Premio Racconti nella Rete 2026 “Una storia vera” di Alessandra De Sire
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Quando la primavera arriva porta con sé i profumi e i colori che il lungo inverno sembra aver cancellato dalla nostra memoria.
Che bello il vento di primavera, non è più il gelido inverno, i fiori aprono le corolle donandoci mille colori, spuntano qua e là tutte le erbette e gli uccelli riprendono il loro melodioso canto.
Il mio cappotto nell’armadio lasciava ormai il posto ai giacchini di lana ricamati rigorosamente a mano, dai colori sbiaditi e consumati, i calzettoni bianchi mi liberavano finalmente le gambe dalle strette e lunghe calze di lana.
Nonostante ci fossero tanti cambiamenti intorno a me, il mio posto era sempre lo stesso, seduta davanti un lungo tavolo della sala da pranzo.
La sala aveva soffitti alti, era arredata con mobili antichi, stracolmi di oggetti in fine porcellana e ricordi di famiglia.
Le pareti della sala erano arricchite da quadri con cornici importanti del nonno e del bisnonno che mi guardavano severi. Nella parete centrale della grande stanza, due fioretti ricordavano la passione del nonno che tirava di scherma.
Io ero seduta davanti al tavolo, con le gambe ciondolanti, i piedi sospesi almeno mezzo metro da terra, vicino a mia nonna, ex insegnante elementare in pensione, che ogni pomeriggio mi aiutava nello svolgimento dei compiti.
Il mio rendimento scolastico continuava ad essere molto scarso e mia nonna tra attimi di pazienza e di ira, aspettava un mio cambiamento in attenzione e interesse per lo studio.
Dopo pagine di storia e scienze, arrivava inesorabile il momento dello svolgimento del problema assegnato dalla mia insegnate elementare, come compito da svolgere a casa.
Problema: alla centrale del latte, si caricano su un camion 49 cestelli, ognuno dei quali contiene 12 litri di latte. Il latte viene distribuito in parti uguali, in 6 latterie. Quanti litri riceverà ogni latteria?
Risoluzione – Indicazione – Calcolo
Io pensavo! Se non fosse un camion a trasportare i litri di latte e fosse una carrozza con dieci cavalli e la centrale del latte fosse in una valle verde, io potrei abitare in una fattoria, avere tante mucche e scendere a valle con la carrozza e, con un bravo cocchiere, distribuire il latte nelle latterie e prendere i soldi per acquistare nuovi giochi e caramelle. Non avrei certo tempo per la scuola!
Le mie divagazioni erano percepite da mia nonna, che alzava subito la voce per richiamarmi all’attenzione.
Il mio amico Angelo invece, che ogni giorno mi aspettava in giardino per giocare, svolgeva i compiti con una velocità e facilità estrema.
I suoi componimenti venivano letti in tutte le classi dell’istituto elementare e la sua insegnante lo portava come esempio davanti a tutti i miei compagni di classe.
Mia nonna, che conosceva bene l’intelligenza e l’educazione del mio amico, a volte lo invitava ad entrare in casa per sottolinearmi come Angelo fosse diligente rispetto a me che avevo sempre la testa tra le nuvole.
Angelo cercava di suggerirmi le operazioni dei problemi perché potessimo andare a giocare presto; a volte mia nonna faceva finta di non sentire, altre, minacciava Angelo di non farlo più entrare in casa.
Angelo viveva con gli zii, era un bambino buono, assennato, giudizioso ed era il mio compagno di giochi.
Purtroppo, la distrazione e il mio disinteresse per la scuola, erano motivo di rimproveri e punizioni in famiglia. Non era certo colpa mia se le matite sul tavolo si mettevano a ballare!
Un giorno, durante la lettura del libro di storia, Garibaldi entrò in sala da pranzo. Che bella figura questo Garibaldi! Dedicò la sua vita agli ideali di libertà e indipendenza e fin da piccolo preferì l’avventura allo studio, con disappunto dei suoi genitori che lo volevano dottore o avvocato.
Le giubbe rosse fecero irruzione nella stanza, mi presero e sbarcai a Marsala; a Calatafimi vinsi al fianco di Garibaldi; a Teano incontrammo Vittorio Emanuele II; il 26 ottobre 1860 si concluse la spedizione dei Mille. Garibaldi proseguì per Calvi. Io fui ricevuta da Vittorio Emanuele a palazzo.
La sala reale fu allestita con tutto il fasto a nome del potere e della magnificenza del sovrano, ma anche per mostrami la sua benevolenza e generosità. La tavola fu imbandita a festa, tovaglie di broccato, duemila bicchieri d’argento, cinquecento componimenti floreali, mille candele, duemila posate d’oro.
“Bianca!” mi richiamò mia nonna. Il rimprovero agitato e rumoroso mi riportò davanti al libro di storia.
Angelo giocava con me nel mio giardino, sopra un grande albero di noce. Avevamo una piccola casa. Era il nostro rifugio anche d’inverno.
Con l’arrivo della primavera, le giornate si allungarono consentendoci di giocare fino a tardi. Angelo aveva un cavallo dagli zoccoli d’oro, si chiamava Lampo. Con Lampo e la sua spada d’avorio, combatteva per salvarmi dai guerrieri, capi indiani, draghi e mostri di vario genere. Il mio amico era sempre vincente, montava sul suo cavallo e a trotto balzava da colline e pianure, sapeva destreggiarsi in avventure pericolose senza inizio né fine e contro nemici invisibili.
