Premio Racconti nella Rete 2026 “Impossible to rewind. Take it easy” (Impossibile tornare indietro. Prendila con calma) di Alessandra
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Accanto a quella creatura inusuale, Béatrice stava bene. Si chiamava Martìn, come il martin pescatore e non Màrtin, come non sapeva chi. Ora poteva chiamarlo per nome; tra i due, era chiaro, c’era ormai qualcosa di simile all’amicizia. Era una vera e propria diavoleria, Martìn: sopra pesce, sotto capra.
– Perché fai sempre in modo di incontrarmi? – gli domandò un giorno, ingoiando il coraggio in una sorsata.
– Sei sicura, Béatrice, che sia io a volere incontrare te e non il contrario? – disse lentamente, mentre lei se ne stava lì, in attesa di una risposta, come di un’epifania – C’è un appuntamento nella vita di ognuno…- continuò.
– Il mio di appuntamento c’è già stato…
– Ti riferisci a…
– E a cosa sennò?
– Ma quello non era il tuo appuntamento! Quello era solo un preparativo!
– Cosa??
– Béatrice, quello non era il tuo appuntamento… forse lo era di qualcun altro, della tua famiglia, non so, ma non il tuo.
– E quale sarebbe il mio appuntamento?
– Il momento in cui dovrai scegliere cosa fare, Béatrice: se continuare a cercarmi o no.
La invase l’incertezza; un leggero spavento prese a pizzicarla ovunque, dalla calotta cranica ai piedi; con l’ultimo fiato di coraggio che aveva in gola gli chiese – Ma tu, cosa sei esattamente?-.
Quante volte era stata lì lì per domandarglielo! Ma la paura, anzi no, il terrore di non trovarlo più, di contrariarlo in qualche modo, l’aveva frenata: se fosse sparito, lei che fine avrebbe fatto?
– Proprio a me chiedi cosa io sia esattamente? – ripeté Martìn lasciando che la sua risata si diluisse nell’aria – sono esattamente quello che sei tu ogni giorno… anzi, non sono esattamente quello che non sei tu ogni giorno. Non sono né carne né pesce – e rise a crepapelle, orgoglioso per quell’improvviso guizzo di autoironia. A lei parve di vedere l’aria disfatta dalle risa del suo amico prima diventare nebbia, sale o forse farina, fatto sta che per un istante le sembrò di toccarla e spostarla con la punta delle dita, quasi aprendosi un varco. Ma quella creatura così strana eppure familiare aveva detto una grandissima verità: lei non era né carne né pesce.
I said please rewind, please rewind it, I said please rewind, please rewind it: questo ritornello prese a rimbombarle incessantemente nei lobi temporali e, nonostante tutti fossero convinti che dentro la sua testa ci fosse calma piatta, il suo cervello cantava e lei viaggiava in un mondo di sicuro sconosciuto ai più. Ma indietro non si poteva tornare e a poco erano valse le volte in cui, per pura scaramanzia, aveva pensato alle morti più inaspettate: un infarto secco, capace di azzerare all’istante la coscienza di tutto, un incidente a un passo dall’uscio di casa, con in mano un vassoio di croissant ancora caldi per festeggiare il proprio compleanno, una sparatoria in un luogo qualunque durante un giorno di sole, di quelli che iniziano con la convinzione che tutto andrà per il verso giusto.
Nell’immobilità delle sue giornate, ogni bip si agganciava all’eco del precedente, facendo largo a qualcosa di simile a una melodia pungente; a tratti la sua mente riusciva ad aprire un varco nella non-aria che la circondava, una porta verso un mondo sino ad allora mai immaginato, un mondo in cui era anche possibile masticarla, l’aria, in cui lei provava sentimenti, ritornava a pensare, ritornava a parlare; si muoveva, saltava, correva, cantava, ascoltava, si esprimeva come un essere qualunque in una dimensione in cui l’accesso non era negato a nessuno. Ogni volta ci entrava in punta di piedi, in quel mondo, quasi impaurita di non trovarlo più. Ma Martìn era sempre lì ad aspettarla, porgendole a volte una pinna, a volte una zampa per incoraggiarla a farsi avanti.
– Perché sei metà pesce e metà capra? – si fece coraggio un giorno e domandò quello che sino ad allora le era sembrato indicibile.
– La domanda semmai è perché tu sei tutta d’un pezzo!
– Dove vivo siamo tutti così. Io ho la forma giusta… tu mi trovi strana?
