Premio Racconti nella Rete 2026 “Il fabbricatore di specchi” di Paola Canella
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Un velo di magia avvolge il maestoso castello al centro del lago. L’acqua lo circonda con una quiete antica, e le piccole barche che ogni giorno partono dal molo si muovono da sole, lente e silenziose, dirette verso il castello. Nessuno sa davvero cosa trasportino, ma nessuno osa fermarle.
Un giorno arriva Aden, un giovane dagli occhi scuri e i capelli raccolti. Il suo aspetto non è trasandato, ma la borsa a tracolla e il mantello di lino fanno intuire che abbia attraversato luoghi affollati e sentieri consumati dal tempo. È spinto dal desiderio di scoprire la vera storia che ha sentito su questo luogo: qualcosa, in quelle voci, ha risuonato dentro di lui più di quanto voglia ammettere. Sente che qui potrebbe trovare finalmente delle risposte, come se quel posto sfiorasse una parte di sé che aveva sempre evitato di ascoltare. Non sa perché, ma ha la sensazione di conoscerlo senza esserci mai stato prima.
Stanco dal viaggio, Aden trova rifugio in una piccola locanda ai margini del villaggio. L’aria profuma di legno caldo e di erbe essiccate, e il silenzio che avvolge il luogo gli dà la sensazione di essere finalmente arrivato da qualche parte. Il gestore, un vecchio dal volto segnato e dallo sguardo sorprendentemente gentile, emerge da dietro il bancone asciugandosi le mani su un panno. Il suo borbottio non ha nulla di scortese: sembra piuttosto il modo in cui parla chi ha visto passare molte vite davanti a sé.
«Stanza o curiosità?» domanda, con una voce bassa che si mescola al crepitio del camino.
Aden esita un istante, poi sorride appena. «Forse entrambe,» risponde. «Ho sentito parlare del fabbricatore di specchi. Lo conosci?»
Il vecchio solleva un sopracciglio, poi lascia uscire una risata breve, quasi affettuosa, come se quella domanda gli fosse familiare. «Ah, quello,» mormora. «Siediti un momento. Qualcosa te la posso raccontare.»
«Il lago ha avuto delle trasformazioni,» comincia. «Un tempo era immenso, e la gente si avvicinava come fosse la cosa più naturale del mondo. Le barche partivano ogni giorno dal castello e portavano specchi coperti fino al villaggio.»
Prende un sorso di vino, come per scegliere con cura le parole. Si ferma un istante, lasciando che il silenzio faccia il resto.
«Poi, all’improvviso, l’acqua si ritirò. Non del tutto, ma abbastanza da lasciare il castello circondato da terra secca. Le barche rimasero ferme, e il vento non portava più voci. Nessuno seppe spiegarselo.» Inspira lentamente. «Non molto tempo fa, il lago è tornato. L’acqua ha riempito di nuovo la conca, silenziosa e profonda, come se stesse aspettando qualcosa… o qualcuno. E da quel giorno le barche hanno ripreso a muoversi, portando ancora specchi.»
Aden lo ascolta, incuriosito, e incrocia lo sguardo del vecchio, come se cercasse la fine di quella storia sospesa. Poi sente il corpo cedere leggermente contro il bancone: la stanchezza del viaggio gli pesa addosso e capisce che è il momento di ritirarsi nella sua stanza.
La mattina seguente, Aden cammina per il paese con quella sensazione ancora addosso, come un sapere che non ha ancora trovato parole. Non cerca nulla in particolare, eppure ogni volto che incrocia gli dà la stessa impressione: una calma quieta, una luce interna che non sa spiegare. Solo dopo un po’ nota un dettaglio curioso: in molte case, vicino alle porte o alle finestre, c’è uno specchio. Non grandi specchi, non oggetti preziosi — semplici superfici di vetro, pulite con cura, come se avessero un ruolo quotidiano e silenzioso. Non è lo specchio in sé a colpirlo, ma il modo in cui sembra intrecciarsi alla vita di tutti, senza ostentazione. Come un gesto naturale. Si accorge che quella serenità lo tocca più degli specchi. È una pace che non fa rumore, una pace che lui non ha mai sentito davvero. «Devo scoprire il segreto di questo luogo,» pensa, e sente che quel segreto potrebbe toccare anche lui.
Quello stesso pomeriggio caldo e afoso, Aden si dirige verso il lago e, osservando le barche che si muovono da sole, gli nasce un’idea semplice e luminosa: raggiungere il castello. Con passo veloce torna alla locanda e racconta al vecchio ciò che ha in mente.
«Le barche non si possono prendere, appartengono al Fabbricatore di Specchi,» dice il locandiere. «Si muovono da sole e non obbediscono a nessuno. Ma un tempo, quando questa storia era ancora sconosciuta, usavano barche normali per muoversi sull’acqua senza avvicinarsi al castello. Ne ho ancora una: vecchia, ma solida. Non l’ho mai usata, l’ho ereditata insieme alla locanda.»
Aden lo guarda sorpreso.
