Premio Racconti nella Rete 2026 “La tua è una malattia per ricchi” di Alessandra La Terra
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Quella sera le nuvole formavano un cuore trafitto dall’aria. Lei camminava inebetita, il fiato le sfarfallava nell’aria in rivoli bianchi mentre seguiva il passo di lui, veloce, quasi una marcetta. Falcava la strada di fretta e dalla bocca non gli uscivano rivoli che si dissolvevano leggeri. Dalla bocca non gli usciva niente.
Il tragitto da casa sino al supermercato durava circa quindici minuti a piedi. Nelle ore serali i rumori della città si accatastavano nell’aria come ferri buttati l’uno sull’altro: voci e motori e passi e stridori si schiacciavano senza tregua; sembrava che ognuno fosse obbligato ad adattarsi a quel luogo, al rumore, al caos magmatico, agli sguardi buttati di sbieco per la fretta. Ai visi di nebbia.
In quei quindici minuti lei riusciva con la mente a tornare a casa propria; se n’era andata all’improvviso un pomeriggio, abbandonando l’odore di chissà quale cibo a macerare l’aria e la voce del padre che la chiamava, attaccandosi alla trachea con disperazione: ma fu solo un rivolo leggero che la inseguì giù per le scale sino a sparire.
In quell’arrancare veloce verso il supermercato, riusciva a sentire nuovamente il profumo del brodo o del sugo di maiale che il padre cucinava per pomeriggi interi, lo vedeva infilarsi negli spiragli delle finestre lasciate socchiuse in inverno, sgomitolarsi in strada e inebriare i nasi dei passanti; quanto avrebbe voluto riabbracciare la propria famiglia! Fare una sorpresa arrivando d’improvviso! Si sarebbero stretti l’uno all’altro, avrebbe aperto la porta di casa e la casa, boom! sarebbe esplosa di gioia.
Si guardò attorno: vide solo luci e ombre frettolose arrancare verso chissà dove, dondolando ventiquattrore o sacchi della spesa. Una folla infinita riempiva le strade: occhi fissi a terra, piedi svelti, barlumi di umanità che trascinavano ovunque le proprie ombre; avrebbe voluto rallentare il passo e nascondersi (dietro l’angolo di quella casa, pensò una sera, o dietro qualche bidone per il vetro, di quelli condominiali che sono belli grandi), poi percorrere a ritroso tutto il tragitto, scappare, svanire, farsi rivolo leggero. Sarebbe bastato poco, in fondo, solo staccare i piedi da terra e girarsi dalla parte opposta di quel flusso di occhi socchiusi per andare in stazione e salire sul primo treno. Solo cinquanta minuti per opporsi al movimento tonto che le toccava vivere.
Invece si aprirono le porte del supermercato e una folata di aria calda la strappò via dai suoi sogni.
-Ti sei portata dietro i soldi? – sibilò lui.
-I soldi… sì… sì, i soldi li ho…
-Ossia succede come l’ultima volta… e poi ti tocca restituirmi questi e quelli dell’estate scorsa.
Il suo «ossia» le attraversò la pancia. Lo riconosceva sempre: arrivava morbido, quasi gentile. La voce gli si faceva più invitante, le mani si aprivano in un gesto di finta resa, agli angoli della bocca spuntava un sorriso minimo. Bastava quello a far sembrare ragionevole qualsiasi cosa dicesse. Lei provò una pena mista a un freddo secco, la pelle le si accartocciò, ma riuscì soltanto a deglutire.
-C’è l’affitto da pagare, le spese le conosci anche tu… – rispose lei con quella forza che di rado riusciva a raccogliere nel rispondergli; briciole che avrebbe voluto fossero valanghe, ma rimanevano poltiglia al vento, flebili come l’ultimo respiro di chi, in punto di morte, si sforza con la povera aria in corpo di dire qualcosa, senza riuscirvi.
-La prossima volta allora te ne vai in vacanza con i tuoi, così non devi restituire soldi a nessuno. Se siamo in questa situazione è anche colpa loro, visto che non ci danno una lira.
Lei non riuscì a dire nulla, sprofondando in un silenzio avvilente e carico di colpe. Avrebbe voluto difenderli, i suoi, dirgli che la loro era una scelta comprensibile, perché avevano capito con quale mostro lei si era impelagata, e che lo stillicidio di metterla contro i propri genitori era finito. Che lei di quel mostro finalmente ne aveva consapevolezza piena e che le faceva ribrezzo, tutto, ogni centimetro della pelle, ogni millimetro nell’aria dei suoi movimenti artefatti, ogni rivolo del suo respiro; avrebbe voluto mollare il carrello, scappare, attraversare la folla, scavalcare la gente, superare il getto di aria calda, ma la bocca le si impastò e le convinzioni furono lampi velocissimi che si confusero istantaneamente tra di loro facendole perdere le certezze. Tutto tornò a essere come prima, un infinito filare di secondi, di minuti che sarebbero diventati chissà quante ore e giorni senza più un attimo di luce.
