Premio Racconti nella Rete 2026 “Il velo” di Mario Manduca
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Matilde si blocca sull’uscio di casa.
«In bocca al lupo» le dice sua madre.
Lei si volta, risponde: «crepi», finge un sorriso e se ne va.
Percorre le scale del palazzo in apnea. Fuori, il mattino sta ancora dormendo. Il cielo ha gli occhi socchiusi ed emana una luce torbida che sfiora la strada calma, priva di rumori, con poche macchine e persone dalle ombre piccole. L’anfiteatro giace al solito posto, alle spalle di cancelli decrepiti e pini mozzati. Tutto è avvolto in un velo di tristezza. Matilde fa un respiro e comincia la salita. Lontano, vede il treno passare sul ponte della stazione ma non accelera, continua a trascinare i passi con indolenza. Una volta arrivata compra il biglietto, lo timbra e raggiunge il binario. Il treno è ancora lì. Una ragazza riesce a prenderlo dopo una grande corsa. Matilde lascia che le porte si chiudano e spia la sconosciuta mentre riprende fiato e si fa spazio. Emana energia, forse ha una giornata importante davanti a sé. Matilde pensa a sua madre, stretta nella vestaglia, con gli occhi in cerca dell’invisibile. Avrebbe voluto mostrarle la stessa carica rassicurante. Invece la sua giornata è diversa, schiacciata dal peso di un segreto che spera di aver tenuto nascosto.
Un nuovo treno arriva. Matilde vi sale, si accomoda vicino al finestrino e osserva, disincantata, il paesaggio che sbadiglia e pian piano si sposta. Il mare disadorno rinfresca la terra sospinta da una forza imprudente. Non c’è equilibrio nelle immagini senza tempo, solo l’incomprensibile terrore della bellezza ferita. L’amore è morto. Per un attimo distingue, lontana e minuscola, la finestra della sua stanza. Non esiste altro posto al mondo che vorrebbe vedere svanire quando si allontana, pensa, poi l’ingresso in galleria le provoca un sussulto e nel vetro appare il riflesso della sua faccia stanca.
Durante la notte Matilde si è svegliata ma non riusciva a muovere nessuna parte del corpo. Sentiva il letto scuotersi, le pareti crepare, i libri cadere dalle mensole. Pensava di morire sotto le macerie del terremoto quando le palpebre si sono spalancate sul buio pesto. Con il cuore pronto a schizzarle dal petto da un momento all’altro, è corsa in camera di suo fratello. Il letto era vuoto, il lampadario fermo. Anche i genitori dormivano beatamente. Così, l’incubo svaniva per fare posto all’angoscia che lo aveva generato e non lasciarla più.
Fuori dal tunnel, il treno si ferma a Bagnoli, dove Matilde scendeva per andare al liceo. Ricorda che l’anno più bello fu il primo, quando il fratello frequentava l’ultimo. Le piaceva tanto fare la strada insieme per poi salutarsi prima di entrare in classe. Tutti gli volevano bene e lei amava essere la sorella di Lorenzo. Il giorno dell’esame di maturità Matilde chiese di non essere accompagnata, ma Lorenzo le fece una sorpresa e andò a prenderla con il motorino nuovo. Una volta uscita, Matilde aveva lo sguardo cupo. Lui la abbracciò e la portò a mangiare un gelato. Al tramonto, guardando le isole ed il vulcano, Matilde rimuginava sull’esame. Lorenzo le appoggiò le mani sulle spalle e le chiese cosa volesse fare da grande. Lei rispose d’istinto: archeologia. Lui la prese in giro ma si rincuorò del fatto che non avesse in mente di seguirlo a fisica. Al ritorno Matilde si strinse alla sua schiena e pensò che l’avrebbe seguito ovunque. A casa c’era una cena inaspettata. Ripeteva che non c’era niente da festeggiare ma i suoi genitori volevano farle sentire la loro vicinanza. Brindarono al futuro. A fine serata entrambi le dissero che era arrivato il momento di crescere. Matilde promise che le cose sarebbero andate meglio all’università perché avrebbe potuto finalmente organizzare il proprio tempo e studiare quello che più le piaceva. Quando le chiesero cosa, Matilde guardò per un istante Lorenzo ed immaginò un tempo lontano in cui lui scopriva qualcosa nello spazio profondo e lei una rovina in un angolo remoto del pianeta e capì che la fisica e l’archeologia non sono materie così diverse, entrambe guardano più indietro e lontano possibile per capire meglio le cose della vita. Entrambe scavano. Poi guardò di nuovo la mamma ed il papà e rispose che avrebbe studiato ingegneria, per seguire le loro orme.
