Premio Racconti nella Rete 2026 “Il finale del canto V dell’Inferno” di Marco Franco Pogolotti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La stanza è semibuia, ampia, attraversata diagonalmente da un raggio di sole che filtra attraverso la finestra. Dante, seduto alla scrivania, è malinconico e pensoso più del solito. Sta scrivendo i versi del quinto canto dell’Inferno ma non riesce a trovare una degna chiusura.
Tutto ciò lo rende particolarmente nervoso e questa sua irritabilità è canalizzata per forza di cose verso il servitore che gli sta pulendo la camera.
Lui si chiama Trabucco, è un uomo di mezz’età un po’ sovrappeso e dotato di una debordante capigliatura ricciuta trattenuta da un nastro che gli cinge la fronte. Indossa un’ampia camicia bianca piuttosto sporca e pantaloni a strisce verticali gialle e rosse con pacco inguinale in evidenza.
“O Trabucco, smetti di cagionar rumore che non riesco a concentrarmi per finir lo canto”.
“Sì Maestro, ma non s’adiri se no le lascio la magion lurida et unta”.
“Bada che se romperai ancor qualcosa non ti pagherò lo mese”.
“Chiedo venia ancor per aver rotto lo calice di Murano, ma mi sembrava fosse oggetto di scarso valor”.
A quel punto il Sommo Poeta sbrocca di brutto e in deroga ai rigidi canoni etico-linguistici del poetar cortese sbotta:
“De scarso valor sarà quella baldracca de la tu sora! Lo calice fu per me preziosissimo, regalommi lo nobil messer Guido Cavalcante pria de lo suo esilio”.
“Allor chiedo due volte venia”.
“Or di grazia cerca di far silenzio che devo trovar la rima, se no l’altra coppa te la frango su la zucca”.
Il servitore, capita l’antifona, prosegue le pulizie della stanza concentrandosi al massimo per evitare di provocare il benché minimo rumore. Per un eccesso di zelo si è persino tolto le scarpe.
Dopo alcuni attimi di silenzio, inavvertitamente calpesta un coccio di vetro rimasto sul pavimento, spalanca la bocca con una smorfia ma riesce comunque a trattenere l’urlo di dolore mordendosi una mano.
Il Sommo Poeta intravvede la scena con la coda dell’occhio e scuote la testa.
Passato manco un minuto il Trabucco, togliendo la polvere da un tavolo, inavvertitamente fa cadere un altro prezioso calice di Murano, ma questa volta riesce ad ammortizzarne la caduta intercettandolo con un piede prima che il bicchiere tocchi terra. Subito dopo, anziché chinarsi per raccoglierlo, lo aggancia con l’alluce e mantenendosi in equilibrio su una sola gamba solleva l’altra sino a portarla all’altezza della mano, riprende finalmente la preziosa coppa e, guardando negli occhi il Sommo Poeta, con un gesto di sfida la ripone intatta al suo posto.
Dante s’inalbera ancora una volta:
“O Trabucco, non riesco a lavorar, tu mi fai perder lo senno, guarda che ti ficco ne lo girone de li sodomiti”.
“No Maestro, tutto ma ne lo girone de li sodomiti no, a me le femmine garbano assai”.
“Allora lasciami lavorar, o non ti pago e ti metto co li sodomiti. Or tosto m’andrebbe un poco d’acqua, che vediam se riesco a rinfrescarmi la mente e a dimenticarmi de la tu’ grullaggine”.
Trabucco si dirige subito nelle cucine e torna con un vassoio sul quale è appoggiato un enorme calice di cristallo colmo d’acqua.
Il Sommo Poeta ha appena composto questi versi: Quando leggemmo il disiato riso/esser basciato da cotanto amante/questi, che mai da me non fia diviso/la bocca mi basciò tutto …
Dante sussurra tra sé e sé: “Devo trovar rima con amante, ma non mi sovvien lo verbo… ”
Trabucco s’avvicina con il vassoio, fa attenzione a non far rumore e cerca di non inciampare di nuovo.
Giunto a un metro dal Sommo Poeta si ferma e con la fronte imperlata di sudore porge al maestro il vassoio, tutto tremante.
Dante: “Tutto tremante, si, mi basciò tutto tremante, la bocca mi basciò tutto tremante. Bella, nobil rima. Or di grazia metti lo bicchier in su lo tavolo e levati da lo groppone”.
Un po’ sollevato il servitore torna a rassettare la stanza causando comunque una nuova serie di piccoli rumori molesti che tornano a infastidire il maestro, il quale ha un nuovo blocco creativo ed è carico come una molla.
Ora deve chiudere il canto, ha appena vergato: Mentre che l’uno spirto questo disse/l’altro piangea, si che di pietade/io venni men così com’io morisse …
Dante sussurra: “Devo terminar lo canto, uno verso solo et una rima e posso sortir per andar a la locanda a ber lo Chianti per obliar l’incubo di cotanto servo …”
Si guarda intorno alla ricerca di ispirazione ma la testa è tabula rasa, vede solo il Trabucco che ogni tanto perde l’equilibrio e si riprende, fa cadere oggetti e li rimette al loro posto cercando di non farsi vedere.
Il Maestro sbotta ancora una volta:
“O Trabucco, tu non mi fai chiuder lo canto, tu mi blocchi la Comedia, ma doman ti metto ne l’inferno co le chiappe a l’aria”.
“No maestro, mi ficchi almen ne lo Purgatorio”.
“No, ne lo Purgatorio mi ci metto già io e non ti ci voglio tra le terga pure lì”.
In quel momento Trabucco fa per dire qualcosa al Sommo Poeta ma scivola su una trottola lasciata sul pavimento poco prima dal figlio del Conte, cade rovinosamente per terra e nella caduta, cercando di aggrapparsi alla tovaglia del tavolo lì di fianco, trascina a terra con sé quel che rimane del servizio di bicchieri di Murano del Sommo Poeta.
Dante non reagisce, intinge la penna nel calamaio e verga il verso finale del canto: E caddi come corpo morto cade.
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