Premio Racconti nella Rete 2026 “Maschio dominante” di Claudio Franco
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Tutti in famiglia avevano capito che si stavano avvicinando quei giorni. Quando il caldo afoso dell’estate iniziava a lasciare spazio ai primi freddi. Quando la luce del giorno anticipava sempre di più il momento in cui far posto all’oscurità della sera. La casa dove vivevano, costruita da Giovanni, il capofamiglia, con l’aiuto dell’amato padre iniziava a scricchiolare sinistramente a ogni passo o folata di vento un po’ più aggressiva. Nell’ambiente si udivano rumori che i componenti della famiglia avevano cancellato dai loro ricordi per un anno intero. Quando la sera i primi freddi costringevano a accendere un timido camino, quello era il momento in cui ci si doveva preparare. Era arrivato il periodo dell’anno dove Giovanni, la moglie Anna, Clara e Sofia le due figlie della coppia, iniziavano e terminavano le loro giornate con un solo unico gesto, il segno della croce. I rumori animaleschi dalla cantina iniziavano a udirsi anche in pieno giorno. Latrati, ululati, sbadigli, movimenti di un corpo che strisciava la sua pelliccia contro le assi di legno del pavimento. E a mano a mano il tempo passava e ci si avvicinava all’ultimo giorno del mese dopo settembre, la tensione nella casa cresceva a vista d’occhio, tanto da poterne avvertire la sua forma e il suo profumo.
Anche la semplice comunicazione tra i membri della famiglia diventava difficile. L’aria si faceva pesante, le due giovani donne si scambiavano spesso sguardi pieni di paura. Anna guardava Giovanni con aria sempre più tesa. E l’apice della paura e del terrore giungeva quando il capofamiglia, iniziava ad uscire sempre più presto ogni mattina. Si aggirava nei boschi, dove le foglie degli alberi cominciavano a ingiallirsi. Qualche tronco si trovava già spoglio mostrando solo lo scheletro del grande arbusto che fu. Con i suoi rami che formavano braccia distese con ampie mani vuote.
L’uomo ansimava ansioso in quelle mattine. Iniziò dalla ricerca di prede piccole. Se era fortunato, nei primi giorni, con il suo fucile da caccia e sempre accompagnato dal fido Piero, amico canino ormai da parecchio tempo, riusciva a catturare uno scoiattolo, qualche piccione e svariati topi di campagna. Ogni volta che riempiva il sacchetto, con la fronte impregnata dal sudore, Giovanni sfoggiava uno dei rari sorrisi che in quel periodo dell’anno avrebbe concesso. Faceva a modo suo intravedere, uno spiraglio di amore destinato a chi quel piccolo regalo era indirizzato. Verso mezzogiorno tutti i giorni, le tre donne si affacciavano al vetro della finestra e dall’espressione del padre capivano se dovevano preoccuparsi e restare in pensiero per tutto il resto della giornata fino alla mattina successiva oppure rilassarsi e ritornare a pensare al peggio solo dalla mattina dopo. Il sorriso di loro padre in quelle mattine di fine ottobre era una costante. Anche se uno dei momenti più pericolosi arrivava subito dopo il rientro a casa. Quando, ancora con gli scarponi infangati ai piedi, scendeva le scale di legno che lo portavano nel seminterrato. Seguito fino a una certa distanza da Anna e dalle ragazze, che una volta che l’uomo veniva coperto dall’oscurità della cantina si fermavano qualche metro prima, mettendosi a cerchio, mano nella mano a declamare sottovoce preghiere di ogni tipo.
Apriva velocemente la porta della cantina, dando una fugace occhiata per accertarsi che la “cosa” dormisse profondamente, rovesciava per terra di fretta, il frutto della sua caccia e poi senza guardarsi indietro rientrava di corsa e chiudeva a chiave la porta. Le donne pregavano finché non risentivano i passi dell’uomo risalire le scale. E quando per un motivo o per un altro tardava a farlo, le loro mani sudavano copiosamente, facendole temere il peggio.