Angelo partiva con Lampo per cercare il tesoro di monete d’oro che i suoi genitori avevano nascosto, perché lui avesse a disposizione tutto ciò di cui poteva aver bisogno per diventare un grande guerriero.
Nella ricerca del grande tesoro, Angelo s’imbatteva sempre in avventure pericolose, ma ne usciva vincente.
Durante l’assenza del mio amico, io mi rifugiavo nella casetta sull’albero, sistemavo la tana e preparavo con le mie pentoline infusi di mandorle, noce e alloro. Gli infusi mi occorrevano per curare le ferite di Angelo a rientro dalle sue avventure.
Con la cucinetta che mi avevano regalato, comprensiva di lavello, lavatrice e mobilio, avevo tanto da sistemare e riordinare, inventando ricette per impacchi miracolosi utili in caso di ferite.
Con acqua e farina preparavo il pane che poi mettevo nel forno, riordinavo e asciugavo le stoviglie.
Quando scendevo dall’albero di noce, cercavo le bacche da mettere in dispensa, utili come ornamento per torte. Ricordo i tiepidi raggi del sole far capolino tra le foglie di noce, mentre il vento Birichino mi sollevava.
Così volavo sui tetti delle case, sui comignoli ancora accesi, toccavo le nuvole fatte di zucchero filato che con soddisfazione e piacere assaporavo nell’aria.
Quando spavalda mi avvicinavo ai raggi del sole, improvvisamente perdevo la vista e allora le ali di cento rondini mi avvolgevano trascinandomi lontano dal sole. Riacquistata la vista, le rondini mi lasciavano libera in volo, mentre il cinguettio armonioso dei fringuelli mi salutava.
Dall’alto osservavo curiosa il mondo dei grandi andare di fretta, correvano legati ai loro orologi, incapaci di vedere dentro di loro e intorno a loro, tutte le meraviglie del creato.
Il mondo dei grandi era molto lontano sia da me che dal mio amico Angelo.
I grandi delle famiglie ci ricordavano in continuazione che dovevamo essere giudiziosi e finirla di avere comportamenti da bambini. Da quello che avevo capito, il bambino, secondo l’opinione degli adulti, doveva far presto a diventar grande. Ma quando gli adulti si incontravano tra di loro, mostravano felicità a raccontare le avventure della loro fanciullezza.
Il mondo dei grandi mi appariva complesso, incomprensibile e pensavo che non ne avrei mai fatto parte.
Quando il vento Birichino si affievoliva, io terminavo il mio volo nel cielo, riprendendo il posto sui rami dell’albero.
Un giorno, mentre ero intenta a sistemare le bacche nel cestino, che avevo ben foderato con foglie di edera, tornò Angelo. Lampo aveva i suoi zoccoli d’oro tutti graffiati.
Il mio amico con un balzo saltò dal cavallo al ramo di noce.
Mi raccontò che, cavalcando sui Monti Sibillini, posti sull’Appennino umbro marchigiano, si era scontrato con un grosso Drago.
Aveva perso i sensi e si era risvegliato in grembo alla fata Sibillina che viveva nei pressi del monte.
La fata era di una bellezza mai vista, con un abito lungo color argento intarsiato di brillanti e pietre preziose.
Angelo, nonostante fosse un bambino della mia età, era un lettore di libri di antichità greca e romana. Mi raccontò che la Sibilla era una profetessa sacra che prevedeva il futuro.
Il mio amico aggiungeva: “non tutti sanno che i Monti Sibillini nascondono uno dei segreti più misteriosi e affascinanti della nostra penisola”; la leggenda faceva di quelle vette la residenza di un antico oracolo chiamata proprio Sibilla.
Il mio respiro si faceva sempre più fioco perché non disturbasse con il suo esalare, la chiarezza delle parole di Angelo.
“In prossimità della cima del monte”, continuava Angelo, “c’è una grotta dove la Sibilla vive in uno splendido palazzo sotterraneo circondata da preziosi tesori e damigelle di bellezza incantatrice”.
Nel raccontare, Angelo improvvisamente si rattristò perché la fata Sibillina gli raccomandò prudenza e aggiunse che il mio amico era in pericolo.
Doveva tornare indietro e non tornare mai più sui Monti Sibillini e sui Monti del Melo.
Dopo questo racconto, mi apprestai a trovare le cioccolate che avevo messo da parte in un buco dell’albero, perché Angelo ne potesse trovare sostegno e conforto.
Da quel giorno, oltre alle bacche cominciai a preparare munizioni di sassi e a raccogliere bastoni appuntiti. Angelo invece, coperto dal suo inimitabile coraggio, continuò a cavalcare Lampo alla ricerca del tesoro nascosto dai suoi genitori.
I giorni di primavera, trascorsero veloci come scorre il fiume che sembra aver fretta di raggiungere la foce. Io e Angelo ogni giorno mettevamo in campo le nostre idee e strategie per difenderci dal Drago che aveva sbalzato da cavallo Angelo sui Monti Sibillini.
Prima della fine della primavera, Angelo decise di inoltrarsi sul monte isola (sul lago Iseo). Il mio amico mi raccontava che la fata che dominava monte isola, era la fata Pupazza. Questa fata faceva parte di un gruppo di fate regine, le più belle che potessero esistere.
La fata Pupazza era bellissima e si chiamava fata Ghirlanda, ma un giorno presa dall’invidia, parlò male della fata Regina. Un folletto raccontò alla fata Regina del sentimento d’invidia della fata ghirlanda, fu così che chiamata al cospetto di tutte le fate, la fata Ghirlanda perse tutta la sua bellezza e divenne una Pupazza, pur mantenendo il potere delle fate.