Era in trappola; a volte le sembrava di svegliarsi rinchiusa in uno spazio minuscolo, così minuscolo che non le permetteva nemmeno di muoversi, solo buio e chiuso e con dentro l’impresa disperata di uscire, di superare quel buio, ma senza sapere come e quindi adattandosi ad esso in una perversa simbiosi.
Provava un ribrezzo profondo per tutto, per lui e per quella sua faccia di serpente. Ma dentro aveva piombo, e quel peso le toglieva il movimento e il pensiero. Andava avanti come una bambola a carica: qualche passo spedito, poi l’esaurimento, poi lo spegnimento. Sempre uguale, carica dopo carica.
Quella sera il fiato le arrancava in gola e lei avrebbe voluto spegnersi per sempre; invece, al momento di pagare, lui notò un bagnoschiuma snellente, ben nascosto sotto una busta di verdure surgelate. Il bagnoschiuma prometteva miracoli e questa promessa era valsa pienamente il rischio di afferrarlo e nasconderlo senza farsene accorgere. Chissà, sperò, messo davanti al fatto compiuto forse lascerà perdere. Invece no: ancora le sfuggiva che i fatti compiuti sono il miglior banco di prova dei narcisisti.
-E questo cosa è? A che ti serve?
-Possiamo parlarne a casa, per favore – bisbigliò lei, paonazza di vergogna mentre sentiva la propria speranza scorrerle sin sotto i piedi come un piscio caldo.
-Fanno 85,90 – sentenziò la commessa, masticando vorticosamente un chewing gum rosa.
-Quanto costa questo? – le chiese lui additando il tubo del miracoloso bagnoschiuma.
-Quando arriviamo a casa facciamo i conti, dai… – implorò lei con un filo di voce rauco, quasi un gorgoglio di fine vita.
-Ti vergogni che siamo poveri? – le domandò, bucandola con gli occhi. – Tutti devono sapere che siamo poveri e che dobbiamo dividere la spesa!
Lei divenne piccola, infinitesimale, schiacciata dagli sguardi di tutti, avrebbe voluto sparire tra le fughe del pavimento invece non ne fu capace. Rimase ferma, impietrita, inerme, senza più carica.
-Allora quanto costa il tubo snellente? – domandò lui alla commessa, con un tono da pièce teatrale, agitando la confezione tra le dita sarcastiche.
-Sette e cinquanta – si affrettò a dire la cassiera che nel frattempo aveva cestinato il chewing gum rosa e puntava gli occhi solo su di lei.
-Bene allora 85,90 diviso due fa… mmmm…. Fa, se non erro, 42,95 più sette e cinquanta…. Allora….
-50,45 – sentenziò la cassiera con la cicca improvvisamente serrata tra i molari.
-Ecco perfetto allora questa è la mia parte… tu hai la tua parte? – le domandò all’improvviso, trapassandole il cranio con il suo sguardo affilato.
-Sì sì – disse di fretta, ormai schiacciata dal peso degli occhi di chi, tra il disinteressato e forse l’incredulo, aveva assistito alla scena – eccoli, sono esatti…
Sudava, sudava e sentiva la puzza del suo sudore arrampicarsi sino alla radice dei capelli, le guance le ribollivano, le mani sembravano gocciolare per terra, la voce era un fischio, la schiena come quelle rocce da cui si intravedono improvvisamente fili di acqua scendere dritti a valle.
Raccattando lui il proprio sacchetto e così pure lei, gli sguardi l’appesantirono e lei divenne curva, sembrava una C.
-Potevi evitare tutto questo – sussurrò, ma la voce era ormai invisibile.
-Esattamente COSA dovevo evitare?
-Tutta la scena sui soldi e anche quella sul bagnoschiuma… sai che ci sono periodi in cui io… mangio di più e… e insomma…. Lo sai.
Lui digrignò la bocca larga, emise un suono superbo, forse una risata, si sollevò gli occhiali afferrandone un lato tra il pollice e l’indice e mantenendo il mignolo ben teso e le disse:
-La tua è una malattia per ricchi. Tu sei povera. Tu non te la puoi permettere.
Poi sparì oltre la folata di aria calda e anche lei fu spinta fuori, a forza, dal peso degli sguardi e da quel vento bollente e senza sogni.
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