Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Giovanni il bullo” di Alessandra De Sire

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

          Il giorno della grande pioggia, mentre tutti i bambini si recavano a scuola, videro Giovanni prendere a calci la bancarella di frutta e verdura di Marietta. Lei era una vecchina che, nonostante il maltempo, esponeva le sue ceste di frutta e verdura, che disponeva al riparo, seduta su una seggiolina di paglia con gli zampi consumati dal tempo, aspettando di fare il poco incasso giornaliero.      

          Quel giorno Giovanni, davanti allo stupore dei suoi compagni di classe, entrò in aula come se nulla fosse accaduto.
Si sedette al suo banco, ma continuò con il suo comportamento dispettoso tutto il giorno contro le sue compagne di classe, infilando nelle tasche dei loro grembiuli lucertole morte, seminando terrore e pianti irrefrenabili. L’insegnante elementare si alzò in piedi e, battendo la mano sulla cattedra, a voce alta e ferma disse:
“Giovanni, sei sospeso dalle lezioni per gli ultimi tre mesi. Sei bocciato! Ripeterai la quarta elementare!”.

          La  mamma  di  Giovanni  pianse  tutto  il  giorno,  ma  non valsero  a  nulla  le  sue lacrime davanti all’arroganza del ragazzo. Lui si sentiva finalmente libero dalla scuola e avrebbe scorrazzato tutta l’estate nelle  vie e nelle piazze della città. In realtà non andò secondo i suoi piani.
          La mamma lo informò che avrebbe dovuto accompagnare la nonna   Adelaide   a  Brindisi  per   un  ricovero  in  ospedale.  Era previsto   dover   attraversare   con   la   nonna   tutta   la  penisola, rispettando  le  tappe  previste perché la vecchina non si stancasse troppo.

          A metà giugno, con le prime tiepide giornate, la nonna Adelaide e Giovanni, su un piccolo carro condotto da Vincenzo, un conoscente della famiglia, partirono portando con loro solo un piccolo bagaglio ciascuno. A Bologna fecero la prima tappa. Vincenzo con il suo carro tornò indietro e la nonna con Giovanni fecero la prima tappa da Annetta, una vecchia amica della nonna. Annetta li accolse amorevolmente nella sua umile casa, preparò pasti caldi, un buon brodo con pane tostato e cipolla, e accese il suo camino.

          Nonostante le tiepide giornate di sole, nella casa di Annetta, che  si  addentrava  in  un  folto bosco, era necessario accendere il fuoco.Si scaldarono e mangiarono a sazietà. Giovanni si comportò in maniera maleducata, non si curò di riordinare  il  bagaglio e non ringraziò Annetta per il suo adoperarsi per loro.Non ebbe cortesia, né gratitudine.
          Annetta continuò con i suoi comportamenti premurosi: preparò una vasca d’acqua calda per un buon bagno, scaldò i loro letti con recipienti di coccio riempiti di cenere calda. L’indomani, la nonna Adelaide ringraziò Annetta per l’accoglienza e le ricordò che Giovanni, nel tornare indietro,  avrebbe fatto tappa da lei.  Si salutarono con un grande abbraccio. Con  il  cocchiere di Annetta arrivarono a Perugia. Lì presero un treno che  li avrebbe  portati a Roma, dove avrebbero fatto tappa da Mario.

          Mario era il fratello maggiore di Adelaide, che viveva al lago di Castel Gandolfo, e aspettò il loro arrivo in stazione. Con Mario trascorsero due giorni, perché Adelaide si riposasse. Giovanni, ancora una volta, si espresse con i suoi modi sgarbati. Lo zio rimase senza parole. Mario parlò con la sorella Adelaide, a porte chiuse e a lungo. Giovanni non sembrò turbato né dai rimproveri della nonna né tantomeno da quelli dello zio. In quei giorni di permanenza dallo zio Mario, Giovanni scoprì che lo zio aveva un recinto con cento galline. Gli sembrò un bel divertimento aprire il cancello per farle disperdere in tutto il circondario. Trovando poi nei pagliai cento uova, accovacciato su un albero, si divertì a tirarle  in strada sulle contadine che, stanche, rientravano dalle campagne con le loro ceste sul capo.    

          Per punizione, Giovanni venne chiuso dallo zio in una stalla al buio, per un giorno intero, senza mangiare e senza bere.