La fata Pupazza che dominava Monte Isola propose ad Angelo di inoltrarsi in una grotta, dove avrebbe trovato il tesoro nascosto dai suoi genitori. Io rimasi a guardia dell’albero, poi scesi dai rami per raccogliere bacche e munizioni di sassi, d’improvviso alle mie spalle comparse il Drago che, con un colpo di coda, mi colpì riducendomi in fin di vita.
Il vento Birichino mi adagiò dentro la casetta sull’albero e mi donò il respiro per non farmi morire.
Angelo al rientro si spaventò e mi prestò le prime cure.
Intanto il vento continuava ad aiutare il mio respiro, mentre il sole mi scaldava le gambe ormai gelide. Il mio amico mise in campo tutte le sue conoscenze scientifiche per aiutarmi, così mi raccontò nei giorni successivi la fata Pupazza.
Il Drago che mi aveva colpita così brutalmente disse ad Angelo che i suoi colpi erano mortali e che io sarei morta di lì a poco.
L’unico modo che aveva Angelo di salvarmi, secondo i suggerimenti del Drago, era di lasciare me e il mondo dei bambini e di entrare subito nel mondo dei grandi; ma non bastava. L’incantesimo avrebbe preso tutta la memoria del mio amico Angelo, che non avrebbe più ricordato di me, dei nostri giochi e della nostra amicizia.
Angelo accettò di entrare nel mondo dei grandi e di dimenticare, pur di rendermi la vita.
Io tornai a casa viva e senza ferite, ma da quel giorno Angelo scomparve.
Solo nei giorni successivi, capì che la fata Pupazza era d’accordo con il Drago e con fine crudeltà mi aveva raccontato l’accaduto: il Drago e la fata Pupazza avevano organizzato insieme l’allontanamento di Angelo direzionandolo nella grotta di Monte Isola. Angelo cercò nella grotta il tesoro dei suoi genitori, ma non trovò nulla.
Insospettito dalle false indicazioni del Drago e della fata, tornò da me, ma mi trovò morente con ancora un filo di respiro attaccato al vento Birichino. Angelo si prestò a darmi tutte le cure di cui necessitavo, coprì le ferite con foglie d’alloro, tritò le bacche, creò un infuso con foglie di mandorlo, supplicò il vento Birichino di assistere il mio respiro, sempre più affievolito dal colpo del Drago.
Subito dopo Angelo partì per il mondo dei grandi, mentre io, giorno dopo giorno, sentivo di guarire.
Ogni pomeriggio uscivo in giardino, salivo sull’albero con la speranza di vedere tornare il mio amico con il suo cavallo Lampo.
Intanto la scuola era sempre più noiosa, il mio rendimento sempre più scarso. Era ormai entrato il gelido inverno e io trascorrevo le mie giornate in casa davanti al camino.
Ogni tanto veniva a trovarmi fata Tristezza. Un giorno, mentre la fata piangeva della sua tristezza, raccolse nel suo velo anche la mia; mi disse che non poteva restituirmi la gioia dei giorni trascorsi insieme ad Angelo, ma poteva regalarmi un’idea per superare la mia tristezza. Avrei dovuto aspettare che di notte una stella entrasse nella mia stanza e la stella avrebbe portato con sé il segreto per superare la mia tristezza.
Trascorsero mesi, le stagioni si succedevano veloci come l’onda del mare si infrange sugli scogli, come veloce cade la pioggia, come veloce la volpe che impaurita rientra nella sua tana.
Ogni giorno io tornavo a pensare al mio amico che aveva rinunciato al mondo dei bambini pur di rendermi salva la vita.
Finalmente una notte di un gelido inverno entrò nella mia stanza La Stella. Io mi sedetti sul mio letto incredula, La Stella apparve luminosa, con un lungo abito bianco e argento, i suoi capelli biondi erano raccolti da una ghirlanda di fili d’argento. Le sue mani lunghe e affusolate tenevano in mano con grazia la bacchetta magica di fili sottili bianchi come la neve.
La Stella mi disse: “se vorrai ritrovare il tuo amico dovrai studiare, per poter entrare il più presto possibile nel mondo dei grandi. Ogni volta che mostrerai disinteresse per lo studio e arrancherai nel tuo impegno scolastico, allontanerai la possibilità di ritrovare il tuo amico Angelo.”
Detto questo, La Stella volò via attraverso la finestra, lasciando una stria argentata e facendo cadere altre mille piccole stelle bianche e argento nella stanza.
Mia nonna mi ritrovò seduta alla finestra, stringevo il mio orsacchiotto Biscotto, mentre guardavo la luce avvolgente della luna.
Fu l’ultima volta che mia nonna vide in me un comportamento stravagante.
Dopo aver completato il corso di studi mi sposai. Mio marito aveva ed ha tutt’ora un’industria di giocattoli. Mi proposi come responsabile dei vari reparti e, dopo qualche anno, nacquero i miei figli.
I miei figli vivevano spensierati, a loro non mancava certo il gioco.
Purtroppo, la fata Spiona, vide la serenità della famiglia, ma soprattutto notava che io ero molto attenta affinché i miei figli giocassero sereni dentro la loro fantasia e con i loro giochi.
Una mattina, recandomi a lavoro, mi apparve il Drago chiamato dalla fata Spiona. Fu sufficiente un colpo di coda e io caddi a terra.
Mio marito mi portò subito nell’ospedale galleggiante sul fiume Tevere a Roma, dove mi prestarono le prime cure. Nei giorni successivi, i medici mi spiegarono che le ferite riportate necessitavano di dieci anni per rimarginare e venni inviata dallo specialista.
