Premio Racconti nella Rete 2026 “La sentenza degli orci” di Mario Tinervia
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La strada correva tra le colline e i cipressi, in uno di quei pomeriggi da vagabondi, senza meta e senza tempo. Poco prima di Mercatale scorsi sulla mia sinistra degli orci rovesciati, appesi a pali di legno. Sembravano sentinelle di terracotta, stagliate contro l’azzurro, tra terra e cielo. Frenai d’istinto.
«Mi fermo un minuto, faccio due foto e ripartiamo subito», dissi ad Angie senza guardarla, già con la mano sulla portiera.
Scesi e il battito della giornata sembrò rallentare. Cercavo l’inquadratura perfetta, quella che blocca il tempo. Feci un passo verso il ciglio erboso, gli occhi incollati all’obiettivo, la mente già dentro la composizione. Ma sotto il piede destro la terra svanì: l’erba ne aveva coperto l’inganno.
Poi, il vuoto.
Il piede scivolò nel fossato per un metro appena. Mentre la gamba cedeva, riconobbi un’eco che il mio corpo aveva già archiviato. Un mese prima, mancando uno scalino, avevo avvertito uno sfilacciamento leggero, un sussurro elettrico sotto la pelle. Lo avevo scacciato come un fastidio irrilevante.
Ma ora il sussurro era diventato uno schianto interno, tattile: un cedimento secco, come una corda di contrabbasso tesa oltre il punto di tenuta. E subito dopo, l’invasione. Un formicolio secco, come spilli che risalivano dal tallone. In quell’istante la puntina del mio giradischi saltò via dal solco, graffiando il presente.
L’azzurro sparì. Non serviva una diagnosi: la sentenza che avevo evitato per un mese era stata appena emessa.
Raggiunsi l’auto trascinando il piede come un peso morto. Angie mi guardava con la mano ferma sulla maniglia, il sorriso le morì sulle labbra appena vide il mio volto.
«Mi sono rotto il tendine di nuovo», sussurrai.
Lei non rispose. Rimase immobile, gli occhi che passavano frenetici dal mio sguardo ai miei piedi. Io li osservai: il sinistro era saldo; il destro, la nuova vittima, pendeva inerte. Il vinile aveva cambiato lato, ma il graffio restava lì, profondo.
Nel silenzio carico di ciò che mi aspettava, gli orci continuavano a guardare il cielo: immobili, estranei, chiusi nella loro fissità.
Tornammo a casa. Guardai dal finestrino le colline scorrere al contrario. La strada non era più un varco, era un nastro che mi riportava indietro, nel lungo percorso della cura.
Avevo cercato di catturare l’immobilità di quegli orci. Alla fine, era stata l’immobilità a catturare me.
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