Alla fermata di Campi Flegrei Matilde dovrebbe scendere. Nonostante abbia già deciso da un pezzo che non lo farà, è agitata da un dubbio. In una sorta di trance, vede l’universo parallelo in cui esce dal treno, si incammina verso l’università, sale al nono piano e risponde presente all’appello per sostenere l’ultimo esame che la separa dalla laurea triennale. La realtà si svela un’istante alla volta e lo stridio dei freni si fonde con l’eco dell’inquietudine di Matilde, che resta ferma mentre il treno riparte.
William le direbbe che gli universi paralleli non esistono e che sono una scusa di chi non ha il coraggio di guardare il mondo quantistico negli occhi. Quella sera, lui le spiegò che la fisica quantistica ammette la sovrapposizione di due o più stati in una particella, fino a quando questa non viene osservata. Come nella famosa storia del gatto vivo o morto nella scatola. Questo non significa, tuttavia, che esistono due dimensioni diverse, una in cui il gatto è vivo ed una in cui il gatto è morto. Matilde ripete il ragionamento nella sua testa ed è certa di non sapere quale sia ora il suo stato. Sta andando e non andando a fare l’esame. Forse lei non è il gatto, ma la scatola. Oppure è l’unica osservatrice di sé stessa, con il potere di decidere la verità anche per gli altri.
Dentro questo smarrimento, Matilde si sente in colpa.
A Mergellina salgono alcuni turisti. C’è un gruppetto di georgiani: si capisce dalle bandiere che indossano tipo mantello e le magliette di Kvaratskhelia. Matilde li guarda ed il suo destino diventa ancora più chiaro. Pensa a quanto deve essere bello finire gli esami proprio giovedì 4 maggio 2023. Lei non lo saprà mai, eppure è questa la bugia che dovrà raccontare.
Come il treno, finisce sottoterra. Vorrebbe piangere ma deve continuare ad inventare. Quale domanda le avrebbe fatto il professore, si chiede. Sicuramente una sulla Teoria di Rankine e lei avrebbe risposto con discreta sicurezza: la Teoria di Rankine si usa per studiare il problema della spinta delle terre sulle opere di sostegno. Essa considera i casi di spinta attiva e passiva, calcolandone i rispettivi coefficienti che rappresentano i valori limite, inferiore e superiore, del rapporto tra le tensioni efficaci orizzontali e verticali. Se questi valori vengono superati è un problema. L’ingegneria è un po’ tutta una grande schematizzazione della complessità. È una cosa che fa sentire importanti. Gli ingegneri ritengono di essere gli unici depositari della cultura logica e della capacità di ragionare. Sono i sacerdoti della tecnica che tramandano nei secoli i loro comandamenti: noi non siamo farmacisti; architetto chi molla; i fisici sono troppo filosofi; io sono una persona razionale, non mi faccio condizionare; io analizzo, poi agisco; io non voglio avere ragione, è oggettivo; hai visto? Te l’avevo detto. Che noia mortale. Gli ingegneri sono talmente noiosi che non sono in grado di capire e valorizzare l’effettivo fascino della disciplina che decantano. L’intento di progettare la realtà attraverso modelli semplici, infatti, è molto nobile. Alla base c’è tanta conoscenza scientifica, ma ci sono soprattutto curiosità e creatività. Gli ingegneri sono pazzi squinternati che si eccitano per cose tipo i vettori, le matrici, le calcolatrici, seni, coseni, tangenti, alfa, beta, gamma, Pi greco. L’inerzia. L’equilibrio. Bisognerebbe creare un corso di storia dell’ingegneria per capire come tutto sia intimamente connesso e agire nel segno della relazione fra le cose. Invece ci si isola, deprime ed affanna a studiare argomenti difficili e senza contesto, con la incessante ansia del risultato, con docenti severi con chi non è come loro e colleghi pieni di cazzimma.
Una volta un professore, nel bel mezzo di un esame, le disse:
«Signorina, noi siamo ingegneri, non uccidiamo le mosche con i cannoni».
Lei andò nel pallone per una domanda semplice. Non riuscì a disegnare correttamente un grafico del momento flettente e da lì il professore cominciò a raschiare le sue incertezze. Le parole si nascosero nella mente. Qualcuno rise alle sue spalle e Matilde si arrese al suono del fatidico ci vediamo a settembre. Stremata, si alzò e se ne andò. Fece un lungo giro senza meta, alla ricerca di universi paralleli. Disse ai genitori che aveva rifiutato ventitré. Loro risposero che doveva impegnarsi di più e lei annuì, promettendo che lo avrebbe fatto. Lorenzo, invece, raccontò che aveva vinto il concorso per il dottorato in fisica delle particelle e non vedeva l’ora di cominciare. Matilde chiamò William e gli chiese un appuntamento per una lezione straordinaria, lui le disse che poteva raggiungerlo quella sera stessa.