Presa dalla preoccupazione e dallo sconforto, arrivata allo studio del dottore, bussai alla porta e aspettai rigorosamente che mi venisse dato il permesso di entrare.
Il medico mi invitò ad entrare e sedermi.
Davanti al medico caddi seduta senza forza nelle gambe. Il medico sembrava preciso, severo, scrupoloso, poco incline a battute e confidenze. Aveva poca barba, ma sufficiente a nascondere il suo sorriso.
Dai suoi occhi capii che avevo ritrovato il mio amico Angelo.
Era proprio lui!!!!! Lo avevo aspettato durante i lunghi e freddi inverni, durante le colorate primavere e nelle calde estati. Lo avevo aspettato lì, seduta sui rami del nostro grande albero, con la speranza di vederlo apparire all’orizzonte sul suo cavallo Lampo.
Seduta incredula sulla sedia, stordita dalla sorpresa, mi tornò in mente bambino, mentre mi raccontava le sue avventure, lo vidi ancora una volta scendere da cavallo con la sua spada e le tasche piene di foglie e di bacche; mi sembrò di avvertire i sapori delle nostre merende, perfino gli odori.
Poi improvvisamente tutto svanì.
Al decimo anno di cure, dichiarò per iscritto la mia guarigione. Lo trovai in piedi davanti una grande finestra, una parte del suo volto era coperta da un’ombra, mentre un’altra era schiarita da un timido raggio di sole.
“Buongiorno”, mi disse, sedendo alla sua scrivania. Mi osservò attentamente come per capire come stessi veramente. Iniziò a scrivere frettolosamente, le sue mani non erano più cicciottelle come quando raccoglieva sassi per la sua fionda, le sue dita erano lunghe e affusolate, lisce come petali di panzé, non avevano graffi o segni come quando da piccolo tornava dalle sue spedizioni.
Chino sui fogli scriveva tutto il suo sapere, i suoi capelli neri avevano macchie bianche, e i suoi occhi mi esprimevano tutto ciò che aveva smarrito.
Nei giorni precedenti a quest’ultimo incontro, pensai ad un regalo per lui in segno di riconoscenza e aggiunsi una scatola con un libro intitolato “Una storia vera”, con i sassi del mio giardino, le foglie di noce, di alloro e di bacche.
Il mio amico d’infanzia, entrando nel mondo dei grandi, non aveva perso l’altruismo che mi aveva dimostrato. Le sue conoscenze mediche erano diventate un mezzo per aiutare chiunque ne avesse avuto bisogno.
Io, invece, con il mio regalo, volevo tentare di restituirgli i ricordi rubati e il suo sorriso.
Mi piace immaginarlo nella lettura del mio libro, serio e attento, forse desideroso di ritrovare gli odori, i colori e anche i sapori di quella cioccolata che riempiva le nostre bocche nelle tiepide giornate di primavera.
Al termine della lettura, Angelo avrebbe saputo che solo la morte del Drago gli avrebbe restituito la memoria e tutti i suoi ricordi di bambino.
Ancora oggi, la casa sull’albero è rimasta intatta, ferma al giorno in cui Angelo fu costretto a lasciarmi. Nei giorni di primavera siedo ai piedi dell’albero, con lo sguardo che cerca lontano il ritorno di Lampo e del suo cavaliere.
*****
Giuseppe e Agnese vivevano da anni nel loro casale in collina; avevano un grosso vigneto che Giuseppe, con le sue mani sapienti, curava tutto l’anno. Giunto il periodo della vendemmia, iniziava la grande festa.
La cantina di Giuseppe si preparava ad accogliere i succosi grappoli d’uva che venivano raccolti in grandi cassette. Tutti i vendemmiatori che vivevano intorno al casale di Giuseppe e Agnese portavano i loro raccolti, in robuste ceste, nella cantina di Giuseppe.
Dopo la raccolta dell’uva, era tradizione fermarsi a banchettare da Giuseppe in una cantina adiacente a quella del lavoro, che Agnese custodiva con grande cura.
La cantina curata da Agnese aveva un grande caminetto a parete e un lungo tavolo dove ogni anno tutti i vendemmiatori potevano festeggiare il raccolto. Agnese e tutte le mogli dei vendemmiatori provvedevano a prendere la legna, a ordinarla e accatastarla sotto le tettoie del casale, ben protetto da pioggia e intemperie. La cantina di Giuseppe vantava duecento botti di legno e lì, il profumo dei grappoli d’uva appena raccolti e l’odore del mosto, si spargeva ogni anno in tutta la collina.
Cominciava la vendemmia.
Le botti panciute non aspettavano altro che ricevere il mosto e l’odore del suo ribollire si diffondeva aspro in tutta la grande cantina.
La cucina di Agnese aveva odori di legna secca, oltre a quella di salumi stagionati, di carne cotta, di sughi e di farine. Giuseppe e Agnese, nel loro casale, erano custodi di odori, sapori e colori dell’autunno.
I bambini, dopo la scrittura dei numeri e delle lettere con la nonna Agnese, si radunavano nella cantina per giocare. Il tiepido sole che si affacciava tra le file dei vigneti permetteva ai bambini di giocare liberamente.
Quel pomeriggio Giuseppe si trovava tra i filari della sua vigna per raccogliere gli ultimi grappoli d’uva protesi in basso per la pesantezza dei chicchi. Agnese intanto preparava un bel fuoco per la sera.
