Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Assuntina” di Luca Baiada

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Com’è andata? Mi chiedi com’è andata? Tieniti forte. Non ci volevo credere nemmeno io. Allora, prima di tutto: me l’hanno fatta sentire che stava dietro una tenda, sul palco, al solito posto. Con la scusa che non si era rifatta il trucco e cazzate varie. E anche che non si potevano accendere i riflettori, perché poi il contatore gira, e insomma non abbiamo ancora un produttore con la grana, lo sai.

Ma che, potevo rinunciare a sentire le prove? Per come siamo messi da due mesi? No, tre mesi, quasi, cazzo! Barbara che si è tirata indietro perché voleva soldi e non ci sono, Debora la ficona che è rimasta incinta, e altre non se ne trovano. E lo sai, che senza la vocalist non si va da nessuna parte. E bisogna iscriversi agli eventi, alle anteprime; e farlo per tempo. E bisogna provare bene, ma bene bene, e ci vuole una col repertorio, una con la voce che non se la mangia il sassofono, e che sta sul ritmo. E poi diciamocelo. Un produttore coi coglioni, lo vogliamo trovare o no? Deve finire così, per i Crazy Fuck Devils? Proprio adesso?

Dopo tre anni che ci smazziamo, e le prove, e suonare anche quando non si alza un euro, e quella volta che Danilo ha esagerato e abbiamo chiamato il medico che quasi coma, e poi nascondere tutto. Adesso ci arrendiamo? I Crazy Fuck Devils non devono andare nella merda. Vuoi tornare a pedalare con le pizze sulla schiena? E io, io devo tornare in carrozzeria da mio cugino, pagato a sberle? Beh, stai a sentire.

Penombra, tenda chiusa, mi metto in mezzo alla sala, voglio il sound pieno, corposo. Parte la base con la tastiera, poi chitarra e basso. Una cosa soul, una tirata di heavy, due pezzi progressive e altro: il meglio, per i Crazy Fuck Devils. Quando entra il sassofono credo di svenire, ma dopo è ancora meglio. La sezione ritmica stringe, poi smorza, fa spazio a lei, la invita, la chiama. E succede il finimondo. Una voce che è uno schianto, una cannonata. Aprono la tenda e la vedo, mi viene un accidente. Allora chiedo chi l’ha chiamata, e senti il bello.

Dice Danilo che era lì perché c’erano le prove di un coro del cazzo che non sapeva quale, che era entrata e si erano messi a ridere. Dico: «Danilo, che sei matto?» Dice: «No, guarda eccetera»; doveva cantare le sue robe là, poi lui e Nelson l’hanno guardata, l’hanno sfidata per prenderla per il culo, no? Quella invece di scappare via, dice, prima guarda il pavimento, si stira in giù la gonna con le mani, si schiarisce la voce. Capito? Si stira in giù la gonna! Che Debora ficona portava la minigonna ascellare, e sul palco se la tirava su fino al naso.

Poi si guarda intorno, chiede se quelli del suo coro proprio non sono venuti, vuole essere sicura. Quando proprio è sicura che non ci sono, accetta. E Danilo fa: ma è uno scherzo, dai verginella fila via. E quella tutta rossa fa: almeno provare. Insomma, va al microfono, che è più alto di lei. Ed è una botta pazzesca: una vocalist col dark nell’anima, anche di più. E poi, di suo, prova in rap e va giù duro: una trap eccezionale, un flow che non perde un pelo.

E lo vuoi sapere, chi è, vero? Beh, pensa che la conosci già. Ti do un paio di tracce: catechismo, sempre alla messa, mai una bestemmia, sempre a struscio coi preti. Il sabato un gelato con la mamma, se si parla di sesso cambia discorso, fino a un anno fa portava il cerchietto nei capelli, coi cuoricini. Ne vuoi ancora? Quando vedeva i film in parrocchia li raccontava a tutti, come una paperella, e diceva che aveva pianto mangiando le patatine, e che la carta del pacchetto l’aveva portata a casa per ricordo. Ci sei arrivato? Beh, ma allora sei proprio tonto.

