Premio Racconti nella Rete 2026 “Un insolito viaggiatore” di Devid Bracaloni
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026L’aereo era già piccolo nel cielo, mentre amareggiato cercavo di dare conforto a mia moglie, per aver perso il volo all’aeroporto internazionale di Vienna.
Fino a quel momento il viaggio di nozze era stato impeccabile. Cullati dall’antico fascino imperiale della capitale austriaca, avevamo goduto di un’indimenticabile luna di miele. Ci guardammo negli occhi, chiedendoci indulgenza l’un l’altro, finché ci abbracciammo, promettendo di non rovinare il nostro periodo più bello per questa seccatura. In fondo, eravamo in un paese confinante con l’Italia e dunque, con uno o al massimo due giorni in più del previsto, saremmo tornati a casa.
Ci dirigemmo verso il punto d’informazione dei treni, perché di sicuro ci sarebbe costato meno di un altro volo. Io, da ragazzo, avevo già percorso, con la mia famiglia d’origine, l’itinerario che avremmo dovuto seguire. Acquistammo i biglietti e alcune provviste, mentre il morale di ambedue gradualmente migliorava, fino ad assomigliare a quello entusiasta dei giorni precedenti.
Il treno, diretto ad Innsbruck, partì intorno alle ventidue. Ci ritrovammo da soli nella carrozza, così proposi alla mia dolce metà di sdraiarsi, se voleva riposare un po’, dato che comunque il tragitto sarebbe stato molto lungo. Avrei sorvegliato io le valigie. Ella appoggiò, finalmente tranquilla, la testa sulle mie gambe e mentre le accarezzavo i lunghi capelli, si addormentò come una bambina. Anch’io ero sereno, ma la mente, forse per il gioco tra l’oscurità e le fievoli luci che penetravano dal finestrino, o forse per il fumo dell’aria denso di umidità, leggendo i cartelli dei luoghi già vissuti, se ne andò tanto tempo indietro. All’improvviso mi apparve un insolito viaggiatore, seduto di fronte: mio padre! Sobbalzai: era morto ventiquattro anni prima, ma poi lasciai lavorare l’immaginazione. Che altro avrei potuto fare? Non sembrava neanche un fantasma! Se ne stava lì, al suo posto, con una gamba accavallata e con l’inseparabile sigaretta tra le dita, spenta soltanto perché eravamo in treno. Mi guardava con uno sguardo così intenso, misto di ammirazione e di soddisfazione, che francamente, non gli avevo mai visto fare in vita nei miei riguardi. Non avevamo avuto un rapporto idilliaco. Egli era un uomo sicuro di sé, coraggioso, sapeva parlare bene di politica, dal nulla era diventato dirigente provinciale, mentre io, gli avevo sicuramente dimostrato di essere un bravo ragazzo, ma per i suoi gusti, ero un tipo troppo insicuro e pauroso. Ogni volta che mi rimproverava, gli restavo fermo innanzi, col nodo alla gola, senza riuscire a ribattergli nemmeno una parola, finché venivo colpito da cascate di lacrime, da fare invidia a quelle delle Marmore! Senza contare il fatto che non gli avevo mai portato una ragazza a casa e che a giocare a pallone talvolta venissi accusato dall’allenatore di essere “una signorina”, visto che piuttosto di commettere un fallo su un avversario, me lo lasciavo andare via, mettendo in pericolo la squadra. Di certo, il babbo mi avrebbe voluto più sveglio, ma non solo a scuola, dove gli davo tante soddisfazioni. Ed allora a che cos’era dovuto quel sorriso benevolo che adesso mi rivolgeva?
“Amore, stai bene?” mi chiese mia moglie, destandosi, per poi adagiarsi nuovamente su di me.
“Sì, cara, è tutto a posto,” la tranquillizzai, fingendo, “riposati. Il viaggio è ancora lungo!”
In realtà non stavo bene, ma non volevo farla preoccupare. Stavo semplicemente facendo delle considerazioni, tirando delle conclusioni, soltanto che avevo di fronte mio padre, orgoglioso di me! Era tutto così strano, perché pure io, che quel giorno mi ero dimostrato “un grullo”, perdendo il volo del ritorno, mi sentivo fiero di me stesso, di tutte le cose che ero riuscito a superare nella vita. Avevo faticato, ma alla fine ero diventato un uomo!