Dopo un intervallo che poteva essere di qualche minuto o qualche ora si poteva sentire dalla cantina, la mascella sgranocchiare gli ossicini di quelle povere creature, emettere sbadigli che facevano oscillare oggetti su tavoli e mensole e poi avvertirlo ritornare nel sonno profondo. Che era sempre accompagnato da un verso animalesco, simile a un richiamo.
Giovanni capiva a che punto l’essere stava uscendo dal letargo dalla cadenza regolare del suo respiro. Un sottofondo che ticchettava in maniera regolare come un beffardo conto alla rovescia.
A mano a mano che si avvicinavano alla fatidica ricorrenza, la respirazione si faceva sempre più profonda.
I giorni trascorrevano rapidi, il freddo si faceva sempre più pungente, la sera rubava sempre qualche minuto in più alla luce naturale. E Giovanni che si muoveva con grazia dominando il bosco davanti casa, ritornava con prede sempre più grandi. In alcuni casi un topo di grandi dimensioni, in altre un gatto randagio e quando andava bene una nutria. Quell’anno la preparazione al trentuno ottobre sembrava andare per il meglio, anche se la paura di avere a che fare con qualcosa di cui non si conosceva, l’ignoto, continuava a regnare sovrana. Le prede venivano ripulite completamente, solo lo scheletro di quei poveri animali e in alcuni casi neanche quello veniva risparmiato. Segno che il ragazzo aveva preservato il suo grande gusto per il selvatico. E per la famiglia quella era sicuramente un’ottima notizia.
A pochi giorni dalle ultime ventiquattro ore di ottobre, i rumori dal sottoscala si facevano sempre più forti e regolari. E la famiglia cominciava a sostituire la paura con l’affetto. Ogni anno era una gioia per le sorelle rivedere anche solo per una sera il loro fratellino, e per Giovanni e Anna il loro unico figlio maschio, che avevano amato tanto prima come lo amavano tutt’ora. I versi gutturali che emetteva, non c’era alcun dubbio per loro, era un saluto, un richiamo. Erano frasi di amore che il ragazzo cercava di trasmettere. Nelle ultime ore prima del totale risveglio, la “cosa” tornava ad avere il loro stesso ciclo/sonno veglia. E Giovanni ritornando dalle sue battute di caccia riusciva a guardare in tutta la sua bellezza il figlio. Ancora sempre un po’ addormentato. Con quel grande manto peloso marrone, che nutrendosi regolarmente diventava sempre più lucido e morbido. E poi, che soddisfazione sentire come gustava le prede. A soli due giorni dal risveglio, prediligeva nutrie di grosse dimensioni. Quella stessa sera aveva anche cercato di attaccare Piero, che era morto d’infarto per lo spavento e così, il bambino si guadagnò una razione extra.
La sera prima della mezzanotte, che segnava la sua unica uscita libera annuale, l’atmosfera era ormai distesa in famiglia. Potevano dormire sonni tranquilli, avrebbero lasciato aperta la cantina come sempre, lui avrebbe fatto quello che faceva tutti gli anni ad Halloween e poi sarebbe rientrato, con la pancia piena, assonnato e sarebbe caduto in letargo ancora per un altro anno. Quella sera Giovanni, dopo che sia Anna che Clara e Sofia erano andate a letto, scese giù nel seminterrato, accese la luce, aprì la porta e vide suo figlio in tutto il suo splendore. Quel viso da lupo con sottili fattezze umane, quel portamento da maschio dominante. Sembrava felice di vederlo il ragazzo, e in effetti lo fu.
Quella sera il lupo uscì dalla casa per non farci più ritorno. I componenti della famiglia non si svegliarono mai più. Li ritrovarono sparsi un po’ ovunque in casa. Il bambino ormai era diventato grande e aveva preso la sua strada non ponendosi limiti, dominando prima la foresta e chissà forse un giorno il mondo intero.
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