Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “HELP!” di Valeria Miceli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

La suoneria del suo smartphone era “Help!” dei Beatles e l’aveva scelta per due motivi: il primo era che partiva con un forte e chiaro HELP! gridato a squarciagola, certamente molto meglio delle solite suonerie che, come sirene su uno scoglio, ti accarezzano per richiamare l’attenzione; il secondo è che indicava, di sicuro, quello che si richiedeva una volta risposto.

Non faceva la dottoressa e nemmeno la vigile del fuoco, quindi la percezione che avevano di lei era più di una babysitter, pagata con i soldi pubblici, che passava le sue giornate a giocare con i bambini in piscina o rotolandosi insieme a morbidi golden retriever, partecipare a concerti di arpa e infine fare cavalcate in mezzo alla natura.

Questa idea estetica di una ricca ereditiera anni ‘70, cozzava con il suo aspetto sciatto, ma funzionale: leggins dalla fantasia improbabile, maglietta bianca che aveva subito fin troppi candeggi, nessun monile a cui aggrapparsi e, soprattutto, un grembiule verde-marroncino dallo strategico color “omogeneizzato sputato”.

“HELP!”, urlò il cellulare con un tempismo perfetto, mentre varcava la soglia dell’istituto scolastico: lo zaino semiaperto in una mano e la borsa dei materiali che aveva preparato nell’altra. Si infilò il badge che teneva con due dita in bocca, mentre lasciava cadere lo zaino e lo smartphone continuava a urlare disperatamente “I need somebody, Help!, not just anybody, Help!, you know I need someone, Help!”. Raggiunse finalmente l’apparecchio, sputò il badge e rispose: “Pronto!”

La voce della segretaria scolastica la informava che la madre del bambino aveva chiamato, che si era dimenticata di non sa quale visita e che oggi lui non ci sarebbe stato: ascoltava quella voce fissando la porta che la separava dalla segreteria e si convinse che, ascoltando attentamente, avrebbe potuto sentire l’eco di una conversazione fatta in presenza.

Ringraziò per la comunicazione, riattaccò, raccolse il badge e timbrò l’uscita: fino a due anni prima, avrebbe varcato quella soglia lamentandosi del fatto che non ci si comporta così, che se il bambino non è in presenza l’educatrice non viene pagata, che i 3€ l’ora che prendeva certamente non le consentivano il lusso di fare un viaggio a vuoto a più di un’ora di distanza e che come veniva chiamata incessantemente per qualsiasi sciocchezza poteva essere avvisata per tempo, allora la segretaria avrebbe annuito annoiata e si sarebbe defilata per un non meglio precisato lavoro da ultimare; invece rientrò in macchina cercando di decidere in quale caffè spendere le ore successive in attesa del prossimo appuntamento.

Ne trovò uno molto carino con le pareti bianche, i mobili turchesi, l’atmosfera di una cartolina dal mare e che emanava quella sensazione del caffé a 5€: si sedette in una poltroncina illuminata dal primo sole estivo e ordinò una tazza di tè assieme a una grossa fetta di cheesecake. Non le importava quanto le sarebbe costata: lei aveva bisogno di un dolce, di qualcuno che la servisse anche solo falsamente gentile e di qualunque cosa tappasse l’entrata di quella voragine che le si stava aprendo dentro.

Gli unici altri avventori in quel momento era un gruppo di giovani donne dalla carnagione chiarissima e arrossata che ridacchiavano fra di loro e parlottavano eccitate in un idioma sconosciuto.

La cremosità della cheesecake le impastava la bocca, la lingua e la gola, mentre l’acidità dei frutti di bosco le ricordava che la strada per l’Inferno era incorniciata di rovi…e a lei andava bene così!

Scrollava con disinteresse il feed di Instagram, senza prestare reale attenzione a nulla, quando sentì un urlo: “HELP!”.

Afferrò con forza il cellulare per rispondere, ma non apparve nessuna schermata fluttuante; continuò a maneggiare con le applicazioni aperte non capendo dove fosse l’errore, ma poi se n’è accorse: accanto a lei una delle turiste era caduta rovinosamente dalle sue zeppe di corda e giaceva a terra chiedendo aiuto.

La guardò come si guarda un film noioso, scelto da qualcun altro, finché la cameriera e le amiche non le oscurarono la vista e tornò ad osservare lo smartphone e il piatto mezzo vuoto dove si allargava una macchia cremisi.

Fissò quello sciroppo che improvvisamente le ricordò qualcosa di sgradevole, sangue forse: la voragine dentro di lei si aprì e si girò a guardare con terrore la ragazza che veniva aiutata ad alzarsi, mentre il suo caschetto biondissimo dondolava scomposto.

Non aveva reagito a una richiesta di aiuto?

Non l’aveva nemmeno presa in considerazione?

Più si faceva domande e più la bocca di quel baratro oscuro si apriva dentro di lei, finché non si rese conto che non ricordava più perché avesse intrapreso quella carriera.

Si accasciò sullo schienale turchese e rimase immobile per molto tempo.

Quella sera scrisse una mail di dimissioni e la cooperativa non finse neppure di provare a fermarla; a fine anno scolastico salutò i suoi bambini che nel frattempo avrebbero cambiato ciclo e infine spense il cellulare.

Lo smartphone rimase spento per tre giorni e lei non ascoltò mai più “Help!” dei Beatles.

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