Improvvisamente, il sole si oscurò e sembrava che si preparasse un forte temporale. Giuseppe affrettò la sua raccolta dell’uva e Agnese gli andò incontro con le sue ceste vuote per aiutarlo. Iniziò a tuonare così forte che Giuseppe e Agnese chiusero le imposte del loro casale e i portelloni della cantina con i catenacci di ferro.
Tutti i vendemmiatori fecero allo stesso modo. Il vento forte portò dei rumori assordanti di foglie e di rami spezzati; le raffiche di vento si abbatterono contro le tegole dei tetti e i comignoli delle case; i grandi catenacci di ferro delle imposte della cantina di Giuseppe vennero spinti dalla furia del vento quasi a spezzarli.
La terra tremò, caddero a terra tutte le conche di rame della cucina di Agnese e le ciotole di legno. Ci fu un rumore di cocci e stoviglie fatte in mille pezzi. La furia del vento entrò nella canna fumaria e la brace ormai spenta del caminetto di Agnese, si sparse in tutta la cantina. Nella cucina si sollevò un odore acre di fuliggine e cenere. Gli utensili in ferro del caminetto caddero a terra provocando un rumore di ferraglia vecchia e arrugginita.
Giuseppe e Agnese si avvicinarono timorosi ad una fessura della finestra e videro una luce accecante di un fulmine. Un grosso Drago apparve nel cielo tenebroso, sollevato da terra almeno mille metri. La sua bocca spalancata mostrava i denti affilati; il movimento della sua coda falciò a metà il cielo tenebroso.
Fu il suo ultimo colpo di coda perché un fulmine dietro il suo dorso lo sollevò in alto e lo fulminò.
Terminato l’orribile scenario sembrò che tutto ritornasse come se nulla fosse accaduto.
Giuseppe e Agnese, aprirono timidamente le imposte delle finestre e piano piano uscirono. Poco alla volta si affacciarono fuori dalle loro case anche gli amici vendemmiatori. Si scambiarono tutti i primi commenti sull’accaduto e fu Agnese a proporre di trascorrere la cena e la notte nel loro casale.
I vendemmiatori, intanto, si apprestarono a sistemare tetti, porte e imposte che il vento aveva divelto. Tutte le donne riordinarono le loro abitazioni e aiutarono Agnese a preparare giacigli di fortuna per la notte a tutti i vendemmiatori.
Il sole si affacciò di nuovo timido, sembrava quasi impaurito dall’atroce oscurità alla quale era stato sottoposto suo malgrado. Scese la sera.
La tavola grande di Agnese era stata coperta di vivande che ognuna delle donne aveva preparato. Lei accese un grande fuoco, si sedettero tutti a mangiare e ognuno di loro raccontò ciò che aveva visto e sentito, ancora con il terrore negli occhi.
La versione era per tutti quasi la stessa, tranne la narrazione personale dei loro stati d’animo. Le voci si accavallavano e le parole sovrastavano altre parole. Il narrare l’accaduto era soggetto a continue variazioni di voci e di toni più o meno gravi.
Ognuno dei presenti ebbe modo di raccontare ciò che aveva visto e sentito mentre le donne, a voce bassa, parlavano cullando i loro bambini tra le braccia.
Improvvisamente Pietro, il più vecchio del gruppo, uscì dal suo silenzio e prese la parola.
Sembrava tutto come in un’orchestra dove gli strumentisti seguono in doveroso silenzio la direzione del loro maestro. Le tante voci che fino a quel momento si erano alzate causando una gran confusione, si abbassarono fino al silenzio più assordante.
Non c’era più chiasso nella taverna di Agnese, tutti seguirono con attenzione la sola voce di Pietro, che iniziò a parlare avvicinandosi al grande camino. Pietro iniziò: «Tanti anni fa si diceva che una bambina nel sud d’Italia fosse stata colpita dalla coda di un Drago. Fu soccorsa dal suo compagno di giochi, che si dice che poi sparì perdendo la memoria. Si raccontava in tutta la vallata che la bambina soffrisse tutta la sua infanzia e la sua adolescenza per la scomparsa del suo amico».
Dai racconti di tanti contadini sentì dire che, diventata grande, fu di nuovo colpita dalla coda del Drago e stette molto male. Si sottopose a delle cure pesanti per almeno due anni e, nel corso della sua malattia, fu seguita da un medico nel quale lei riconobbe il suo amico d’infanzia che, avendo perso la memoria, non la riconobbe. Fu per lei un’ennesima sofferenza, non poter rivivere la sua infanzia con lui neanche nei racconti.
Bianca, così si chiamava la bambina, sapeva che solo con la morte del Drago, il suo amico avrebbe ritrovato la memoria. Pietro aggiunse: «sarebbe giusto che uno di voi partisse per avvertirla che il Drago è morto». Alle parole di Pietro seguì lo sbigottimento, la sorpresa, la meraviglia, lo sconcerto. Fu silenzio. Ora si sentiva il solo scoppiettare della legna nel caminetto di Agnese e il respiro profondo dei bambini addormentati tra le braccia delle mamme.
Scese la notte, le imposte dei grandi finestroni della cantina, dal fracasso e dal baccano di quel giorno, ora cigolavano sommessamente ad un fievole vento. Fu quiete. Tutti si apprestarono ad andare a dormire nei giacigli improvvisati da Agnese. I bambini si addormentarono nei loro letti. Si strinsero tutti nella condivisione di un giorno terribile che avrebbero ricordato per tutta la vita.
Il mattino seguente iniziarono la pigiatura dell’uva. Finalmente il succoso e profumato mosto riempì le botti. Il lavoro terminò nei giorni successivi travasando il vino più volte nelle damigiane, inebriando la cantina di un profumo misto a mosto e vino.