Ti aiuto ancora. Non l’hai mai vista coi tacchi, perché a casa dicono che non sta bene. Non ha un tatuaggio perché è roba da «sporcaccioni», dice proprio così. Vestiti che non si vede niente, gonne sempre sotto il ginocchio, braccialettini quelli delle sorprese nell’uovo di pasqua. Cammina tutta precisa, le spalle un po’ curve perché si vergogna del seno. Ancora al buio? Beh, sei proprio cieco. Ma che ti devo dire? Ero cieco pure io. Assuntina!

Ecco, lo sapevo che ridevi. Sì, lei, quella che non la volevano neanche per un picnic. Quella dei compiti fatti bene a scuola, dei voti buoni, quella che a danza classica da quando aveva sei anni, quella col barboncino che quando morì lo mise nell’aiuola e pianse una settimana. Quella che portava l’apparecchio ai denti e domenica pomeriggio diceva: «Fono ftata alla fanta meffa». Assuntina, detta «dammela dammela, ma solo la mano».  

Ha una voce da schianto, sa tutto il repertorio, non perde una battuta, non la ferma neanche la polizia, neanche un blackout, se sale di un’ottava fa tremare i muri. Ha detto che viene coi Crazy Fuck Devils, perché basta che c’è da cantare. Ha detto che era venuta in sala per il coro della parrocchia, che ha tirato fuori la voce e adesso non se la rimette in gola neanche se paghiamo, neanche se lo dice il vescovo. E ha accettato. Canta con noi.

E lo vuoi sapere? Adesso devo chiudere la chiamata, ho un appuntamento. Con Assuntina. Vado a prenderla sotto casa. Beh, sotto casa per dire; dietro l’angolo, altrimenti non scende. Succo di frutta, passeggiata. No, dico passeggiata con la mia macchina, fino a un posticino. Ci siamo già stati. La riporto dai suoi in tempo per cena. Oggi pomeriggio lei non canta e io non suono. Ciao ciao.

*

Com’è andata? Mi chiedi com’è andata? Tieniti forte. Non ci volevo credere nemmeno io. Ero emozionata, sai? Sì, è vero, con tutta la fatica che ho fatto, a esercitarmi! E quel solfeggio noiosissimo, e i vocalizzi, e la respirazione. Ma valeva la pena, no? Non la finivo più, mille volte infilarmi nelle prove, non so quante band ho sentito, una peggio dell’altra. Tutta gente volgare e neanche buoni a suonare. E poi con strumenti da due soldi.

Ma conoscere il repertorio funziona, sai? Don Fulgenzio ha ragione, in parrocchia si impara, e ho ascoltato e studiato, ho trovato gli spartiti in rete e con l’insegnante di catechismo abbiamo provato insieme. Come quale insegnante, dai! Ma suor Immacolata! Non sai quante canzoni conosce, e ha una voce dolcissima, non la senti? Si distingue benissimo, in chiesa, quando fa il controcanto all’Ave Maria di Schubert.

Beh, insomma, stammi a sentire. Cosa? Ti stai facendo le unghie? E piantala, che tanto quello lì non ti si fila, specie se gli permetti troppo: apri il cervello e chiudi tutto il resto.

Allora, vado lì con la gonna grigia, i capelli spazzolati lucidi, e giusto un filino di rimmel, che non si noti. Il coro della parrocchia aveva disdetto la sala, mi avevano informata una settimana prima, ma faccio finta di non saperlo e chiedo a due tipi: tengo i piedi vicini, mani dietro la schiena, stringo le spalle e giro su me stessa, appena appena, appoggiata solo sulle punte. L’ho imparato a danza classica. E in più, guardo in terra e mi mordo il labbro di sotto. I polli ci cascano, credono di prendermi in giro e mi sfidano a cantare. A quel punto prendo il microfono.

Prima cosa, la marca; so subito quali frequenze valorizza meglio, ne ho provati tanti in sala di registrazione, ti ricordi? Ma come quando? Eravamo a Roma, con le suore! Insomma, guardo il microfono e capisco come impostare la voce. Per scaldarla, per sciogliere bene, il trucco Pavarotti: una caramella in un fazzoletto, ogni tanto faccio finta di asciugarmi il viso e invece metto la caramella in bocca. Funziona, e siccome sono ignoranti, non vanno all’opera e non sospettano niente.

