Premio Racconti nella Rete 2026 “Il derby di famiglia” di Edoardo Demo
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Alle diciassette di mercoledì quattro maggio del 1949, Elda Ferrero si trovava nella sua casa in collina di Baldissero Torinese e stava facendo i compiti di matematica. Nello stesso momento, Domenico De Maria era nel pollaio della fattoria di famiglia ad Andezeno, a circa nove chilometri di distanza da Elda, impegnato a dare da mangiare alle galline assieme al padre.
La giornata era piovosa, e un velo spesso di nebbia copriva i campi della collina torinese.
Alle diciassette e tre minuti, Elda e Domenico percepirono uno schianto tellurico che in pochi secondi si trasformò in un boato rimbombante che quasi li stordì. Entrambi, incuriositi e anche un po’ spaventati, uscirono per capire cosa fosse stata quella violentissima esplosione. Videro, allora, una grossa nube nera che si stagliava contro il cielo nuvoloso e che contrastava il bianco della nebbia.
La sera scoprirono dal giornale radio che il boato era stato causato dall’aereo che trasportava la squadra di calcio del Torino, di ritorno da una trasferta a Lisbona, schiantatosi alle diciassette e tre minuti contro la basilica di Superga, non troppo lontano dai loro paesini di campagna.
L’evento segnò in maniera indelebile i due bambini. Domenico, che a dieci anni era già un grande tifoso granata, rimase in lutto fino al 1976, quando il Torino vinse il primo scudetto dopo ventisette anni dalla tragedia. Elda, invece, non mise mai piede su un aereo.
I due ragazzi si conobbero nel 1961 grazie ad un incontro organizzato dalle famiglie. Vincenzo Ferrero, padre di Elda, era un operaio Fiat ed ex partigiano della 10a Brigata SAP Gramsci delle Brigate Garibaldi, nonché grande tifoso del Torino. Da quando viveva a Baldissero comprava le verdure dai genitori di Domenico, tutti e due contadini, i quali sognavano di vedere il proprio figliuolo sistemato con una bella ragazza piemontese. Il destino sorrise ad entrambe le famiglie: Elda era una bella ragazza e Domenico era un tifoso granata. La prima cosa che si chiesero a vicenda, durante il loro primo appuntamento nel centro storico di Chieri, fu: «Cosa stavi facendo quando l’aereo del Toro si è schiantato a Superga?»
Dopo una frequentazione di due anni tra gli spalti del Comunale, i campi di grano, i mercati e le passeggiate nei boschi, nell’estate del 1963, si sposarono a Baldissero, nella Chiesa Parrocchiale di San Secondo Martire, la stessa in cui si giurarono amore eterno i rispettivi genitori.
L’anno dopo, il quattro maggio 1964, nacque il loro primo e unico figlio: Felice.
Felice venne iscritto alla scuola elementare di Chieri. Ai primi colloqui con i genitori gli insegnanti riferirono: «Il bambino studia, ma non parla bene l’italiano.» L’unica lingua che si utilizzava a casa era, infatti, il dialetto piemontese. Un mattino d’agosto tra la prima e la seconda elementare, quando Felice era in vacanza, il destino gli venne però in aiuto.
Con il bambino a casa da scuola, Elda e Domenico lo portavano con loro al mercato di Porta Palazzo, dove vendevano salumi e formaggi. Mentre i genitori lavoravano, Felice passava le giornate a fare i compiti seduto dentro il furgone bianco del padre
e ogni tanto dava qualche piccolo aiuto in cassa per esercitarsi con i calcoli di matematica. Tra i clienti abituali dei genitori c’erano un certo Bruno Giraudo e la moglie Maria Vallegra, due signori eleganti che lasciavano una fresca e deliziosa scia di profumo al bergamotto, mela verde e pepe rosa, ogni volta che passavano. Giraudo era redattore del quotidiano sportivo Tuttosport e un appassionato sostenitore della Juventus.
Quel mattino, il giornalista, notando Felice annoiato dietro al bancone, decise di regalargli una copia del giornale che portava con sé.
«Felice, qual è la tua squadra del cuore?», chiese al bambino.
«Io non ho ancora deciso, ma nonno Vincenzo tifa per il Toro e dice sempre che la Juve fa schifo!»
«Allora ti regalo questo,» disse il giornalista porgendogli il giornale, «leggilo e tra un po’ di tempo mi comunichi quale squadra hai scelto. Ricordati, però, che una volta che hai deciso, non puoi più cambiare idea. Dovrai essere fedele alla tua squadra del cuore per sempre.»
Felice, confuso, osservò i titoli e le immagini presenti in copertina, non comprendendo bene di cosa si trattasse. Ad un certo punto sfogliò per sfizio la prima pagina, poi passò alla seconda, alla terza, alla quarta, alla quinta, e infine si trovò ad aver divorato il giornale in meno di mezz’ora. Da quel momento in poi obbligò il padre a comprare il Tuttosport ogni mattina per il resto dell’estate. Quando tornò a scuola, in neanche un mese, aveva imparato perfettamente l’italiano leggendo semplicemente gli articoli del Camin1 sulle brillanti prestazioni della Juventus di quegli anni.
