Premio Racconti nella Rete 2026 “Il Patacco” di Chiara Cesetti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Alle quattro del pomeriggio le pietre grigie sul pavimento della piazzetta bruciavano, accese dal sole d’agosto. Unico segno di vita il brusio dell’acqua che dalla testa di leone levigata dai secoli si riversava nella fontana per scomparire subito dopo in un pozzetto poco distante. Le botteghe, chiuse all’ora di pranzo, aspettavano l’attenuarsi della calura per riaprire le porte. Solo il bar, nonostante il silenzio e le sedie ostinatamente vuote sparpagliate all’esterno, manteneva la porta socchiusa. Adorno, senza fretta, nella penombra della stanza sistemava i bicchieri e asciugava le poche gocce d’acqua cadute sul bancone.
Tra poco avrebbe fatto la sua comparsa il Patacco e alla domanda di rito “Non c’è ancora nessuno?” avrebbe ottenuto la solita risposta “No, ancora no”. Seduto sullo sgabello avrebbe appoggiato i gomiti al tavolo di legno e -Dammi un fernet-, il primo del pomeriggio a cui sarebbero seguiti un numero imprecisato a seconda della volubile fortuna alle carte da lì a sera.
Non a caso era il Patacco, perché lo sapevano tutti che barava, ma nessuno capiva come e quando e questa sua incredibile maestria rendeva un pregio quella che altrimenti sarebbe stata una colpa.
Abilità nel barare che neanche lui sarebbe riuscito a spiegarsi, tanto gli veniva naturale scegliere il modo e il momento più opportuno, con quella sicurezza per cui anche il più irresoluto degli uomini può compiere in un attimo qualcosa di inspiegabile anche a se stesso. Un dono di natura che suscitava l’invidia dei suoi avversari e l’ilarità di chi, in piedi attorno al tavolo dei giocatori, seguiva il via vai delle carte battute sul tavolo. Poco più tardi sarebbero arrivati gli altri, quasi sempre gli stessi da anni e con il passare delle ore attorno al Patacco si sarebbe radunato un gruppetto di curiosi, impegnati nel tentativo di scoprire come e quando sarebbe stata messa in atto l’imprevedibile mossa vincente
Era simpatico il Patacco e vinceva, diceva lui, perché aveva necessità di vincere mentre chi lo sfidava erano ’ i signori’, ai quali non pesava qualche soldo in meno. Al Patacco invece un po’ di grana lo salvava dalle ire furiose della moglie e aiutava il suo magro stipendio, appena sufficiente a sfamare la famiglia. Soprattutto nei giorni di festa le notti al tavolo verde si prolungavano fino alle prime ore del mattino, ma che fosse l’alba o notte fonda al suo rientro a casa il vicolo era inondato dalle voci alterate dei due coniugi, litigi che si stemperavano più o meno rapidamente a seconda di quanto la mutevole fortuna gli aveva arriso.
Non molto alto, il viso scarno e il corpo tutto nervi, il Patacco aveva gli occhi piccoli circondati da una fitta rete di rughe, troppe per la sua età .Piuttosto silenzioso, osservava senza osservare e ad una prima impressione aveva l’aspetto di chi si cura poco degli altri, ma bastava uno sguardo più attento per riconoscere nei suoi occhi guizzi di ironia che apparivano e scomparivano in un lampo lasciando un’ impressione di acume che lo rendeva simpatico. Non gioiva mai apertamente per quanto il risultato della serata potesse essere fortunato. Sapeva per istinto che è bene non esultare per non umiliare chi perde e convincerlo che non vale la pena giocare. Per il Patacco sarebbe stato un guaio che lo avrebbe privato di una fonte di guadagno.
La moglie del Patacco era una donnetta che tutti chiamavano Coccinella per via di piccole macchie rosse sulla fronte somiglianti a quelle sul dorso dell’animaletto. In continuo movimento, con i pochi mezzi a disposizione cercava di mantenere nel decoro i quattro figli. Teneva sempre un fazzoletto nella manica del vestito con cui in inverno ripuliva continuamente il moccico che colava dai loro nasi eternamente raffreddati e che in estate serviva ad asciugarne i visi sudati.