– Beh, se avessi anche io in testa una forma giusta, come hai detto tu, sì certo ti troverei molto strana! Anche io prima ero solo uno… solo un pesce… ma poi mi sono innamorato… E che cosa è l’amore, se non diventare un tutt’uno? Vivere l’uno nell’altro? Carne nella carne… anche per gli amici, sai…?
– Anche gli amici sono tagliati a metà?! – urlò Béatrice sgranando gli occhi.
– E dimmi, tu riesci a vedere dove finisce la capra e dove inizia il pesce?
Béatrice si fermò a guardarlo attentamente per la prima volta. Avvicinò lo sguardo a quella linea che a prima vista pareva dire chiaramente Qui finisce la capra e inizia il pesce, ma non era così definita come aveva creduto. Anzi, era un qualcosa di assolutamente sfumato, in cui i colori e le forme si confondevano a tal punto da risultare indistinguibili e formare una cosa mai vista prima.
– No – si arrese alla fine lei – siete come fusi… Ma sei tu a parlare, non la tua parte… capra… insomma, lei è solo le tue zampe! E se volesse dire qualcosa?
– Lei è il mio sostegno – rispose la creatura – io sono la sua voce; in questo momento parla anche lei; ma quando è lei ad avere bisogno di me, divento io il suo sostegno, ci scambiamo, a seconda delle giornate, a seconda delle emozioni, delle necessità, a volte io sono la sua coda, a volte lei è le zampe che io non ho… io sono semplicemente quello che tu vedi… Tu, cosa vedi?
Se ne stette un attimo in silenzio: a volte quella melodia pungente le rendeva faticoso persino pensare – Vedo una creatura, non due parti insieme. Nulla di quello che sino ad adesso ho conosciuto può definirti. E non vi dividete mai?
– Certo che sì! Che domanda! Succede che abbiamo bisogni diversi che so… una nuotatina… una brucatina… per non parlare del dormire! Io con questi così qua così duri – disse indicando gli zoccoli – non riesco mica a dormire!
Sotto le dita di Béatrice un gruppetto di fili di erba si sbellicava dalle risate, solleticandole la mano con i suoi minuscoli fiati, quelli sotto il suo peso, invece, si erano ripiegati su se stessi, addormentandosi per il caldo generato dal corpo. In alto, in quello che nel suo mondo era abituata a chiamare cielo, onde di aria colorata si susseguivano facendo risuonare l’ossigeno di qualcosa di molto simile alla musica e altre forme morbide, simili alle nuvole, si rincorrevano, quasi danzando, le une di seguito alle altre. Quel mondo era zeppo di creature dalle forme più strane e curiose, innamorate o sole che fossero, si rese conto che tutte le categorie che per ventuno anni avevano orientato la sua esistenza, erano carta straccia: la bellezza, l’eleganza, la magrezza, la grossezza, l’altezza, la bassezza, la gentilezza, i piedi storti, le tette grosse, le gambe dritte, gli occhi strabici, il culo sodo. Quello era un posto senza una misura, senza un peso. Era un posto libero.
Davanti a loro una creatura sottilissima, verde, talmente alta che con la testa sembrava sprofondare oltre quel cielo di aria colorata, ondeggiava su se stessa in un modo così delicato che sembrava non muoversi mai. Béatrice sbatté gli occhi due, tre volte e vide che la creatura stava ferma.
– Si chiama Doris, non può camminare, per questo tutto il resto le si muove attorno: così non si sente diversa e può andare dove vuole.
Béatrice tenne gli occhi fissi e vide quel mondo scomporsi e mischiarsi e dare vita ad altri mondi altrimenti nascosti.
– Mannaggia! – esclamò all’improvviso – quella megera deve lavarmi! La odio! Odio il modo in cui mi guarda e mi dice che sono magra e che adesso che mi profuma tutta diventerò bellissima. Guardala come fa!
Martìn si avvicinò così tanto ai suoi occhi che parve trapassarli. Béatrice non glielo impedì in alcun modo, anche se quello significava fare entrare Martìn nel punto più profondo della sua anima. Ma non ebbe paura e anzi, per un istante, pensò che sarebbe persino stato possibile dargli un bacio.