Fu l’inizio della sua prima grande storia d’amore: la Vecchia Signora. A fine estate, con orgoglio, lo comunicò al nonno: «Da grande voglio giocare nella Juve e diventare come Marco Tardelli.»
Vincenzo, atterrito nel sentire tali parole, non perdonò mai al genero di aver permesso a «quel gobbo di merda di Giraudo» di rendere juventino il suo unico nipote.
Dopo aver superato con successo l’esame di quinta elementare, Felice venne iscritto alle scuole medie del Collegio Salesiano Valsalice di Torino. Qui dedicò gran parte del suo tempo libero a giocare a pallone. Partita dopo partita, tuttavia, scoprì tristemente di non possedere alcuna dote calcistica. L’evento illuminante fu la sostituzione durante il torneo regionale di fine anno, quando il maestro di ginnastica gli preferì Marco Rosato, il bambino più scarso della scuola, che faticava persino a correre.
Felice abbandonò il sogno di raccogliere l’eredità di Marco Tardelli. «Un infortunio al crociato ha stroncato la mia carriera,» disse il giorno in cui venne incalzato dal figlio sul motivo per cui non avesse mai giocato nella Juve. Non citò mai il nome di Rosato.
La data del quattro maggio simboleggiò per i suoi antenati il ricordo della tragedia di Superga. Per Felice, al contrario, rappresentò una dei giorni più belli della sua vita.
Il quattro maggio del 1977, dopo essere stato alla messa in commemorazione delle vittime del Grande Torino, il nonno Vincenzo portò il nipote allo Stadio Comunale per assistere alla partita tra la Juventus e l’Athletic Bilbao, valida per l’andata di finale della Coppa UEFA, che i bianconeri vinsero per uno a zero grazie al gol di Marco Tardelli.
La leggenda narra che il nonno fosse andato allo stadio nascondendo sotto la giacca di pelle, rimasta rigorosamente chiusa per tutti i novanta minuti, la casacca del Torino con il nome del capitano Valentino Mazzola stampato sul retro.
Terminata la scuola media, Felice espresse il desiderio di iscriversi al liceo classico. I genitori, sebbene volessero che studiasse ragioneria, assecondarono la richiesta del figlio, convinti dalle parole di Vincenzo secondo il quale il nipote «anche se è un gobbo, ha dentro di sé la forza per fare grandi cose, proprio come suo nonno!». Non si sbagliò: Felice prese il diploma nel liceo classico in cui alcuni studenti fondarono la Juventus nel 1907, il D’Azeglio, con votazione di 60/60 cum laude.
Qui conobbe una ragazza, Franca Peyron, due anni più giovane di lui e figlia di due rispettabilissimi avvocati del tribunale, di cui si innamorò perdutamente.
Nello stesso anno in cui la conobbe morì il nonno Vincenzo. Nel testamento lasciò tutto al nipote, tranne una cosa: la maglia del capitano Mazzola, che voleva rimanesse con lui nella tomba.
Dopo le scuole superiori Felice decise di lavorare come giornalista sportivo: raccontare alla gente comune le storie della Juventus era il suo sogno. Cominciò in alcune riviste locali scrivendo articoli di calcio e ciclismo. Passò poi alle telecronache delle partite di campionati minori, fino a quando si stufò e tentò il grande salto, dirigendosi al civico 185 di Corso Svizzera e lasciando il curriculum nella sede del Tuttosport.
Venne assunto tre mesi dopo. Lavorò inizialmente come inviato, poi divenne cronista e infine redattore, prendendo il posto un tempo ricoperto da quel gentile signore che gli regalò la sua prima copia del Tuttosport, quando era bambino.
Intanto, nel giugno del 1990, si sposò con Franca. Ebbero due figli, Federica e Francesco, nati entrambi rigorosamente nei mesi di maggio del 1997 e del 2000. Comprarono anche, nel 2006, un appartamento al quinto piano di un signorile condominio di Corso Agnelli, che tra le altre cose, si affacciava proprio sul vecchio Stadio Comunale. Il derby di famiglia, adesso, si poteva guardare comodamente dal balcone di casa.
Felice ricoprì il ruolo di redattore fino al 2018. Non aveva mai smesso di dare l’anima e il cuore per la redazione del Tuttosport. Fu lui, infatti, l’11 luglio di quello stesso anno, a firmare un editoriale sul trasferimento alla Juventus del giocatore più forte del mondo: Cristiano Ronaldo. Il finale dell’articolo recitava: «Una stagione storica
della Juventus si apre davanti a noi, e niente e nessuno può rovinare questo momento. Sognare, infatti, non è più proibito.»
Anche nonno Vincenzo, dall’alto, e con un pizzico di gelosia, sognava assieme a Felice, indossando come sempre la maglia di Mazzola.
“Storie d’amore per il calcio”, Rubrica a cura di Edoardo Demo, Giornale torinese dello sport
di Edoardo Demo
- Soprannome di Vladimiro Caminiti, storico giornalista sportivo del Tuttosport. ↩︎
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Una storia vera ben raccontata, che potrebbe essere, a tutti gli effetti, la trama di un romanzo più complesso. Lo scorcio di un’Italia che fu, fa da sfondo alla storia di un calcio vissuto in maniera “sana”. Oggi, di quel “gioco del pallone” non resta più niente, neppure i calciatori “bandiera”!