Il Patacco l’aveva vista un pomeriggio mentre usciva dal portone vicino casa sua dove era andata a consegnare un vestito appena cucito dalla sarta per cui lavorava. Minuta e secca anche lei come un fuscello di ginestra ne aveva subito notato quei piccoli segni rossi sulla fronte e questo particolare, anziché infastidirlo, lo aveva incuriosito. Nei giorni seguenti la incontrava spesso, come accade quando ciò che fino ad allora era stato invisibile, ad un tratto, come guidato da uno strano sortilegio, riempie lo spazio. Gli occhi timorosi di Coccinella persero man mano ogni timidezza e gli incontri da furtivi e fugaci divennero cercati e ricchi di promesse.
La scaramanzia è un debole dei giocatori e così il Patacco si sedeva sempre allo stesso tavolo, nella stessa posizione, rivolto con le spalle al muro, un modo per evitare che gli spettatori ne vedessero le carte. Rimaneva così per ore mentre gli sfidanti si alternavano con più o meno frequenza. Tra i più assidui, soprattutto di sera, c’era il Bronzino, un commerciante di alimentari che aveva il negozio proprio di fronte al bar. Era il “Bronzino” perché non rideva mai e aveva la pelle un po’scura, indubbia eredità di un peccatuccio nascosto perpetrato da una precedente generazione la cui colpa aveva generato qualche rimorso, tanto da lasciare nei posteri un retaggio di incolpevole tristezza.
Al Patacco il Bronzino non piaceva. Senza che ci fosse tra i due una frequentazione al di fuori del gioco, lo sguardo sfuggente, la bocca sottile che nascondeva i denti irregolari e le orecchie da cui spuntavano ciuffi di peli neri, glielo rendevano ripugnante. il Patacco conosceva bene le inquietudini dell’avversario. Dalla posizione in cui trascorreva i pomeriggi al bar vedeva la porta del negozio in cui si alternava un andirivieni di donne che entravano per la spesa. Alcune tra quelle a cui i bisogni della famiglia non potevano essere mai del tutto soddisfatti, si trattenevano più del dovuto per uscire poi con la borsa rigonfia. Il Patacco conosceva la miseria di quelle donne e provava un piacere maggiore a spillare denaro al Bronzino, che di denaro ne aveva, più che a chiunque altro. Da parte sua il Bronzino intuiva l’ostile corrente sotterranea che scorreva tra loro e più la intuiva più si accaniva a giocare per cercare di invertirne il corso.
Il Patacco di quello che vedeva non ne parlava con nessuno e seppure più di una volta ne aveva sentito raccontare con malizia, lui, che di prove ne avrebbe potuto portare a bizzeffe, era rimasto muto, estraneo e infastidito dal sottofondo di malevolo compiacimento che intuiva in quei discorsi.
Da qualche settimana erano venuti ad abitare poco distanti dal bar una coppia di giovani e la madre di lui.
Si vedevano raramente in paese. L’uomo partiva il mattino molto presto per rientrare nel pomeriggio e la donna anziana trascorreva l’intera giornata seduta sul balconcino che dava sulla piazzetta. Grassa com’era, con uno sguardo indagatore privo di ogni benevolenza, si alzava dalla sua postazione a fatica, appoggiandosi con ambe le mani alla balaustra in ferro per rientrare in casa quando la giovane donna appariva a chiamarla. Lei, la giovane, non usciva mai se non per qualche rara passeggiata con il marito. Erano apparizioni silenziose in cui la sua bellezza contrastava con i lineamenti volgari dell’uomo che durante quelle brevi uscite la teneva costantemente per mano, quasi ad ancorarla a sé. La coppia aveva subito destato la curiosità del paese ma, come accade per le chiacchiere che se scarsamente alimentate da novità facilmente perdono di interesse, così i primi pettegolezzi lentamente si diluirono nell’abitudine.
Non così per il Patacco. Dalla sua postazione gli bastava uno sguardo fugace per cogliere particolari che sarebbero sfuggiti a chiunque, come l’occhieggiare furtivo del Bronzino verso quelle finestre di cui un alito di vento faceva ondeggiare le tende o il suo uscire dal negozio per appoggiarsi con impacciata disinvoltura allo stipite della porta quando si avvicinava l’ora in cui la bella sarebbe apparsa. Occhiate fugaci non del tutto ignorate da colei a cui erano dirette. A carte il Bronzino perdeva più spesso e per il Patacco era così facile barare che quasi quasi ne sentiva il rimorso.
Poi una mattina il Bronzino non arrivò per aprire la bottega.
