Premio Racconti nella Rete 2026 “La stanza di Miri” di Giuseppe Terzano
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Chiudo gli occhi e sono enorme. Le guance sono dilatate fino alle spalle, le braccia e le gambe traboccano dal divano di Silvia, tre posti, grigio, vista angolo cottura. Non potevo tornare a casa stasera, sarei collassata con il verde della stanza di Miri.
Alessandro ha chiuso con me poco fa, lì, nello spiazzo dove andiamo — andavamo — sempre. È vicino Piramide, di fronte al cimitero acattolico, sembra uno sfascio. Di tutto quello che mi ha detto, ho capito solo ‘f-i-n-i-t-a’. Fissava il cancello affogato nella condensa del parabrezza, aggrappato allo sterzo con tutte e due le mani. Sono saltata fuori dalla sua macchina e gli ho decapitato lo specchietto con una pietra. Ha tenuto la portiera aperta, stava scendendo? Poi se n’è andato.
A mezzanotte ho chiamato Silvia. Ero già sotto casa sua, la pioggerellina aveva annerito tutta Viale Libia. Mi sono fermata sotto la M della metro; dall’altra parte, l’insegna della libreria Feltrinelli era dello stesso rosso: ho sbuffato muco col naso, sorpresa. Silvia mi aspettava sulla porta, i capelli rossi chiusi in una pinza, aveva già messo delle coperte sul divano. Sopra, sempre la sua foto con mia sorella Miri e Giorgia. Erano a Barcellona, Miri aveva la maglietta verde a maniche corte. Ho visto quella foto migliaia di volte. Stavolta mi frantuma lo stomaco e i polmoni.
— Alessandro mi ha accannata.
Silvia risponde sbadigliando che si sapeva, che mi passa. Si chiude in camera, si deve svegliare presto, domani inizia in un bar a Conca d’Oro. Sposto la foto di Miri sul piano cottura, girata di faccia. C’è un rumore. È come qualcuno che sega qualcosa ogni pochi secondi. Cerco dietro il divano, sotto la libreria, mi accovaccio tra le sedie del tavolo: è il motore del frigo. Mi sdraio sul divano, i piedi superano i braccioli. Mi sveglia un ‘tin’ metallico, Silvia si sta facendo il caffè, si fa luce con la torcia del telefono. Mi misuro prima un polso poi l’altro chiudendo pollice e indice: ora ce la fanno a toccarsi. Silvia si siede vicino alle mie anche, ci entra pure lei sul divano. Mi indica dove tiene il latte, lo zucchero e i biscotti. Si porta la foto di Miri nella sua camera; esce di casa. Mi risveglio, nove e mezza. Barcollo, la testa mi galleggia. Devo pulire gli stivali, sono pieni di fango, non me n’ero accorta ieri, lo spiazzo era illuminato solo dagli stop di Alessandro. Esco dal portone, vecchiette lente si incrociano, sono un muro. Guardo a destra, a sinistra; la Feltrinelli sta aprendo. Alessandro mi ha mandato su WhatsApp il preventivo del carrozziere. Quasi un anno di storia e solo questo. Spengo il telefono e lo butto in borsa, la soffoco spingendoci le mani sopra. Corro alla metro, faccio spostare la gente sulle scale mobili come se fossi in ritardo, mi butto nel treno appena arrivato, schiaccio tutti quelli che ho davanti. A Piramide, il cielo è ancora più grigio. Arrivo allo spiazzo, mio e di Alessandro. Ai lati, i due muri hanno i mattoni scoloriti, non erano poi così neri. Il fango è ai bordi: segni di ruote; bottiglie; cespugli alti e ruvidi con decine di fazzoletti impigliati, ci saranno anche i nostri. Nel cancello di fronte, solo baracche arrugginite e silenzio. I vetri sotto i miei stivali possono essere di tutti, per me sono dello specchietto di Alessandro: li frantumo, scrocchiano. Le spalle mi formicolano, il petto accelera, mi lancio contro il cancello, lo prendo a pugni, lo abbraccio, ci appoggio la fronte, mani tra sbarre. Mi graffio un polso, tre strisce bianche parallele. Passa una macchina, sembra che rallenti. Mi spolvero il cappotto, mi premo il petto per farlo rallentare. Entro al cimitero acattolico, con Alessandro lo troviamo — trovavamo — sempre chiuso. Le tombe sono tutte esagerate, sembrano di cartapesta; le piante sono lucide e ordinate, di plastica? Qui non è come al cimitero dove sta Miri.
Il brecciolino appuntito preme sotto gli stivali, mi fa cedere le ginocchia. Mi siedo su una panchina di fronte alla Piramide, con gli occhi faccio punta-base più volte, mattoncino per mattoncino. Alcuni sono così bianchi che sembrano dello stesso verde della stanza di Miri.
Il custode con la camicia a quadri mi si avvicina, ha un rastrello in mano. Mi studia gli occhi, inclina la testa.
— Ti sposti?