All’inizio voglio stare dietro una tenda, con una scusa. Capirai, avevo paura: magari volevano una alta, e non potevo proprio mettere i tacchi. Mi fanno sentire i nervi delle gambe su fino alla schiena, si riflette sul diaframma e il fiato non è più lo stesso.

La band tira fuori il repertorio e non ne sbaglio una. Lo credo, con tutto quel ripasso! anche quando avevo l’apparecchio! Insomma, ora sono la vocalist e adesso si decolla. Li ho scelti, non li mollo più. Sono quelli giusti, lo sento. Lo sai, quando dico una cosa è quella. Ma li rimetto a posto come dico io.

Si comincia dal nome. Crazy Fuck Devils, capito che cretinata? No no no. L’idea di qualcosa di matto ci sta, l’aggettivo graffia, suona performante, ma il sostantivo dev’essere goloso, rotondo, e la parolaccia in mezzo non va. Bisogna far colpo sui giovani, piacere alle famiglie e a tutti. Niente spigoli. Prima graffiare, poi accarezzare. Chi sente musica vuol essere prima stuzzicato, ma poi sedotto e alla fine tranquillizzato. Lo dice mia mamma: prima colpo di fulmine, poi poi poi…, e alla fine all’altare coi confetti, e sala parto prenotata.

Se si vuole successo, dico io, bisogna avere l’allegria frizzante come sotto l’ombrellone e le lacrime dolci come sotto l’albero di Natale. L’ho detto anche a don Fulgenzio, sai cos’ha risposto? Che ho imparato la parabola dei talenti, che non vanno mica sepolti.  

Poi il repertorio. Canzoni d’amore, in tre lingue. Nella band non sanno le lingue? Cosa cambia?! Imparano a memoria i testi sillabando, oppure si mette sul palco uno schermo lungo, basso, è come un karaoke lineare e il pubblico non lo vede. Per le riprese col drone ci sono trucchi per nasconderlo, ho già studiato la cosa.

Anche qualche canzone che piace ai gay, ma in ambienti giusti, altrimenti sai com’è. Naturalmente canzoni sugli animali, per i bambini: ti ricordi quando morì il mio Fuffolo? Canzoni sui bambini, per gli anziani. Canzoni sugli anziani… eh, non vendono, ma inventerò qualcosa. In fondo, con l’invecchiamento della popolazione l’offerta si adegua al mercato.

A proposito. Per la produzione ci pensa zio Ludovico: voleva aprirmi una merceria, ma gli ho dimostrato che con la band è meglio. Ci vuole una società in accomandita. La manager sono io, ovvio, e altro che bottoni!

Ho già in testa le prime tournée, sai? Alternare, con criterio. Mettere promo su youtube, reel giusti sui social. Almeno una cover a intervalli regolari, ma semplice, col refrain orecchiabile. E muoversi, muoversi. Don Fulgenzio ha parlato con l’amministratore della diocesi, un monsignore molto giudizioso, e monsignore ha parlato coi padri economi e le madri di tutti i conventi, quindi di tutte le case di riposo, le scuole paritarie, le case vacanze. Sai che nelle diocesi vicine fanno già domande? Alle case di cura, una band fa tanto comodo: stimola i pazienti in neurologia, dà sostegno in pediatria, fa compagnia ai lungodegenti. Dobbiamo scaldare il cuore di un sacco di gente, accompagnare i loro sogni, viziarli col nostro zucchero, far correre la fantasia, coccolare i desideri. Ora che ci penso, Crazy Sweet Pets non sarebbe male. Ci penserò.

E lo vuoi sapere? Adesso devo chiudere la chiamata, ho un appuntamento. Con Ercole, uno della band, siamo già usciti. Com’è? Sarà carino, dopo una ripulita. Sì, un nome da deficiente, ma gliene trovo un altro. No, lui ancora non lo sa, che lo cambierò da cima a fondo. E ora viene a prendermi. Beh, lo lascio aspettare un bel po’. Succo di frutta, passeggiata. No, dico passeggiata con la sua macchina, e se fa il cretino prende una sberla come l’altra volta. Torno a casa in tempo per cena. Ciao ciao.

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