Passavano le ore e Adorno, il barista, iniziò a preoccuparsi. In tutti gli anni trascorsi neppure un giorno che quella saracinesca fosse rimasta chiusa. Ricordava un inverno in cui una nevicata mai vista aveva bloccato il paese. La neve aveva ricoperto le strade, le macchine erano scomparse sotto un mantello di ghiaccio, nessuno aveva osato uscire di casa e su tutto era calato un silenzio innaturale e stupito.
Dalle finestre occhi curiosi guardavano quel paesaggio tanto inconsueto, chi con timore e preoccupazione, chi con curiosità, chi con gioia, ma nessuno si avventurava in strada. Un solo essere, imbacuccato oltre misura avanzava faticosamente affondando fino al ginocchio ad ogni passo. Era il Bronzino che, armato di una pala, arrivò alla porta della bottega e a furia di palate si aprì un varco fino a riuscire ad alzare la serranda e aprire il negozio.
La voce che quel giorno il Bronzino era chiuso si diffuse in un battibaleno. Mille le domande e unica la risposta: è successo qualcosa. Non aveva parenti e se un accidente gli fosse capitato nessuno se ne sarebbe accorto. Non godeva di troppe simpatie il Bronzino ma sapere che qualcuno è solo quando gli avvenimenti dell’esistenza gli si rivoltano contro spinge chiunque a compassione.
Adorno si offrì di andare a vedere e si unì a lui il Brigante, assiduo frequentatore del bar fino dalle prime ore del mattino. Era un omone con la barba scura, alto e corpulento, che doveva il soprannome ad una vita vissuta tra i boschi dove tagliava la legna e ne faceva carbone. Ormai vecchio raccontava storie di briganti che per sfuggire alla cattura si nascondevano in luoghi inaccessibili nel fondo oscuro delle macchie. Descriveva incontri favolosi, diceva di aver parlato con loro e la sua narrazione ogni volta si arricchiva di nuovi particolari. Quando il Brigante da giovane arrivava in paese le ragazze fuggivano spaventate dalla sua figura nera e imponente, benché non avesse mai fatto del male a nessuno. Ora, dopo una vita vissuta in solitudine e liberato dalla fuliggine del carbone che ne aveva da sempre nascosto il viso, scopriva fattezze regolari e occhi docili che lo rendevano quasi bello. Trascorreva la maggior parte del suo tempo al bar, seduto fuori nelle giornate serene aspettando tra un bicchiere e l’altro che arrivasse qualcuno per chiacchierare.
Adorno, realmente preoccupato dalla lunga assenza del Bronzino, decise che sarebbe andato a vedere a casa sua e il Brigante si offrì di accompagnarlo.
La porta del Bronzino era chiusa. Soltanto da una finestra filtrava un po’ di luce.
Bussa e ribussa. Chiama e richiama. Niente.
Adorno e il Brigante, sempre più preoccupati, decisero per un atto di forza.
Bastò una robusta spallate del Brigante per far cedere la porta. Chiamarono e chiamarono. Nessuna risposta. Arrivarono in camera e videro nel letto, sotto le coperte, un gran fagotto.
-Bronzino, Bronzino! –
Un leggero movimento fece capire che era vivo
-Bronzino, che è successo? –
-Niente. Andate via- rispose una flebile voce soffocata
– Come niente? –
-Andate via- ripeté il Bronzino piagnucolando.
Adorno tirò via le coperte e lì sotto, raggomitolato su se stesso c’era il povero Bronzino con il volto tumefatto e spaventato a morte. Nascondendo la faccia sotto il cuscino con la voce strozzata dalla paura non faceva che dire –Andate via, andate via-
Si accertarono che non fosse moribondo e lo lasciarono in pace.
La bottega rimase chiusa per diversi giorni e le congetture su quanto era accaduto riempirono gli angoli e le vie del paese, ma nessuno seppe mai nulla di certo.
Nessuno, tranne il Patacco.
Lui sapeva il come e il perché. Sapeva, e se un po’ sorrideva, un po’provava compassione per la solitudine di quell’uomo che per la prima volta si era innamorato di qualcuno di irraggiungibile e aveva osato sfidare con le sue attenzioni le ire di un marito geloso.
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Secondo me il bronzino ha una emocrimatosi ereditaria, detta diabete bronzino dal colore della cute. Ci ho preso?