Terminato il tempo della vendemmia, Giuseppe parlò con Agnese del suo intento di partire a primavera alla ricerca di Bianca per avvisarla di quanto loro fossero stati testimoni.
*****
All’inizio della primavera, tutta la collina partecipò ai preparativi per la partenza di Giuseppe. Lo aiutarono a preparare il carro con tutto il necessario, mentre Agnese aveva nel cuore non poca trepidazione. Calcolarono sette giorni di viaggio. Tutti i vendemmiatori si riunirono per salutare Giuseppe. Lo videro allontanarsi con il suo carretto. Le voci di tutti i contadini lo accompagnarono per un lungo tratto di strada.
L’eco delle tante voci resistette fino a perdersi piano piano nel folto bosco attraversato da Giuseppe che restò in compagnia del cigolio delle ruote del carro sui ciottoli erbosi e dello scalpiccio degli zoccoli dei cavalli che segnavano a ritmo l’allontanarsi dalla collina.
Era quasi l’inizio della primavera. Il vento soffiava lieve a favore del carro quasi a spingerlo avanti senza ostacolare per nulla il suo cammino. Dopo tre ore di viaggio, Giuseppe arrivò alla prima stazione ferroviaria. Lasciò i suoi cavalli in una stalla custodita, recintata, ben protetta dalle intemperie, dove il custode avrebbe provveduto a dare da mangiare ai cavalli e al loro abbeveraggio.
Lasciò il carro vicino alla stalla e si avviò a piedi nella stazione ferroviaria. Il treno a vapore era pronto a partire. Giuseppe salì in carrozza, il treno disponeva di circa settantotto posti a sedere, con sedili e schienali di legno, disposti su due file separati da un corridoio centrale.
L’odore del carbone destinato a bruciare nel forno era forte, intenso, esso veniva introdotto nel forno, a mano dal fuochista. La locomotiva si muoveva grazie all’espansione del vapore prodotto nella caldaia, dove l’acqua veniva scaldata dal bruciare del carbone. Giuseppe si sedette nella carrozza disposta centralmente rispetto alla lunghezza del treno. Dai finestrini del treno, vide il cumulo di pietre “massicciate” intorno ai binari, di colore grigio chiaro. Il treno fischiò e si avviò lentamente.
Il suo sbuffo aumentò con l’aumentare della velocità della locomotiva. Mentre il treno avviava la sua corsa, Giuseppe vedeva il sole giocare a rimpiattino tra le fronde degli alberi, illuminando per brevi tratti la carrozza per poi nascondersi dietro il paesaggio che sembrava correre insieme al treno. Alberi, piante, case, villaggi, si sovrapponevano davanti agli occhi di Giuseppe per la velocità della locomotiva.
I collegamenti dei binari producevano un suono come di un clic clac quando le ruote del treno vi passavano sopra. Il tetto del treno aveva il fumaiolo dove usciva il fumo prodotto dalla combustione del carbone. Il fumo si spandeva velocemente e si disperdeva nell’aria con la stessa velocità del treno in corsa.
Giuseppe guardava sempre fuori dal finestrino della sua carrozza il paesaggio dai mutevoli colori che dal rosso, al giallo, all’arancio dell’autunno, lasciavano il posto a quelli più chiari di una primavera nascente. I fiori, rosa e lillà si spargevano a piccole macchie qua e là, sovrastati ancora da quelli più scuri dell’inverno.
Mentre il treno correva, la mente di Giuseppe restava aggrappata fortemente alla sua casa e ai suoi amici. Il viaggio durò per ben quattro giorni e Giuseppe mangiò ciò che gli aveva preparato Agnese, pollo, pane ben imburrato, polenta secca, patate e agnello cotto alla brace.
Gli odori lo riportavano alla sua cantina, ma forte era il suo desiderio di arrivare a destinazione per compiere il suo compito. A sud d’Italia, il treno terminò la sua corsa e Giuseppe si organizzò con un carretto di fortuna alla ricerca di Bianca.
Bianca viveva in un posto a sud della Puglia, che contava novemila abitanti. Colù era il paese di Bianca che Giuseppe raggiunse in due giorni interi. Arrivato a Colù, Giuseppe cercò dove mangiare e potersi riposare.
Nella locanda chiese informazioni su Bianca. Tutti conoscevano la signora Bianca; viveva nella sua casa con un grande giardino, vicino alla chiesa di S. Maria. Bianca aveva ormai sessantacinque anni, viveva con suo marito Vittorio e avevano in custodia quattro nipoti, perché spesso i figli lavoravano in una grande città.
I nipoti di Bianca, Gaia e Giacomo, Giulia e Matteo, erano bambini molto vivaci e c’era sempre un gran da fare con loro. Vittorio curava tutte le cose fuori casa, mentre Bianca stava sempre in casa a riordinare, cucinare e organizzare i giochi per cercare di far star buoni i nipoti. Bianca preparava loro buonissime merende con pane, burro e marmellata, o pane bagnato con lo zucchero o crostate di uva spina e pizze dolci.
In inverno i bambini giocavano in una grande sala piena di giocattoli davanti a un grande caminetto. D’estate invece si riunivano tutti sotto il grande albero di noce che Bianca aveva custodito nel tempo con tanta cura. L’altalena era stata rinnovata con corde nuove e più sicure, la casa sull’albero aveva un tetto più solido, due finestre e, all’interno, una cucina completa di tutto e quattro lettini in più perché i bambini potessero riposare nelle tiepide giornate di sole.