«Se vuoi, te la presto,» aggiunge il vecchio. «Non saprà trovare la strada da sola… ma tu sì.»
Aden annuisce, grato.
La mattina, quando il villaggio dorme ancora, Aden sente l’agitazione vibrare in tutto il corpo. Con gesti attenti spinge la vecchia barca nell’acqua e parte. Il lago lo accoglie con una quiete che sembra respirare, e l’acqua, appena increspata, si apre al suo passaggio come se riconoscesse il suo arrivo.
Rema con movimenti lenti, lasciando che il silenzio del mattino gli scivoli addosso come una carezza. Il cielo è chiaro, attraversato da una luce morbida che si riflette sull’acqua come un velo d’argento, e il lago sembra guidarlo senza fretta, come se volesse concedergli il tempo di ascoltare ciò che dentro di lui si muove da giorni. A ogni colpo di remo sente sciogliersi un’agitazione, un pensiero, un dubbio: ciò che troverà, ciò che ha lasciato alle spalle.
Man mano che si avvicina, il castello emerge dalla foschia sottile. La sua sagoma, imponente e silenziosa, gli dà la sensazione di entrare in un luogo sospeso, dove il tempo non scorre allo stesso modo. Quando finalmente raggiunge il molo, una pace profonda lo avvolge: una quiete così intensa da sembrare viva, come se quel luogo lo stesse aspettando da molto più tempo di quanto lui possa immaginare.
Lega la barca a un piolo e osserva le altre imbarcazioni che arrivano da sole, silenziose, senza che nessuno le guidi. A vederle così non fanno una bella impressione, ma quelle cariche, quando ripartono, emanano una luce così intensa e calda da sembrare quasi magiche.
Attraversa l’ingresso e si ritrova in una grande sala colma di scatole impilate: alcune segnate dal tempo, altre sorprendentemente intatte. La luce che scende dall’alto è morbida e silenziosa, e si posa sulle superfici come una polvere dorata.
Davanti a lui si allineano tre porte di ferro, imponenti e chiuse, ognuna con una presenza diversa. La prima è scura, assorbe la luce come una notte profonda. La seconda riflette un bagliore sottile, quasi timido. La terza è gelida al solo sguardo, eppure è quella che lo attira.
Aden appoggia la mano sul metallo freddo. Un brivido gli attraversa il braccio: è paura, ma anche un impulso silenzioso, qualcosa che lo porta a varcare la soglia. Spinge la porta e una luce intensa lo avvolge, cancellando per un istante ogni forma e ogni pensiero.
Poi una voce riempie lo spazio, calma e profonda, come se emergesse dal cuore stesso della stanza.
«Per quale motivo sei qui?»
Aden sta per rispondere, ma la voce lo interrompe con una fermezza gentile:
«Nessuno ha mai osato superare questo limite.»
Il giovane inspira, cercando dentro di sé un appiglio, un po’ di coraggio.
«Non ho trovato una risposta… ma ho sentito un richiamo. Come se questo luogo sapesse qualcosa di me. E io… io voglio capirlo.»
La luce sembra ascoltarlo, inclinata verso di lui in un’attenzione silenziosa.
Poi la voce riprende:
«Non sei ancora pronto. Torna quando saprai davvero perché sei qui.»
Un vento leggero, quasi una carezza, lo accompagna verso l’uscita. La porta si richiude con un suono profondo, simile a un respiro trattenuto: un segreto che non può ancora essere svelato.
Aden torna alla locanda con il cuore confuso e pesante. Quando entra, trova il vecchio seduto accanto al camino, la testa leggermente inclinata, come se avesse già intuito qualcosa. Aden si siede di fronte a lui e racconta ogni cosa: la luce, la voce, il limite che non sapeva di aver superato.
Il locandiere lo ascolta senza interromperlo, con la pazienza di chi ha visto molte storie nascere e molte altre finire, e riconosce quando una sta per cambiare direzione.
Quando Aden termina, nella stanza rimane solo il crepitio del fuoco.
«La risposta è già dentro di te,» dice il locandiere, con una calma che non giudica. «Devi solo trovare il coraggio di ascoltarla.»
Le parole non cadono come un consiglio, ma come un invito. Aden abbassa lo sguardo, e per un istante sente che quella risposta — qualunque sia — non è lontana: è lì, appena sotto la superficie, in attesa di essere riconosciuta.
Nei giorni seguenti sente qualcosa risvegliarsi lentamente, come una luce che prende forma, come un pensiero che finalmente trova il suo posto. Ripensa ai suoi viaggi, alle strade percorse, alle persone incontrate: capisce che ha sempre cercato fuori ciò che non osava guardare dentro, e un giorno, mentre osserva l’orizzonte del lago, si rende conto che non può più fuggire.
Torna al castello. Rema con calma, lasciando che il lago lo accompagni.
Ora è di nuovo davanti alle tre porte. Le sfiora con lo sguardo, riconoscendo le stesse sensazioni, gli stessi timori, ma senza esserne travolto. C’è una calma nuova nel suo respiro e lentamente varca la soglia della stanza di luce.
