Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Storia di una cicatrice” di Serena Lauretti

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Le gocce di sudore sulla fronte sono attaccate alla pelle come sanguisughe. Le gambe e le mani mi tremano. Mi hanno chiamato per eseguire un’ appendicectomia d’urgenza. È il mio primo intervento da medico di chirurgia generale in autonomia, senza supervisioni.
Mentre gli infermieri e l’anestesista preparano la sala chirurgica e il paziente, sono andato con i pensieri in un luogo antico della mente. Ha la forma rotonda di una piazza dai sampietrini consumati.
Sto cavalcioni sulla bicicletta che mi ha regalato nonno. Mani sudate, gambe tese, frementi.
Anche lui ha fatto alla mia bici un intervento d’urgenza. Ha tolto le rotelle posteriori.
Era tempo di andare su due ruote.
L’infermiera disinfetta la cute del paziente. Ho iniziato a incidere con il bisturi all’altezza della fossa iliaca destra. L’ho fatto così tante volte durante la specializzazione. Le mani vanno decise. Subito dopo, invece, la vista mi si offusca come per un’ insicurezza.
Sono di nuovo nella piazza con la bici. Nel mio primo tentativo senza rotelle mi sono dato una spinta forte e sicura. Per un pezzo di strada sono andato da solo. Ho accelerato. Il cuore mi batte all’impazzata. Poi la vista mi si confonde per l’emozione e perdo l’equilibrio. Cado. Il ginocchio sinistro si è sbucciato di brutto. Sento un dolore forte che guasta tutta la felicità che stavo provando.
Mi stropiccio le palpebre. Asciugo il sudore dalla fronte. L’incisione che ho eseguito è troppo bassa, maledizione! Devo allungarla e questo significa: più sangue, tempo operatorio più lungo, cicatrice più vistosa. L’infermiera mi indaga con gli occhi. In lei intravedo un velo di incertezza e apprensione. Le faccio un cenno con la testa per farle capire che vado avanti, nonostante l’errore.
Ricomincio a lavorare. L’infermiera capisce cosa deve fare. Tamponare, tamponare, tamponare.
Intanto mi sono rialzato da terra. Nonno è preoccupato per il sangue che mi gronda dal ginocchio. Mi corre incontro e mette un fazzoletto attorno alla ferita. Risalgo in bici e do una spinta convinta. Non voglio rinunciare. Vado di nuovo da solo. Non accelero subito. Procedo cauto, sterzo piano per fare la curva della piazza. Mi sembra di perdere l’equilibrio, ma subito controsterzo.
Equilibrio recuperato.
Il beep ritmico sincronizzato al battito cardiaco del paziente mi riporta in sala operatoria.
L’infermiera mi chiede se deve tamponare ancora. Faccio cenno di sì con il capo. Ha fatto un lavoro di supporto eccellente. Entro nella cavità addominale. Riprendendo sicurezza, procedo lento e deciso a isolare l’appendice per rimuoverla. Uso la precisione chirurgica che mi sono guadagnato in tutti quegli anni di pratica da specializzando. Finalmente sto per asportarla. Le mani incidono attente e precise. Ho trovato il giusto equilibrio tra stabilità e velocità. Con un movimento netto la rimuovo. L’infermiera al mio fianco mi aspetta con il sacchetto sterile in cui riporla.
Niente più sudore freddo, solo la grande emozione per quello che le mani sono riuscite a fare dopo anni e anni di duro lavoro.
Ormai vado da solo su due ruote. Sento il vento che mi riempie i polmoni e mi scompiglia i capelli. Mio nonno mi vede sfrecciare mentre pedalo verso di lui, allarga le braccia come per abbracciarmi tutto intero, compreso di bicicletta.
L’infermiera mi chiede se si può procedere con la sutura chirurgica. Do l’ok.
Ora procedo con movimenti automatizzati. Ho fatto più suture nella vita che respiri profondi.
Non ho bisogno di pensare ai singoli movimenti. Le mani vanno spedite come quando faccio la mia firma sulle ricette mediche. Ultimo nodo di chiusura. Ho completato il mio primo vero intervento chirurgico.
Il paziente può dimenticare i giorni del dolore e dell’incertezza.
Io posso ricordare questo momento: ho salvato la sua vita.
Resta solo una cicatrice concreta dell’esistenza.
La sua sulla fossa iliaca destra, la mia sul ginocchio sinistro.

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9 commenti »

  1. Vale sempre la pena dedicare impegno a rappresentare il fatto che, dentro ciascuno di noi, coesistono più tempi. Complimenti per la sintesi di una cosa tanto complessa 🙂

  2. Grazie Mario per il bel commento!

  3. C’è un bel equilibrio dinamico nel pedalare la lettura dentro le ferite della prima volta. Se la mia appendice sentisse il desiderio di venire alla luce mi rivolgerò senz’altro al chirurgo che è in te. ? :

  4. Che bel commento originale e divertente!
    Grazie Daniele!
    Il tema delle prime volte in cui si và nel mondo sulle proprie gambe mi sta a cuore!
    Penso che lasci inevitabilmente traccia in noi con delle cicatrici poetiche!

  5. Fantastico! Merita di vincere

  6. Bella alternanza di emozioni, la prima uscita in bici senza rotelle e la prima appendicectomia senza supervisione.

    Ben scritto!

    Complimenti

  7. Il racconto si legge con piacere e la metafora tra il primo intervento chirurgico e la prima volta senza rotelle è immediata ed efficace. Forse fin troppo. Ho avuto l’impressione di capire molto presto dove ll’autrice voleva portarmi e il testo ha poi seguito quel percorso senza particolari sorprese. Mi sarebbe piaciuto vedere i due piani narrativi intrecciarsi maggiormente, contaminarsi e dialogare in modo meno lineare. Rimane comunque una lettura gradevole e ben costruita, sostenuta da una buona capacità di raccontare l’emozione e la paura della prima volta.

  8. Grazie Cristina e grazie Sergio, sono contenta che questo racconto vi sia piaciuto!

  9. Grazie Sergio e Roberto per i bei commenti.

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