– Beh! – esclamò lui – insomma, non ha tutti i torti… magra sei magra…
– Sì, ma non è colpa mia, e poi dovrebbe starsene zitta: io la sento sai? Non posso vedermi con gli occhi ma la mia mente è capace di costruire le immagini attraverso le sue parole. Io sento tutto e qui si accumulano emozioni che non hanno altro spazio e sono solo un bolo di inutile energia – disse sfiorandosi il petto con la mano destra.
– Dovresti imparare a riderci su, sai?… perché… non la prendi sportivamente? Indietro è impossibile tornare. Take it easy! È così che si dice, no?
Béatrice scoppiò in una risata fragorosa, l’aria dinanzi alla sua bocca si polverizzò sino a posarsi sulle sue dita a mo’ di zucchero a velo. Si sentì quasi offesa.
– Take it easy? – riuscì solo a ripetere mentre tentava di snebbiarsi la voce dal disappunto.
– Forse ti sembrerò dissacrante, ma si dovrebbe imparare a ridere di tutto, o comunque della maggior parte delle cose, anche della morte. La vita sono tante cose. A volte tante altre cose.
– E questo a te fa ridere?
– Lo trovo buffo, sì. L’ho sempre trovato buffo che le cose o gli esseri viventi siano diversi da quello che appaiono. Ho trovato buffo che tu mi considerassi divisibile o che vedessi Doris camminare. A me tutto quello che è e invece non è, sembra buffo. E viceversa. Le tante altre cose mi fanno sorridere, perché la realtà è solo una cosa verosimile.
Mentre la megera, come l’aveva chiamata, le sollevava gambe e braccia procedendo a poderose spugnature, Martìn si librò nell’aria come un uccello. Spruzzi di acqua inondarono i fili d’erba e le pietre tutt’attorno ridacchiarono all’unisono. La capra di cui Martìn si era follemente innamorato quel giorno in cui galeotto fu un guizzo più alto del solito, tanto da permettergli di volgere il suo sguardo verso la pianura e scorgere Roisin intenta a brucare erba fresca di rugiada, gli si sfilò dal suo cuore e uscì allo scoperto, bianchissima e con un vello talmente morbido che a Béatrice venne voglia di tuffarcisi dentro.
– Màrtin, amore, ma che ti succede oggi? Dal cuore in su sei tutto un fremito… vedevo i tuoi pensieri e poi tutte le vene quasi accartocciarsi…e sentivo il cuore battermi qui, proprio sulla guancia!
Roisin si portò il duro zoccolo sulla guancia e Martìn la accarezzò delicatamente con una pinna.
Béatrice vacillò tra l’incantato e l’incredulo anche se, a dirla tutta, quando vide le due creature separarsi, sentì un conato arrampicarsi per la trachea al punto che la megera percepì un sussulto e si fermò a guardare la ragazza con attenzione, per coglierne un qualunque movimento. Ma Béatrice giaceva completamente immobile.
– Perché non vieni a vivere qui – esordì Roisin.
– Qui?!? E di là come faccio?
– Oh beh, se ne faranno una ragione no?
– Roisin amore, forse dovresti usare più tatto – la interruppe Martìn.
– Bello, io ho gli zoccoli, mica le pinne, il tatto non so nemmeno cosa sia!
Bèatrice sputò una risata inaspettata. E chi se lo poteva immaginare che due creature talmente lontane dall’ umano, avessero una delle caratteristiche più umane: la simpatia?
– Alla fin fine – proseguì Martin – il fregato è chi resta, non chi se ne va e tu… beh, tu sei rimasta lì…
– Ma loro sperano…
– E tu? Tu speri?
Béatrice si trovò nel mezzo di una consapevolezza nuova: lei poteva ancora sperare. Addirittura: poteva decidere cosa fare; poteva decidere di essere una di quelle altre cose che nessuno vede o si aspetta. Quello che lei era, in quel momento, era solo verosimile. Li aveva sentiti i medici, ripetere più volte l’espressione stato vegetativo irreversibile. Eppure, anche se immobile, su quel letto lei poteva essere quel che voleva e attraversare quel mondo fantastico quando voleva. Che miracolo complicato, pensò.
– Quando staccheranno la spina, qui non potrai più venirci. Questo è un posto solo per le persone vive.
– Come posso togliere loro la speranza? – disse sottovoce, mentre la megera la asciugava minuziosamente e lei sentiva le sue mani scorrerle sin dentro le ossa.
– Semplicemente decidendo di essere la tua altra cosa – le rispose Roisin.
Inaspettatamente, qualcosa di simile a un sorriso si fece largo sul volto di Béatrice.
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