La corsa di Matilde si interrompe a Montesanto. Sulle scale mobili che salgono, pensa che nel tempo non sia cambiato nulla. Le stazioni, gli scorci, i sediolini, i finestrini. Persino le espressioni delle persone che scendono dall’altra parte. Tutto trasuda un senso di abbandono dove lei stessa si riconosce: stagnata in una moltitudine di tempi, a girare attorno ai problemi. Ricordi e rimpianti di una vita dedicata a gettare il futuro all’indietro, farlo correre in avanti fino allo scontro con il presente che si ingorga, come grumi di grasso nelle vene, fino all’infarto.
Il cielo adesso ha uno sguardo intento. Matilde ama la piazzetta della stazione perché non ha nulla di straordinario, ma sembra un luogo in pace. Al centro c’è un giardino di ulivi, panchine sporche e libri usati. Matilde fa un giro su stessa e vede il giallo povero dei palazzi, pieni di finestre aperte che accolgono l’aria fresca insieme alle notizie del sole, i vicoli ruvidi dove la luce sta nelle tasche e nelle bocche, nei bambini con lo zaino, nelle buste della spesa, nei cancelli socchiusi. I piccioni, che fanno il loro vero, stanno sui cornicioni e sui cavi, in procinto di rovinare le capigliature o le giacche dei passanti. Matilde sorride e riprende il cammino. Ricorda un chioschetto che non esiste più. Vendeva pezzi salati e dolci, tutti a cinquanta centesimi. Lei prendeva sempre la brioche, di cui mangiava prima la sommità. La staccava con le mani, la annusava, la mordeva. La viuzza che porta alla funicolare è umida. Profuma di sapone. Il trenino scende. Il chiasso e gli odori sono rigogliosi. Napoli è centrifuga. Tutti stanno pensando ad altro, ma nessuno lo rivela. Ogni cosa è carica di energia potenziale massima, le persone nascondono nei gesti un riservato desiderio di festa che salta di mano in mano e raggiunge il cielo, più affollato delle strade, attraverso gli sguardi. Ci sono bandiere, striscioni, stendardi, calciatori come santi e festoni di ogni tipo che stringono i palazzi come dita che si incrociano, stendono al suolo la propria ombra e, mossi dal vento, restituiscono un suono incantevole. C’è un murales in memoria di un bambino che sporge all’angolo di due palazzi. Napoli è centripeta. Matilde annega nell’ascolto e capisce che tutto è già per sempre. Azzurro come il mare: è così che vorrebbe invecchiare.
Le piacerebbe vivere nella Pignasecca. In fondo lei è una turista. Subisce il fascino. William, quella sera, provò a spiegarle perché siamo attratti da una cosa piuttosto che da un’altra.
Ricorda ogni sillaba:
‹‹Tutto si espande finché non viene osservato. Poi collassa. Le galassie, le parole, i significati. L’amore, il dolore. Tutto. E nelle esperienze che facciamo, di qualsiasi tipo esse siano, raccogliamo e depositiamo informazioni. Quelle che raccogliamo sono parte delle ragioni che ci spingeranno a fare altre esperienze. Quelle che depositiamo vengono da molto lontano›› disse.
‹‹Lontano quanto?›› chiese lei.
‹‹La domanda giusta non è quanto. È quando›› rispose lui.
Un’ambulanza strilla e fugge su Via Toledo. Il suono rimbalza e muta nello spazio. Matilde lo insegue e si domanda quando sia cominciato tutto. Forse quando raccontò della sua prima volta a letto con un ragazzo che in realtà non era mai avvenuta; quando lasciò lo sport nonostante fosse brava perché, come diceva, non le interessava ma invece non sopportava più la competizione ed il giudizio altrui; quando bambina tornava da scuola e diceva che era andato tutto bene e nascondeva nel portaombrelli il diario con l’assegno per non farsi controllare; quando voleva la bicicletta e la mamma ed il papà la accompagnarono al negozio dove vide qualsiasi giocattolo tranne la bicicletta. Tutte le volte che ha detto sì pur di non dire no e non è riuscita a mantenere gli impegni. Quando è nata e si racconta che non pianse e da quel giorno non lo ha mai fatto, non ci è mai riuscita perché Matilde non piange. Tutto sta ricominciando adesso, con l’ennesima Matilde che esisterà per tutti, tranne che per sé stessa.