A Salisburgo il treno sostò per più di due ore. Con la scusa di prendere una bottiglietta d’acqua, scesi in stazione. Dei ragazzi stavano rincasando dopo la partita di Champions League della squadra locale. Li riconobbi dalle sciarpe colorate al collo. Avevo bisogno di prendere una boccata d’aria e, in quell’umidità vaporosa, ero certo che mi sarei schiarito le idee. Il mio genitore mi camminava affianco, con la sigaretta finalmente accesa, e in quel nostro muto dialogare, fatto di teneri sguardi, capii che voleva semplicemente dirmi che c’era ancora! C’era sempre stato! Durante la celebrazione del matrimonio l’avevo fatto ricordare dal prete. Prima che cominciasse la funzione, ero sgattaiolato in sagrestia per dare il suo nome al sacerdote e alla pronuncia, avevo sudato le sette camicie per trattenere le lacrime. Io e la mia sposa avevamo ricevuti tanti doni per la nostra unione, ma ritrovare lui vicino, in questo viaggio, fu il regalo più bello!
In quella sua espressione dolce e appagata, che mi accompagnava per le piattaforme della stazione di Salisburgo, c’era tutta la spiegazione e il senso della perdita del volo all’aeroporto di Vienna. C’era la complicità più tenera tra un figlio orfano e tra un padre irreversibilmente lontano, che comunque rimanevano uniti grazie allo stesso sangue. Con il potere del ricordo ebbi la convinzione che la morte non ci aveva diviso, ma semplicemente allontanato. Ogni volta che avessi avuto bisogno di lui, gli avrei potuto parlare con la voce silenziosa della memoria.
Risalii sul treno e diedi la bottiglietta d’acqua a mia moglie. Fu contenta che l’avessi presa insieme a dei biscotti. Ne mangiò alcuni e dopo si sdraiò di nuovo, raggomitolandosi sotto la giacca. Anche l’insolito passeggero aveva occupato il medesimo posto. Mentre il viaggio riprendeva in direzione di Innsbruck, osservai le sue mani. Me le ricordavo grandi, sempre ben curate e tali sembravano. Dalle mani, mi ritrovai al giorno della sua dipartita, quando un male incurabile ai polmoni l’aveva strappato via, come una quercia robusta, travolta dalla piena di un fiume. Quel giorno imparai che niente è impossibile. Avevo sempre ritenuto il mio babbo un uomo invincibile, anzi sarebbe meglio dire immortale e invece era lì, disteso sul letto matrimoniale, come un qualsiasi essere umano privato del soffio vitale. Fu uno dei momenti più bui della mia esistenza. Credo che l’unica cosa che mi abbia aiutato allora, sia stata l’incoscienza dei diciotto anni e il fatto di avere tutto l’avvenire davanti. Nella penombra di quella carrozza, sopraggiunta alla stazione della capitale del Tirolo, pensai che se avevo resistito alla morte di un eroe, qual è un padre per un figlio, l’avevo fatto anche per lui, affinché vivesse ancora. Ecco, perché il suo volto si dimostrava così orgoglioso: perché realizzandomi non avevo fatto altro che compiere il progetto che egli desiderava per me.
La notte iniziò ad essere insidiata dall’alba, allo stesso modo dei miei occhi offuscati dal sonno. A breve avremmo attraversato il confine e al Brennero avremmo trovato la coincidenza per Bolzano.
“Cara, svegliati, tra poco dobbiamo scendere!”
Ella si stiracchiò e senza obiettare niente, mi sorrise, entusiasta di fare tappa in Alto Adige. Prima di lasciare il vagone, mi volsi verso il mio babbo. Aveva un’altra sigaretta tra le dita. Lo vidi osservare il paesaggio, per poi rivolgere malinconico gli occhi in alto. Forse voleva dirmi di godermi la vita, senza lamentarmi troppo: era così breve! Forse non voleva lasciare di nuovo la terra, per quanto il cielo fosse invitante alle prime luci dell’alba, tra le vette bluastre delle Alpi.
Mi accorsi di piangere, ma c’eravamo fermati.
“Amore, andiamo! Siamo arrivati!”
Nonostante quel richiamo, gettai ancora lo sguardo dentro la carrozza. L’espressione di mio padre era diventata severa. Aveva ragione! Pretendeva che fossi un uomo e avessi cura della famiglia che avevo appena formato! Obbedii, tirai sul col naso e mi asciugai il viso alle maniche della giacca a vento. Una volta sceso, mi arrestai a guardare in direzione del treno, finché scomparve nella nebbia insieme all’anima del mio genitore.
Mia moglie non s’era accorta di niente!
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