occhi. Tutto era uguale. Tutto era diverso.
Mentre percorreva quella strada conosciuta si sentiva osservato.
Aveva la sensazione che i figli fossero nascosti tra gli arbusti, fermi a guardarlo.
Diffidenti. Curiosi.
“Venite…” li chiamò piano.
Nessuna risposta.
Riprese a camminare.
L’odore della menta si faceva sempre più forte.
Sembrava sfiorarlo.
La casa apparve in lontananza, nella luce del tramonto.
Quasi irreale.
Sulla veranda c’era Nami.
Seduta sulla sedia a dondolo, uno scialle sulle spalle.
I capelli lunghi mossi dal vento.
Ulisse si fermò davanti a lei.
“Sono a casa,” disse. Nami alzò lo sguardo.
Lo attraversò. Non disse nulla.
All’inizio pensò fosse rabbia.
Che lei lo ignorasse.
Che i figli facessero lo stesso.
Ma i giorni passavano.
E nulla cambiava. Parlava. Chiamava.
Si avvicinava.
Nessuno rispondeva.
Col tempo capì.
Non era silenzio.
Era assenza.
Come se lui non fosse più visibile.
Intanto l’odore della menta cambiava.
Diventava denso.
Presente.
Quasi tangibile.
Una sera l’aria era ferma.
Il profumo fortissimo.
Avvolgente. Pesante. Soffocante
Nami era sulla veranda.
Guardava verso l’acqua, con una nostalgia profonda.
Tra le mani stringeva un ritaglio di giornale.
Un colpo di vento. Il foglio volò via.
Fino ai piedi di Ulisse.
Lui lo raccolse.
Un trafiletto breve.
Un uomo con una macchina da presa.
Travolto da un treno mentre filmava.
La data… anni prima.
Nella sua mente si accese un lampo.
Il rumore dei binari.
La luce.
Lui fermo.
Ostinato.
A voler catturare l’attimo perfetto.
Non sentiva più nulla.
Solo l’immagine.
Poi il vuoto.
Ulisse abbassò il giornale.
Capì.
Non era tornato davvero.
Era rimasto lì.
Su quei binari.
Aveva smesso di essere uomo molto prima.
Quando aveva iniziato a vedere il mondo solo attraverso una lente
Chiuse gli occhi.
E allora lo sentì.
Un canto leggero.
Lontano, ma chiarissimo.
Aprì gli occhi.
Nami era lì.
Immobile.
I capelli si muovevano come immersi nell’acqua.
Le labbra appena socchiuse. Non parlava.
Eppure quel canto era suo.
Ulisse restò fermo.
Quel richiamo lo conosceva bene, lo aveva sempre sentito.
Dalla Sicilia, la notte che rinacque dal mare, all’America . Quel canto era una costante della sua vita, una presenza rassicurante. Una presenza che lo aveva sempre sostenuto dandogli sicurezza e conforto.
Anche lì, sui binari. Spingendolo sempre oltre.
Sempre più lontano.
Fece un passo.
Il canto si fece più intenso.
Dolce.
Ma inquieto.
Non consolava.
Attirava.
Il vento si alzò. Girava su se stesso.
Portava immagini, suoni, ricordi.
La casa divenne acqua.
La veranda si dissolse.
Restava solo il canto.
E il movimento.
Ulisse non oppose resistenza.
Come sempre.
Seguì
Per la prima volta non stava guardando.
Non stava riprendendo.
Era dentro.
Dentro tutto ciò che aveva inseguito senza capire.
E mentre tutto si spegneva, mentre ogni immagine spariva, il canto si fece lontano.
Quasi un ricordo. Una nenia antica, dolce e struggente
Poi più nulla.
Solo acqua.
Profonda.
Chiusa.
Silenziosa.
E sopra di lui, senza più immagini da inseguire,
il mare si chiuse.
—
Le onde si erano fatte più scure, quasi immobili, come se il mare stesso trattenesse il respiro.
Fu allora che la vide accanto a lui
«Adesso lo senti anche tu, vero?» disse Nami, con una voce che veniva da lontano, dalle profondità degli abissi.
«Non è il mare», rispose l’uomo . «È… altro. È come se mi chiamasse. Come se sussurrasse il mio nome.»
Nami sorrise appena, senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte. «Ti chiama da sempre. Solo che fino non eri pronto ad ascoltare.»
Rimase in silenzio. Il canto si faceva sempre più incalzante. Come se si avvicinasse. Ma non aveva più paura. C’era qualcosa di familiare in quella melodia, qualcosa che aveva sempre conosciuto senza saperlo dire.
«Cos’è davvero Nami?» chiese «Chi sei?»
Lei si voltò verso di lui. Nei suoi occhi non c’era risposta, ma profondità.
«Sono ciò che cerchi ogni volta che fai una domanda e non ti accontenti della prima risposta. Sono ciò che ti spinge a guardare oltre. Sono ciò che non si placa come il mare e ad ogni risposta c’è una nuova domanda.»
Ulisse deglutì lentamente. «E perché è così difficile rinunciare? Perché non possiamo fermarci?»Perché non siete nati per fermarvi.» Fece una pausa, poi aggiunse, quasi sussurrando:
«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»
Le parole lo attraversarono come un’onda. Non erano più solo versi, né soltanto la voce di Ulisse. Erano vere. Erano loro
«Ma Ulisse non è tornato,» disse, con un’ombra di esitazione. «Ha sfidato il limite… e lo ha pagato.»
Nami annuì. «Sì. Perché la conoscenza non è mai senza prezzo. Ma dimmi… credi davvero che avrebbe scelto di non partire?»
Ulisse abbassò lo sguardo. Conoscevo già la risposta.
«E oltre?» chiese «Cosa c’è oltre questo viaggio?»
Nami lo guardò ancora, e per la prima volta sembrò quasi fragile.
«Non c’è un oltre che possa fermarti. Ogni fine è un’altra soglia. Continuerai a cercare, finché il tempo e lo spazio non avranno più significato.»
Inspirprofondamente. Il mare davanti a noi non era più una distesa, ma una direzione.
«Allora non finisce mai», dissi.
«No,» rispose Nami, piano. «E questo è il vostro destino.» Restarono lì, un istante sospeso, mentre il canto cresceva e il mondo sembrava dissolversi poco a poco. Poi capì.Non era il viaggio a dover finire.
Ero l’uomo che doveva scegliere se continuarlo o fermarsi.
Fece un passo avanti.
E il mare, anche questa volta, non fece paura.
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