Me ne vado alla ringhiera, ci appoggio tutte e due le mani, continuo a guardare la punta della piramide. Il custode sta passando una scopa sulla mia panchina. Raccoglie le foglie in un sacco nero, le schiaccia con gli scarponi, l’autunno mi sale nel naso. Vado a casa a piedi. Mezz’ora di pensieri affilati, di ‘lo faccio-non lo faccio’. Lo faccio. Compro il secchio di vernice bianca. Apro la stanza di Miri: la parete verde dietro al letto mi sembra in diagonale, storta. Copro di plastica il pavimento, il letto, la custodia del sassofono e le foto dei concerti con il suo gruppo, una jazz orchestra, se non la chiamo così Miri si arrabbia — arrabbiava. Alzo gli occhi e la parete verde si carica di colore, mi sta venendo addosso. Mi rifugio in cucina. Rimango in piedi a fissare la strada, quello che succede giù mi scivola nel cervello senza nessuno stimolo. Torno nella stanza. Bagno il pennello, lo tengo in aria: le gocce colano lucide, schioccano sulla plastica a terra. Comincio, dall’alto. Finisco la prima striscia inginocchiata a terra. Faccio la seconda, poi la terza, la quarta. Il ritmo del pennello è regolare e continuo, mi anestetizza. Si fa buio. La custodia del sassofono ha una macchiolina di vernice bianca. Ci passo un dito sopra, si allarga. Più ci passo le mani più il nero ruvido si sbianca. Strofino più forte, le dita diventano rosse, non mi fermo, l’indice mi sanguina. Calcio la custodia, fischia fino a un angolo e si apre. Mi affaccio dentro. Mi inginocchio, pendo su un lato, faccio un cerchio con gli occhi. Tra il bagliore dell’ottone del sassofono e il velluto grigio dell’interno, c’è una ciocca di capelli. Nera, riccia, chiusa da un elastico azzurro. Nella stanza di Miri, prendo il telefono dal comodino, lo avevo chiuso lì dopo l’incidente, tra i biglietti dei concerti. Lo accendo, apro le foto: Giorgia, Silvia e Miri; Silvia e Giorgia. Soprattutto Miri e Giorgia. Una è di due estati fa, dice la data. Stanno a maniche corte, abbracciate sulla fontana di Piazza della Repubblica. Giorgia le sta baciando le labbra, Miri ha la faccia leggermente girata verso la fotocamera. Gli occhi le brillano. Sovrappongo la ciocca alla foto: è di Giorgia, lo sapevo. Le orecchie mi fischiano, lascio cadere il telefono.
Scrivo a Giorgia che voglio salutarla, che è da tanto che non ci sentiamo. La invito a casa, non risponde. Le mando la foto della ciocca, mi scrive subito. Dal suo ‘ci vediamo alle 6’, ho lavato le tazze da tè, le ho asciugate e rilavate; ho messo dei biscotti in un piatto di carta; li ho traslocati in un piatto vero, le briciole sono volate per terra.
Giorgia si siede alla solita sedia della cucina. Voglio stringerla ma ho paura di romperla: ha i capelli molto più corti, fino al mento; è dimagrita; la pelle è opaca, qualche grinza ai lati degli occhi. Stringe la ciocca sul tavolo tra pollice e indice, le si inondano gli occhi. La mette nel portafoglio e mi guarda per avere il permesso. Annuisco. Si schiarisce la voce con due colpetti, forse finti.
— Non ci vediamo dal funerale di Miriam.
Mi forzo per sorridere, mi esce una smorfia.
— Da prima, non ci sei venuta. Non fa niente. Mi ha aiutata Silvia.
Si alza e guarda la finestra. Mi racconta che Miri voleva andare a vivere all’estero, le aveva chiesto di andare con lei. Si interrompe spesso per soffiarsi il naso. Mi chiede qualcosa di forte da bere. Ho una bottiglia di vino in frigo aperta da tanto, lo manda giù tirando la bocca ai lati, deve fare schifo. Mentre sta per andare via, in corridoio, la abbraccio. Mi inumidisce il collo, il suo corpo si abbandona. Le do un bacio sulla testa, spingo la bocca, mi si scoprono i denti. È una bambolina, io sono una gigante. Poi vuole liberarsi. Mi preme con le mani sul petto, rigida, scuote la testa. Si sfila e va nella stanza di Miri. Spalanca la bocca di fronte alla parete bianca. Scuote le mani unite.
— Che cazzo hai fatto? Quello era il nostro verde.
Le dico sfiatando che quel colore mi stordiva. Afferra la custodia del sassofono e va verso la porta.
— Sennò questo lo squagli.
La rincorro, tiro la custodia verso di me, non la molla, le pesto un piede. Cadiamo tutte e due a terra. Lei gattona fino alla porta e se ne va, la lascia aperta. Io rimango sdraiata con la custodia sul petto. Pesa. Il vento delle scale fa sibilare la plastica sul letto di Miri. Alzo gli occhi: c’è ancora del verde in un angolo.
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