          Il giorno successivo, prima della partenza, ancora una volta Adelaide raccomandò al fratello di ospitare Giovanni nel lungo viaggio di ritorno verso casa. I due fratelli si abbracciarono e nonna e nipote ripresero il treno verso la Campania.

          In Campania la nonna non aveva nessuno, confidava nella provvidenza e disse a Giovanni che avrebbero dovuto trovare un alloggio di fortuna. Purtroppo, quel giorno pioveva a dirotto e la nonna di Giovanni camminava a fatica. Trovarono riparo sotto la tettoia di una piccola casa, aspettando che la bufera passasse, ma ad un certo punto la nonna Adelaide si accasciò a terra. Questo costrinse Giovanni a trovare aiuto. Iniziò a correre, bussando alla porta di tante abitazioni, senza nessuna risposta, finché improvvisamente una porta si aprì. Comparve una vecchina un po’ sorda alla quale Giovanni spiegò che la nonna aveva avuto un malore e aveva bisogno di aiuto. La vecchina aprì la sua casa, Giovanni aiutò la nonna ad alzarsi da terra. La generosa nonnina offrì il suo camino per asciugare le loro vesti zuppe d’acqua e un piatto caldo di ceci e lenticchie, tagliò una piccola forma di formaggio e scaldò il pane che aveva cucinato nel suo forno. Offrì tutta la sua ospitalità e quel poco che aveva.

          Per la prima volta Giovanni cambiò il suo comportamento.   Aveva avuto una gran paura nel vedere la nonna così male, e il bussare di porta in porta senza nessuna risposta lo aveva terrorizzato. Rosa, così si chiamava la nonnina, ospitò nonna e nipote qualche giorno. Le due nonne chiacchierarono tanto la sera davanti al camino. Si raccontarono le loro vite e a Giovanni sembrò quasi che si fossero sempre conosciute.

          La nonna Adelaide, prima di partire, regalò a Rosa ciò che custodiva gelosamente nel suo sacco: il suo miele pregiato e un pacco di zucchero. Giovanni vide che parlavano di nuovo a lungo, in disparte e sottovoce. Le due nonne si salutarono e questa volta anche Giovanni ringraziò Rosa. Dopo due giorni di treno arrivarono a Brindisi, in Puglia, dove la nonna si ricoverò presso l’ospedale Il Dono di Villa Pugliese.

          Quando la nonna Adelaide lasciò Giovanni, gli raccomandò di fare tappa nelle abitazioni che li avevano ospitati: tutti l’avrebbero aspettato nel lungo viaggio di ritorno a casa.    Dall’ospedale, Giovanni iniziò il suo viaggio. Da Brindisi prese il treno verso la Campania. Qui Giovanni non aveva nessuno che potesse ospitarlo. Si vergognò di bussare alla porta della vecchina Rosa e i pochi soldi che aveva dovevano bastargli per mangiare.    

          Trascorse la notte vicino a dei barboni, che gli consigliarono di prendere degli scatoloni per poter passare la notte senza sentire troppo freddo. Giovanni trovò un cartone, si coprì e cadde in un sonno profondo. L’indomani prese un carro di fortuna e arrivò a Roma, dove avrebbe trovato ospitalità dallo zio Mario. Rimase di sasso quando trovò tutto chiuso. Chiamò disperato a squarciagola, ma nessuno gli rispose. Preso dallo sconforto decise di arrivare alla prima stazione. Mangiò una fetta di torta che trovò nel suo sacco e un uovo sodo che gli aveva fatto portare la nonna Adelaide. In quello stesso momento, proprio dove si trovava lui, qualcuno rubò la borsa di una povera donna. Accadde qualcosa di imprevisto e assurdo: qualcuno indicò Giovanni come il ladro e il colpevole. A nulla valsero le lacrime e le suppliche. I gendarmi lo presero e lo portarono in carcere.

          A digiuno e nel freddo del carcere, Giovanni ricominciò a piangere. Le lacrime gli scendevano sulle guance, solcando il viso nero di terra e fango, frutto di giorni di cammino e di stanchezza. Ebbe paura di marcire lì dentro tutta la vita. Trascorse quattro giorni a pane e acqua. Da una piccola grata del carcere filtrava spesso un raggio di sole. Lui si trascinava con il suo corpicino fin sotto la grata e, con le poche forze rimaste, alzava il viso verso il raggio di luce. Quel caldo raggio di sole fu la sua unica consolazione, fin quando al quarto giorno fu liberato. Non gli fu restituito il suo sacco, così non ebbe né soldi né provviste.