Quel giorno di primavera, mentre Bianca guardava divertita i suoi nipoti giocare, si avvicinò al grande cancello del giardino un uomo. Bianca si diresse verso il cancello mentre i nipoti le tiravano le gonne per l’ennesimo capriccio. «Buongiorno», disse Giuseppe a Bianca, «vengo da lontano per parlarle di un Drago». Bianca capì immediatamente e subito aprì il cancello a Giuseppe.
I bambini si erano fatti silenziosi perché incuriositi da quell’uomo che non avevano mai visto circolare nella casa dei nonni. Bianca lo fece entrare, gli offrì subito un bicchiere di latte caldo, dei biscotti e mise sul tavolo tutto ciò che aveva in credenza. Lei provvide a mettere un gran ciocco nel camino che bruciò, scaldando la grande casa.
Giuseppe iniziò il suo racconto e Bianca lo ascoltò in silenzio. Dunque, il sortilegio su Angelo si era annullato e da quel momento Bianca avrebbe dovuto aspettare solo il suo ritorno. Lei e Vittorio ospitarono Giuseppe, lo accolsero dandogli tutte le comodità.
Per tre giorni, Giuseppe ebbe biancheria pulita, una camera da letto solo per lui e il suo bagno.
Quando, dopo tre giorni, Giuseppe ripartì, Bianca sistemò le vivande nel grande sacco di Giuseppe, mise una torta per Agnese e tanti salumi stagionati che avrebbe potuto condividere con i suoi amici al ritorno.
Dalla partenza di Giuseppe trascorsero tante stagioni. I nipoti di Agnese e Vittorio si erano fatti grandi, svolgevano i compiti in modo autonomo, aiutavano la nonna Bianca a sbrigare le faccende domestiche e aiutavano il nonno in tutti i lavori in giardino. Erano ormai ragazzi assennati.
Bianca e Vittorio speravano sempre che rimanessero con loro ma i genitori erano prossimi a rientrare in paese e i quattro nipoti sarebbero tornati nelle loro abitazioni non lontane da quelle dei nonni.
Angelo, l’amico di infanzia di Bianca, viveva con sua moglie Ester a La Spezia e aveva una sola figlia, Gaia, che viveva lontano da loro. Angelo era in pensione, ma si dedicava allo studio e alla ricerca di nuovi farmaci. Ester insegnava ed era anche lei prossima alla pensione. Angelo aveva in mente un bel viaggio, quando Ester avesse terminato il suo impegno lavorativo.
Una mattina, Angelo si alzò molto presto e svegliò Ester dicendole che avrebbe voluto raggiungere il luogo dove aveva trascorso la sua infanzia. Ester era ancora addormentata e non riuscì a capirlo, ma quando si svegliò, mostrò ad Angelo il suo stupore. Era la prima volta dopo quarant’anni di matrimonio che Angelo parlava della sua infanzia. Ester ne fu contenta ed Angelo le disse che improvvisamente aveva ricordato i luoghi, gli ambienti, la casa e la bambina con la quale aveva trascorso pomeriggi interi sotto un grande albero di noce. Angelo disse ad Ester che il viaggio da organizzare sarebbe stato nel sud d’Italia.
Terminato l’impegno lavorativo di Ester, presero il treno e raggiunsero Colù, dove Angelo ricordava di aver trascorso la sua infanzia. Si fermarono in una locanda e i primi quattro giorni, Angelo volle perlustrare tutta Colù, indicando ad Ester stupefatta, la scuola che aveva frequentato, i giardini, la chiesa, le due piazze e tutti i posti che lui ricordava.
Arrivò poi per lui la parte più commovente che rimandava di giorno in giorno per il timore di non ritrovare la sua compagna di giochi, Bianca. Raccolse, dunque, tutti i ricordi e un pomeriggio d’estate si avvicinò con Ester nella casa che ricordava essere della nonna di Bianca.
Arrivato al grande cancello vide una donnina della sua età con un lungo grembiule e i capelli raccolti. Scavava la terra dai vasi per porre le sue piantine. Sembrava scegliere i colori dei fiori per comporli nei vasi. Piegata sulla schiena, il suo grembiule toccava quasi a terra. Ad Angelo sembrò di intravedere nei suoi movimenti la bambina che aveva conosciuto, sempre intenta a sistemare le sue pentoline nella cucinetta.
Angelo vide vicino a lei un uomo. Pensò fosse suo marito, le porgeva l’acqua per piantare i fiori appena trapiantati. Angelo prese coraggio e a gran voce chiamò «Bianca!».
Vittorio avvisò Bianca che non aveva assolutamente sentito e che con difficoltà raddrizzò la sua schiena china sui vasi e guardò in direzione del cancello. In fretta si sciacquò le mani con la brocca d’acqua e insieme a Vittorio si diresse verso il cancello del loro grande giardino.
Avvicinandosi sempre di più al cancello, Bianca capì. Vittorio non ebbe il tempo di aprirlo che le mani di Angelo e Bianca si strinsero tra le inferriate. Le braccia e le mani si intrecciarono e si toccarono come per essere sicuri che non fosse un sogno.
Quando il cancello venne aperto ci fu tra loro un lungo abbraccio. In quel lungo abbraccio lei ricordò tutte le stagioni trascorse nell’attesa del suo ritorno e lui, quelle trascorse nel gioco e nella spensieratezza. Vittorio ed Ester stettero lì vicino a loro, in silenzio, senza turbare minimamente la magia del loro incontro.