La voce è lì, come se non avesse mai smesso di attenderlo, e lo accoglie senza esitazione, riproponendogli la stessa domanda:
«Per quale motivo hai varcato questa soglia?»
Aden non trema più. La domanda lo raggiunge, ma dentro di lui c’è finalmente spazio.
«Sono qui per cambiare. E per ritrovare me stesso. Ho capito che tutto ciò che ho cercato fuori era solo un modo per non ascoltare ciò che dentro mi faceva stare male. Ho passato anni a giudicare le persone che ho incontrato e a giudicare me stesso per le scelte che ho fatto. Ho indossato maschere per difendermi, per non mostrare agli altri chi ero davvero. Avevo paura della mia sensibilità, della mia fragilità, di quella parte di me che ho sempre nascosto perché temevo non fosse abbastanza forte per il mondo. Ora so che è proprio lì che devo tornare.»
La luce si fa più calda, avvolgente, come un abbraccio che non giudica.
«Hai trovato il coraggio di guardarti dentro,» dice la voce, più vicina, quasi un soffio. «La vita non ti giudica. Ti accompagna. Ogni persona che incontri è uno specchio che ti restituisce una parte di te. E quando qualcosa cambia dentro, anche il mondo intorno inizia a muoversi.»
Aden sente quelle parole vibrare nel suo cuore, un luogo che non aveva mai osato esplorare.
«Chi sei?» mormora, quasi temendo la risposta.
Il silenzio si fa sottile, poi una voce gli arriva addosso come un sussurro antico, familiare:
«Sono la tua coscienza, Aden. La parte più vera di te. Ti ho parlato nei momenti in cui ti sentivi perso. E non ti ho mai lasciato.»
Qualcosa dentro di lui si allinea. Il castello, il lago, gli specchi… non erano un mistero da decifrare, ma il luogo in cui finalmente poteva incontrare sé stesso.
La luce si ritira lentamente, come se gli stesse facendo spazio. Davanti a lui appare un banco da lavoro: strumenti lucenti, materiali preziosi, superfici che riflettono frammenti di possibilità. Al centro, uno specchio incompleto.
Aden si avvicina. Lo sfiora. Sente che lo sta aspettando.
«Questo è il mio compito…» mormora.
La voce risponde, ormai intrecciata al suo respiro:
«Sì, Aden. Tu sei il nuovo fabbricatore di specchi.»
Aden si avvicina al banco. Un’energia lo attraversa, improvvisa e leggera, come se qualcosa dentro di lui si fosse finalmente chiaro. Le sue mani si muovono senza esitazione: prende gli strumenti e, quasi senza rendersene conto, trasforma un semplice pezzo di vetro in uno specchio.
Quando lo solleva, capisce subito che non è uno specchio qualunque. Non riflette solo un volto: porta alla luce la parte più autentica di chi guarda, quella che resta in silenzio mentre la vita scorre, quella che spesso si teme perché chiede sincerità e cambiamento. Non mostra ciò che è stato né ciò che sarà: rivela ciò che sta accadendo dentro in quell’esatto momento, il punto in cui un’emozione nasce, un pensiero prende coraggio, una verità chiede di essere riconosciuta.
È uno specchio che non giudica e non inganna: mostra ciò che una persona è, prima ancora di ciò che crede di essere.
Aden lo osserva e, per la prima volta, vede l’uomo che non era mai riuscito a vedere. Qualcosa gli si scioglie nel petto: un calore semplice, pieno, quasi un amore nuovo verso sé stesso e verso ciò che può costruire per gli altri.
Il castello, il lago, le barche… tutto sembra respirare con lui, come se il mondo avesse trovato un nuovo ritmo.
E così, davanti al suo primo specchio, Aden capisce una cosa che aveva sempre evitato: per anni aveva cercato risposte ovunque, tranne che dentro di sé. Aveva camminato, viaggiato, incontrato persone, sperando che qualcuno gli dicesse chi era. Ma è stato solo quando si è guardato davvero che ha iniziato a riconoscersi.
Lo specchio che ha creato non mostra solo un volto. Mostra ciò che spesso ignoriamo: la parte che abbiamo nascosto, quella che chiede attenzione, quella che vuole essere ascoltata senza paura.
E chiunque si avvicini a quello specchio scopre qualcosa di semplice e potente: che non serve essere perfetti per guardarsi. Serve essere sinceri.
Aden lo capisce mentre osserva il vetro brillare tra le sue mani. Capisce che il suo compito non è cambiare le persone, ma aiutarle a vedersi. Perché quando ci guardiamo oltre gli occhi, oltre il corpo, oltre le maschere… troviamo la parte di noi che abbiamo lasciato indietro. E da lì può cominciare tutto.
Il castello rimane in silenzio, il lago respira piano. E Aden sa che ogni persona che entrerà porterà con sé una storia diversa, ma tutte inizieranno nello stesso modo: con un gesto semplice. Con il coraggio di guardarsi allo specchio.
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