          Da Roma, spesso a piedi, altre volte con i carri di bravi agricoltori, arrivò a Perugia. Ormai Giovanni era irriconoscibile. Riuscì a salire sul treno per Bologna e si nascose in un vagone. Trascorse la notte sdraiato a terra, cullato dal rumore del treno sulle rotaie, respirando esalazioni di carbone bruciato e a digiuno, ma almeno al riparo dalla pioggia e dal maltempo. Dal finestrino del vagone vide le case illuminate; dai comignoli dei tetti usciva il fumo dei camini accesi. Immaginò le famiglie a tavola, al sicuro.   

          Pensò ai suoi genitori. Una lacrima gli scivolò sul viso. Si accucciò sulle ginocchia rannicchiate e si addormentò.

          Arrivò a Bologna dopo aver camminato almeno quindici chilometri. Le sue scarpe erano ormai consumate e i vestiti strappati. Arrivò a casa di Annetta, l’amica della nonna, ma trovò l’amara sorpresa: le imposte della casa erano chiuse, le porte sbarrate, non c’era nessuno. Chiamò con tutto il fiato che aveva in gola, ma nessuno rispose. Si ricordò dell’accoglienza di Annetta, della vasca con acqua calda, del pane tostato e cipolla e del suo grande camino. Si rammentò del suo comportamento maleducato e ingrato nei confronti della nonnetta.

          Proprio sotto la casa di Annetta cinque brutti ceffi lo circondarono. Iniziarono a deriderlo. Con una corda che battevano con violenza a terra, iniziarono a impaurirlo. I cinque malfattori legarono Giovanni ad un albero e accesero un falò.   Iniziarono a bruciargli le scarpe, i calzini, i pantaloni e la camicia consunta. Gli lasciarono solo una maglia bianca, tutta consumata e lisa. Poi, ridendo, aggiunsero: «Ecco, così potrai morire di freddo».    I malfattori se ne andarono e Giovanni, convinto che lo avrebbero bruciato vivo, per lo scampato pericolo svenne. Quando si riprese dallo svenimento, si ritrovò in un casale a Bologna. Una vecchia signora lo aveva lavato e vestito. Gli aveva fatto compagnia tutta la notte e aveva preparato un bel fuoco vicino al suo letto, con una tazza di latte fumante e tanti biscotti.

          La vecchia signora, Margherita, gli raccontò che un cavaliere, Sante, lo aveva visto a terra, lo aveva preso sul suo cavallo e portato da lei. Il cavaliere era il nipote della vecchia signora Margherita. Giovanni li ringraziò affettuosamente con molta gratitudine e raccontò le sue disavventure a Sante e a zia Margherita. Sante, il cavaliere, si offrì per riaccompagnarlo a casa dai suoi genitori, in modo che non potesse più incorrere in altri pericoli.

          Così Giovanni, grazie a Sante e sua zia Margherita, riuscì a tornare a casa dai suoi genitori. La mamma, nel rivederlo, pianse di gioia e lo abbracciò. Così anche il papà lo accarezzò amorevolmente e lo cullò  in un lungo abbraccio. Sante fu ospite a casa dei genitori di Giovanni, che lo ringraziarono senza fine, e quando ripartì gli regalarono i prodotti della loro terra. «Amici per sempre»: queste furono le parole al momento del saluto.

          Giovanni, a casa, apprezzò l’ordine, la pulizia, si riappropriò dei sapori della cucina della mamma e si tuffò nel suo bel letto, con lenzuola profumate di lavanda e coperte di lana di mille colori che la mamma lavorava a ferri, con gomitoli rimasti a metà nei cassetti per lunghi periodi. Giovanni era tornato a casa, ma mentre tutto ciò che aveva lasciato lo aveva ritrovato allo stesso modo, lui invece era tornato cambiato nel cuore e nell’animo.

          Giovanni trascorse l’estate ad aiutare i suoi genitori. Riordinò la stalla, curò la pulizia delle recinzioni e delle galline. Pulì il pozzo dove la nonna attingeva per prendere l’acqua. Tutte le mattine si alzava all’alba per mungere le mucche e consegnava il latte munto al papà per la vendita. La mamma era incredula e sorpresa dei suoi cambiamenti. La nonna Adelaide tornò a casa e, di lì a poco, iniziò di nuovo la scuola. Giovanni apparve agli occhi di tutti come un nuovo bambino. L’insegnante elementare, Vittoria Beni, comprese subito il suo cambiamento per la maturità di sentimenti e di attenzione nei confronti di tutti. Durante l’anno scolastico, Giovanni si adoperò per aiutare i suoi compagni di scuola nello svolgimento dei compiti e diventò l’amico di tutti.   