Con la gioia nel cuore e con commozione, attraversarono in quattro il lungo viale del giardino e si sedettero tutti sotto l’albero di noce, tranne Angelo che si avvicinò all’altalena, afferrò le corde come per riappropriarsi dei suoi ricordi e si mise dolcemente a dondolarla. Angelo mise in ordine la vecchia scaletta che permetteva di salire sul grande albero, alzò gli occhi in alto e osservò che le tende della finestra della casa sull’albero erano al loro posto e si muovevano al vento. Era lo stesso vento di un tempo.
Poi si sedette con gli altri come se avesse terminato un lungo e sofferto peregrinare.
Angelo ed Ester furono ospitati nella grande casa. Bianca e Vittorio avevano il timore che andassero via, ma la condivisione dei giorni insieme li tranquillizzava, nella speranza che rimanessero ancora.
Vittorio, intanto, aveva ripreso a riorganizzare il suo stabilimento di giocattoli e Angelo, quando rimaneva da solo, studiava nuovi farmaci.
Ester e Bianca, invece, organizzarono meravigliosi picnic, sceglievano i prati più belli, colorati da mille fiori. Sedute comodamente in piccole sedie di paglia, aprivano i loro cestini con prelibate vivande. Giocavano a dare forme alle nuvole e si raccontavano di loro per ore.
Prima del buio tornavano a casa portando con loro un ricordo di quel giorno; spesso erano erbette profumate da mettere in cucina o sassi con forme originali o ancora fiori e foglie con tante sfumature di colori. Bianca, al ritorno, accendeva il caminetto e ognuno di loro raccontava la sua giornata.
I giorni insieme divennero settimane, poi mesi, poi anni. Bianca arrivò a festeggiare i suoi settant’anni.
Una mattina Bianca, come faceva di solito, aprì la finestra della sua camera da letto. Sul davanzale era solita trovare le foglie cadute dal suo albero di noce, che prendeva e con cura riponeva dentro le pagine di un libro. Era solita farne dei segnalibri; questi avevano sempre i colori di tutte le stagioni. Tra le pagine dei suoi libri, inseriva pansé, foglie con i mille colori dell’autunno e margherite facendone i suoi segnalibri preferiti.
Quella mattina, dopo aver riposto le foglie, tra le pagine ingiallite di un vecchio libro, ben riposto sul suo comodino, si sentì il respiro affannoso. Angelo fu il primo a prestarle soccorso, la adagiò sul suo letto e Bianca le rivolse il suo ultimo sguardo che rivelava ancora una volta la gioia di avere il suo amico vicino. Le loro mani si strinsero forte, ma fu l’ultima volta. Angelo improvvisamente sentì le mani fredde di Bianca tra le sue, avvertì forte una stretta nel suo cuore, mentre i suoi occhi colmi di lacrime persero completamente la vista.
Tutti caddero nella disperazione, nella tristezza e in un pianto inconsolabile. Decisero di non lasciarla sola di notte e tutti si misero vicino a lei raccontando il suo buon cuore, la sua accoglienza, il suo amore nel fare tutte le cose. Accorsero i figli, i nipoti e tutti le stettero vicino fino a notte fonda.
*****
In piena notte, nella stanza dove giaceva Bianca addormentata, alla presenza di tutti, si udì un forte vento. Le piante del giardino si piegarono quasi a spezzarsi, le imposte delle finestre iniziarono a battere e la finestra della stanza di Bianca si spalancò, strappando via le tende finemente ricamate da lei e sparpagliando senza rispetto tutte le rose poste ai piedi del letto dove giaceva la poverina.
Improvvisamente, il vento si placò ed entrò dalla finestra la Fata della Notte.
Aveva un abito azzurro ed era circondata da una miriade di stelle luminose che circondarono il letto di Bianca, che si illuminò di una luce meravigliosa e sembrò ridare vita al suo bel viso ormai spento dalla morte.
La fata disse: «perché piangete?» e aggiunse, «con la morte del Drago muore anche il cattivo sortilegio. Bianca tornerà bambina e la vedrete giocare sotto il suo albero di noce, mentre a voi, ad uno ad uno, toccherà la stessa sorte. La storia di Bianca e di voi tutti ricomincerà, ma questa volta senza la cattiveria del Drago».
Dopodiché la Fata scomparve insieme a tutte le sue stelle, lasciando il buio nella stanza di Bianca, che restò illuminata da una fioca candela ormai quasi consumata.
Rimasero tutti sbigottiti. Presto si fece l’alba. Tutt’a un tratto, Vittorio, Angelo ed Ester, ancora stupefatti, sentirono una vocina in giardino. Videro dalla finestra una bambina che correva intorno all’albero di noce e cantava: «Angelo al trotto, con il suo cavallo Lampo, va cercando il tesoro nascosto, io l’aspetto qua!»
e poi ricominciava «Angelo, al trotto, con il suo cavallo Lampo, va cercando il tesoro nascosto, io l’aspetto qua!». Poi udirono un’altra voce. Questa volta comparve alla porta la nonna di Bianca che la chiamava dicendo: «Bianca! Vieni subito a fare i compiti! Fai presto!».
Come annunciato dalla Fata della Notte, Vittorio, Angelo ed Ester, i figli e i nipoti ad uno ad uno scomparvero tutti.
E così, la storia ricominciava…
«Quando la primavera arriva, porta con sé i profumi e i colori che il lungo inverno sembra aver cancellato dalla nostra memoria. Che bello il vento di primavera! Non è più il gelido inverno! Il mio cappotto nell’armadio lasciava ormai il posto ai giacchini di lana ricamati rigorosamente a mano, dai colori sbiaditi e consumati, i calzettoni bianchi mi liberavano finalmente le gambe dalle calze di lana …».
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