Premio Racconti nella Rete 2026 “Il peso della coscienza” di Valeria Screpanti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Enza si trovò catapultata di forza nella reception.
Non ebbe il tempo di capire da dove fosse arrivata, né perché si trovasse proprio lì. Il corpo arrivò prima del pensiero. Inciampò nei suoi stessi passi mai fatti prima, si sbilanciò in avanti e rotolò con un tonfo sordo sull’elegante scrivania in ciliegio massiccio. Si trascinò dietro tutto quello che trovò sotto le mani: fogli che volarono nell’aria, il ricevitore del telefono che rimase appeso al filo dondolando pigramente, e un portapenne in pelle e ottone che cadde sul marmo con un suono pieno, stonato. Un rumore troppo vivo per la perfezione asettica di quell’ambiente.
Il caos rimase per un attimo sospeso nell’aria condizionata, profumata di igienizzante e fiori finti. Poi tutto si fermò. Enza restò immobile, la guancia premuta contro il legno freddo, una mano ancora aggrappata al bordo. Aveva il fiato corto. Si guardò intorno. Tutto era troppo pulito. Troppo fermo.
Senz’anima, pensò.
«Non è stato affatto divertente!» gridò improvvisamente, mettendosi a sedere sulla scrivania e puntando il dito verso il soffitto bianco. «Potevate almeno avvisarmi! Non era così che doveva iniziare. Non la prima volta.»
Restò un istante in ascolto. Si aspettava una risposta, un segno. Niente. Solo il ronzio impercettibile dell’impianto di aerazione. Si tirò su, sistemando il cappotto turchese con gesti rapidi. Scrollò via una polvere invisibile, riannodò la sciarpa, poi si mise a rimettere a posto la scrivania. Ma lo fece a modo suo: allineò due fogli con precisione, poi ne lasciò uno volutamente storto. Rimise il telefono sulla base, ma nel verso sbagliato.
Si bloccò. Una figura la stava osservando dal fondo del corridoio. Enza fece un passo laterale. La figura fece lo stesso.
«Oh. Ma sei uno specchio. Uno specchio vero.»
Si avvicinò lentamente. «E questa… questa sarei io?» Si studiò con attenzione. Fece smorfie, inclinò la testa, poi prese un boccolo nero che le scendeva sulla spalla, lo tirò verso il basso e lo guardò risalire come una molla. «Però… ottimo lavoro. Sono davvero carina. Quasi eccessiva.»
Sbottonò il cappotto con un gesto deciso. Si guardò dentro. Poi si fermò di colpo.
«Siete proprio… proprio degli spiritosi.»
Richiuse il cappotto di scatto. Chiuse gli occhi e strinse i pugni. Concentrò ogni grammo della sua volontà verso il basso. Dalle tasche estrasse prima un completo intimo, slip e top di cotone semplice, poi una lunga gonna in velo bianco. Controllò che il corridoio fosse ancora deserto. Con gesti rapidi sfilò il cappotto e si infilò i vestiti. Ora si sentiva più “vera”. Si rimise il cappotto sopra, lasciandolo aperto.
Cercò ancora nella tasca interna. Trovò un’agenda blu e oro. La aprì. Le pagine scorrevano veloci.
«Clinica… ok. Estetica…»
Si fermò su un nome scritto in un corsivo elegante: Clara. Lo sguardo di Enza restò bloccato lì. Quel nome le vibrava sotto le dita.
«Bene.» Chiuse l’agenda. Cercò ancora le scarpe. Niente.
«Vabbè. Delle scarpe si può fare a meno.»
Saltò sulla panca rivestita di damascato écru. «Giusto il tempo di capire da dove cominciare», mormorò chiudendo gli occhi.
SBAM. La porta a vetri si spalancò. Diletta entrò nella stanza. Tump. Tump. Tump.
«OOOH, ma che caldo fa oggi!» urlò. Chiavi sul piano — trac. Fogli — frush. Sbof. La sedia scricchiolò — scrrreeek.
Diletta afferrò la cornetta. «Clinica Clarabel.» Poi coprì il ricevitore e mormorò allo specchio: «Entri cess… ed esci bell.»
Enza soffocò una risata. Osservò la donna. No. Non era lei.
Aspettò. Poi, un cambiamento fisico nello spazio.
Clara Bella entrò nella reception. Non camminava, decideva la direzione del mondo. Telefono all’orecchio, cartella e caffè.
«Posticipata», diceva. «Non è un problema se lo risolvi entro dieci minuti.»
Diletta si raddrizzò subito. «Clara, io…»
«Dopo», tagliò corto Clara. Passò oltre, gelida.
Enza sorrise. «Eccoti.» Scese dalla panca e la seguì.
