Premio Racconti nella Rete 2026 “Il gallo Kennedy” di Giacomo Baù
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026C’era una volta un gallo di nome Kennedy che odiava alzarsi presto.
Ogni mattina il sole entrava dalla finestra alta del pollaio e gli arrivava agli occhi. Kennedy sedeva e dondolava; dal becco uscivano frasi cantate, parole sconnesse e melodie a metà. Spesso finiva di nuovo disteso, tanto sonno aveva
La luce lo accecava; stava per sognare quando si rendeva conto che l’alba era passata da un pezzo. Scivolava giù e usciva dal pollaio; correva fuori e saliva sul tetto della casa più veloce che poteva. Però era senza fiato: dalla sua ugola usciva solo un sussurro polveroso se non si fermava a respirare.
Quando finalmente riusciva a cantare, già dopo le prime note la contadina Louisiana usciva di casa, ancora in pigiama, e sorrideva.
Quasi paradiso, vita antica. Questo cantava Kennedy.
Anche gli animali uscivano all’aperto e si radunavano lì sotto. La giornata alla fattoria iniziava e Kennedy reprimeva uno sbadiglio.
Louisiana aveva già un secchio di mangime in mano prima di vestirsi.
“Kennedy… devi svegliarti prima, almeno all’alba, per favore. Così non va, non ce la faccio”.
“Potresti… prendere una sveglia.” Lo disse sottovoce sperando di non essere sentito.
“No… sento mio padre quando canti quella canzone”
Il gallo passava le giornate cercando di tenere gli occhi aperti. Andava a letto presto, come le galline, ma la storia era sempre la stessa.
Finché una mattina Kennedy si svegliò di soprassalto: sentiva rumori fuori dal pollaio.
Corse fuori più veloce del solito, non sapeva che le sue zampe potessero andare così veloci. Salì sopra la casa. Il sole era alto, gli animali erano già al lavoro, nessuno alzò la testa. Scese piano.
“Kennedy, buongiorno,” Louisiana non riusciva a guardarlo, “l’ho fatto, ho comprato la sveglia… non preoccuparti di alzarti presto, canta pure però Kennedy.”
“Sempre delle strade di campagna?”
“Sì, quando la canti non mi sento una straniera qui.” Si fermò. “Mi dispiace, Kennedy. Dovevo farlo.”
Il gallo cantò, verso il posto in cui apparteneva, verso casa. Nessuno lo ascoltava: la contadina era sempre in movimento, sul campo o tra gli animali.
Solo a sera, passandogli accanto, gli disse: “Ti vedo riposato, per una volta.”
Era vero.
Kennedy era pieno di energia e non aveva niente da fare. Nessuno aveva bisogno di lui. Si sedette davanti al pollaio.
Voleva riposare; l’indomani sarebbe arrivato prima della sveglia. La calma non arrivava: il cuore batteva forte e, sotto le piume, una vibrazione gli faceva muovere il collo a ritmo.
Così finché il sole non tramontò.
“Vai a letto Kennedy, è tardi,” disse Louisiana. Il gallo però non aveva sonno.
Restò solo nella notte.
Kennedy si alzò e gironzolò per la fattoria, i passi rimbombavano nel cortile. Tra l’uno e l’altro il silenzio era totale. Aveva freddo, guardò il pollaio e il suo calore. Di dormire non aveva voglia, tanto adesso c’era la sveglia. A che serviva alzarsi presto?
Così sarebbe stato ogni giorno.
Vuoto.
Infilò gli speroni nella terra e la graffiò, tracciò delle linee parallele e si afflosciò sopra. Rabbrividì. Gli occhi vedevano solo nero, l’aria portò un accenno di musica che gli fece alzare la testa, ma subito finì.
Si alzò e si avvicinò al cancello. Si appoggiò al legno e si strinse tra le piume. Aspettò, il vento gelido gli mosse le piume. Si girò per tornare al pollaio.
La brezza portò un altro frammento di melodia, che subito si interruppe. Uscì dalla fattoria ascoltando, i piedi presero a correre da soli.
La musica si alzava e poi si bloccava di scatto, lasciando frasi aperte e a metà.
La fattoria rimase alle sue spalle. Ogni volta che ricominciava la seguiva finché non divenne distinta.
Arrivava da un edificio nero, pieno di luci che illuminavano anche la strada davanti. Persone entravano e uscivano e ogni volta che la porta si apriva, ne usciva della musica.
Il cuore seguiva il ritmo tutto suo.
La porta si aprì per far uscire qualcuno, si infilò dentro scattando.
Chitarre e violini si inseguivano sopra la batteria. Le piume si rilassarono con il tepore.
Non riusciva a vedere gli strumenti, solo una folla di persone che sembravano Louisiana gli copriva la visuale.
L’armonica li fece ballare in fila, tutti nella stessa direzione, gli stessi passi.
Kennedy si infilò tra le loro gambe, due volte rischiò di finire schiacciato, arrivò sotto al palco.
Capiva le note come parole. Le parlava anche lui.
Quasi paradiso, questa la conosceva.
Saltò sul palco, era come tirato da una corda. Dal legno si alzò la polvere.
La sua testa colpì l’asta del microfono che cadde con un colpo secco. Era giusto all’altezza del suo becco, aveva la lingua fuori per lo sforzo.
Il locale era piombato nel silenzio. Solo un leggero fischio al posto della musica.
Kennedy cantò la canzone delle strade di campagna, i musicisti lo seguirono.
La conoscevano.
Anche il pubblico si unì al coro.
Alla fine il gallo intonò un chicchirichì sulla melodia che aveva sentito entrando.
Lo seguirono ancora.
La gente ballava in coppia, due passi veloci e due lenti. Kennedy modulava la sua voce, a volte faceva da basso, a volte da solista, a volte teneva il tempo. Gli applausi arrivavano regolari. Tra il pubblico scorse qualcuno che conosceva.
Il concerto finì; Kennedy era senza fiato. Riusciva a pensare solo a rifarlo.
Le luci venivano spente una ad una.
Saltò giù dal palco; Louisiana lo guardò e lui nascose la testa tra le piume, imbarazzato.
“Ero preoccupata per te, ti ho seguito.”
Sorrise.
“Mi sono sentita a casa, sai. Grazie.”
Sbadigliò.
“Adesso andiamo a dormire? Non sono abituata a fare queste ore.”
Sulla strada del ritorno Kennedy sorresse la contadina che barcollava e rischiava di addormentarsi lì dov’era.
Il sole faceva appena capolino all’orizzonte quando tornarono alla fattoria. Louisiana sparì verso il suo letto, per una mattina avrebbe riposato.
Il gallo si infilò sul fieno, la musica era ancora lì, risuonava nell’aria. Kennedy canticchiò fino a che il sonno non arrivò.
![]()