          Giovanni il bullo era scomparso ed era diventato per tutti solo un brutto ricordo.

          Giovanni raggiunse ottimi risultati nello studio e arrivò fino all’università. Il giorno della discussione della sua tesi di laurea, il suo relatore annunciò il lavoro sperimentale di Giovanni intitolato: “La didattica come mezzo di contenimento del bullismo nelle scuole”.

          Improvvisamente si spalancò la porta dell’aula. Si fece silenzio assoluto. Sulla porta comparve la nonna Adelaide: aveva un vestito di velluto rasato bordeaux, i suoi capelli bianchi erano raccolti da una lunga treccia fermata sulla nuca. Austera, forte, decisa, si fermò sulla soglia della grande porta dell’aula, guardò Giovanni e poi si mise in disparte per far entrare la sua amica Annetta, che li aveva accolti nella sua casa. Seguì subito lo zio Mario, ma la sfilata non era terminata. Giovanni sgranò gli occhi quando entrarono i cinque balordi che lo avevano denudato, legato e ridotto allo svenimento. Dopo di loro entrarono i gendarmi che l’avevano chiuso in carcere. Entrò Sante, il cavaliere che l’aveva salvato e sua zia Margherita, che l’aveva amorevolmente accudito. Giovanni capì che la nonna aveva organizzato tutto: anche i cinque balordi erano suoi amici, insieme a un vecchio compagno di scuola che era diventato maresciallo delle carceri dove Giovanni venne rinchiuso.

          L’ultima a entrare fu la vecchia donnina sorda, Rosa. Con lei, la nonna Adelaide voleva ricordare a Giovanni i sentimenti di generosità, altruismo e sorpresa: la sorpresa di una porta che si era aperta improvvisamente davanti alla disperazione di Giovanni. Che dire poi delle case che Giovanni trovò chiuse? Furono gli ordini della nonna Adelaide: “Non dovrete farvi trovare!”. Lo svenimento della nonna fu un atto teatrale, vicino alla porta della sua amica Rosa. La nonna Adelaide aveva organizzato il suo viaggio di ritorno. Giovanni capì tutto! La nonna si adoperò perché Giovanni incontrasse persone cattive e generose, organizzò tutto perché lui incontrasse la paura, il freddo, la fame e rimpiangesse la sua vita accanto ai genitori, una ricchezza che i suoi occhi e il suo cuore non vedevano.

          Giovanni doveva imparare il rispetto, la generosità, il miracolo della salvezza e doveva comprendere l’importanza di questi grandi valori. Giovanni iniziò la sua relazione guardando la nonna, incredulo di ciò che gli aveva organizzato nel suo viaggio di ritorno a casa.

         Oggi, il dottor Giovanni Roncaci è un Direttore Didattico. Gestisce e coordina una istituzione scolastica a Trento. Si dedica ai bambini di famiglie povere e ai soliti noti bulli. I bulli vengono segnalati al dottor Giovanni dalle insegnanti elementari. Lui li convoca in direzione e, invece di rimproverarli, organizza insieme a loro campi scuola. Nei campi scuola i bambini si aiutano a vicenda per superare difficoltà e pericoli messi sapientemente in campo dal dottor Giovanni.

          Il pomeriggio, il direttore, in un’aula molto grande della sua abitazione, si avvale di insegnanti che aiutano i bambini nello svolgimento dei compiti. Anche la moglie di Giovanni, Aurora, insegnante elementare, si adopera nella formazione dei bambini.

          Se doveste andare a Trento a cercare il dottor Giovanni Roncaci, vi accorgerete che tutti lo conoscono ancora come “Giovanni il Bullo”. Lui non si offende: è un modo per ricordare sempre ciò che era e ciò che è diventato. Deve ricordare ciò che si deve insegnare e ciò che è necessario modificare nell’animo dei bambini e dei ragazzi di tutte le età.

          Nell’ ufficio di Direzione del suo Istituto “Giuseppe Garibaldi”, ha una grande scrivania. Sul muro ha una targa: “A mia nonna Adelaide e alle disavventure che mi ha organizzato per la mia crescita morale e intellettuale”.

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