Il corridoio sembrava un percorso già tracciato. Clara lo percorreva senza esitazioni. Enza la tallonava.
«Questo no. Linea troppo alta. Rifatto male. Questo… forse.»
Enza guardava tutto con un misto di fascino e orrore. Era tutto troppo giusto. Troppo corretto.
Improvvisamente, un’infermiera sbucò da una stanza. «Clara… la paziente della stanza quattro vuole denunciarla.»
Clara si fermò. Un secondo esatto. «Nel mio studio. Ora.»
Entrarono nello studio. Clara posò ogni cosa con precisione geometrica. Prese il telefono. «Avvocato. Sì. Ho una paziente che minaccia denuncia. Danno estetico percepito. Mediazione. Sì, prepari le carte.»
A quella parola, Enza ebbe un sussulto di gioia. Si avvicinò alla scrivania. «Mediazione! Ma brava!» mormorò entusiasta. Credeva in quel gesto.
La cliente entrò, stravolta. Iniziò a gridare. Clara restava calma. Enza aspettava il momento del chiarimento. Invece, il tono di Clara cambiò. Diventò sottile. Tirò fuori un fascicolo. Segreto. Una debolezza della donna.
Enza si gelò. Il sorriso le morì in faccia. Il ricatto fu veloce e spietato. La donna cedette e uscì sconfitta.
La porta si chiuse. Silenzio.
«Funziona tutto», mormorò Clara. Poi guardò le mani. «Che orrore.»
Enza, dalla panca, sbuffò con rabbia. Si lasciò cadere all’indietro. «Primo incarico… e mi tocca una che usa le parole buone per fare schifezze. Che fortuna.»
Poi si rialzò con uno scatto. «Va bene. Riproviamo. Ma stavolta a modo mio.»
Si avvicinò a Clara. Le prese le mani. Clara reagì come se fosse stata toccata da un cavo scoperto. Le strappò via e indietreggiò. E la vide. Per la prima volta.
«Chi è lei?»
Fece un altro passo indietro. Clara si alzò del tutto, tesa, e notò i piedi di Enza. Nudi. Scalzi sul tappeto pregiato. Uno shock reale.
Enza mosse le dita dei piedi. «Oh. Quelle… vabbè. Sinceramente non servono a granché qui dentro, no? È tutto così liscio.»
Clara non riusciva a rispondere. «Come… come è entrata?»
Enza sorrise. «Diciamo che sono caduta dal soffitto, ma senza farmi male.»
Fece un passo avanti. «Dai. Proviamo.»
Le prese di nuovo le mani. Stavolta Clara era troppo stordita per resistere. Enza la invitò a muoversi. Clara fece un passo laterale. Storto. Non calcolato. Enza sorrise. «Meglio.»
Clara si fermò. Non corresse la posizione. Restò lì, fuori asse.
Enza le girò intorno. «Vedi? Sei ancora qui. Solo un po’ più… vera.»
Enza si allontanò con quel suo passo senza suono. «Ok. Per oggi basta.»
Clara restò ferma al centro del tappeto. Sentiva il baricentro spostato. Guardò lo specchio a tutta parete. Vide la Dottoressa Clara Bella. Un brand.
«Costruiamo corpi falsi», sussurrò. «Destinati a vite false.»
Le dita salirono alla tempia. Afferrò il bordo della parrucca castana, sempre impeccabile. La tirò via con un gesto secco. La gettò sul ciliegio.
«Fingiamo che ciò che è finto sia la realtà. Ma che senso ha?»
Si portò le mani agli occhi. Staccò le ciglia finte. Le lasciò cadere a terra. Prese una salvietta detergente e si strofinò il viso con forza. Quando rialzò lo sguardo, la donna nello specchio sembrava stanca. Finalmente.
Si sfilò i tacchi dodici, la sua prigione. Li lanciò lontano. Restò scalza.
Sentì il freddo del pavimento risalire lungo le gambe. Mosse le dita dei piedi. Proprio come aveva fatto Enza.
Si tolse il camice inamidato. Lo lasciò scivolare a terra. Il telefono squillò. Clara non rispose. Si avviò alla finestra e aprì le tende. La luce del sole entrò prepotente, illuminando la polvere e le crepe che non aveva mai voluto vedere.
Uscì dallo studio. Attraversò la reception. Diletta la fissò, immobile con la cornetta in mano. «Clara? Ma… dove va?»
Clara non rispose. Sentì un soffio di vento turchese passarle accanto.
«Ottimo lavoro», mormorò una voce che non era un suono, ma un’eco nella testa.
Clara spinse la porta a vetri e uscì. Sentì l’asfalto ruvido sotto le piante dei piedi. Faceva male, ma era un dolore magnifico. Era reale.
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