Il suono svanisce nel tempo. La pelle si accartoccia in una vertigine. Ciò che è lontano per lei è vicino per qualcun altro, pensa. Forse William intendeva questo. O forse no.
Matilde cambia direzione.
Piazza Dante è ampia, assolata, ma in qualche modo fredda. Ci starebbe bene una pioggia scrosciante e tanti ombrelli. Il poeta è di spalle, controluce, incorniciato nell’azzurro. A Port’Alba le persone si fermano alle bancarelle. Cercano storie, cercano tempo. Matilde continua a camminare, aspettando altri richiami. C’è un angelo con la faccia di Maradona disegnato su un muro. Porta una coppa ed un messaggio: un soffio di fiato, un attimo ancora.
La nostalgia la travolge.
Lorenzo e William facevano un gran baccano. Matilde era in camera sua, cercava di fare i compiti. Si mise ad origliare. Parlavano dell’universo e delle cose da cercarvi dentro. Materia oscura, buchi neri. Non erano d’accordo. Sentiva i colpi dei gessetti e le imprecazioni. Dopo poco, tornò la calma. Bussò alla porta. Nessuna risposta. Curiosa, aprì lentamente.
‹‹Okay, mi hai convinto. Bastardo›› disse Lorenzo.
I due si accorsero della presenza di Matilde e Lorenzo fece le presentazioni:
‹‹Cara Matilde, ho il piacere di presentarti lo Shakespeare della fisica quantistica. Sir William, lei invece è mia sorella, la Lara Croft di ingegneria››.
Dalla finestra si vedeva il mare scuro. La luce intermittente del faro sulle onde distanti. William si alzò, fece un inchino e disse:
‹‹If we shadows have offended››
Matilde arrossì, sgranchì la voce e rispose:
‹‹Fate un po’ meno casino, sto cercando di studiare di là››.
Poi richiuse la porta.
La via della musica è silenziosa. Matilde prova a godersi la discesa all’ombra di alberi che non sa nominare, ma è troppo impegnata a scansare ponteggi e tavolini. I negozi e le botteghe sono semivuoti. Alla fine della strada c’è Santa Chiara. Matilde ne segue il campanile in tutta la sua altezza fino a quando viene accecata. Si volta verso Spaccanapoli e si ferma. Un tappeto di carne sta sulla via. Sembra essere accaduto l’evento più importante del mondo, oppure una tragedia. Nulla è distinguibile: le voci, gli odori, le insegne, gli ingressi dei palazzi, gli adulti, i bambini, i maschi, le femmine. È un’equazione senza soluzione. Matilde si arma di coraggio ed attraversa la strada una spallata alla volta, incapace di scegliere dove mettere i piedi. Eppure, in questo fiume in piena, comprende una singolare sensazione di allegria nelle facce disordinate e sudate della gente e, nonostante tutto, le sembra di volare. A San Domenico Maggiore si respira. Ai piedi dell’obelisco c’è un concerto. Una melodia la trafigge:
“L’unica verità pe’ tutt’ quante sarria chell’ ‘e fui’… Ma po’ addo’ jamm’”
La manciata di ore trascorse da quando ha lasciato casa si condensano in un punto. Matilde pensa: il tempo, qualsiasi cosa sia, si è rotto. Chiunque deve saperlo. Chiude gli occhi ed immagina il canto propagarsi in un viaggio attraverso i vicoli del cielo per arrivare alle orecchie di tutto il mondo. Un mondo azzurro.
In Via Francesco De Sanctis Matilde è giunta a destinazione. Segue la lunga fila. Dopo la paralisi del sonno, ha comprato un biglietto per andare a vedere il Cristo Velato alla Cappella Sansevero. Mentre lo esibisce pensa a William, che in questo momento sarebbe fiero di lei.
Non immaginava di trovarsi subito al cospetto del Cristo morto. Timidamente, fa il segno della croce.
‹‹Guardi che la Chiesa è sconsacrata. Questo adesso è un museo›› le dice l’operatrice turistica.
Matilde fa finta di non sentire.
‹‹Signorina, vuole un’audioguida?››
‹‹Si. Grazie››
‹‹Sono tre euro e cinquanta. Buona visita››
Matilde preme un tasto e segue il percorso consigliato. Apprende qualche notizia sul Principe Raimondo di Sangro, sulla massoneria napoletana, ma non tiene il filo. La sua attenzione cade sempre sull’opera principale. Finalmente, la voce registrata la invita ad avvicinarsi ad essa. Matilde si fa spazio in un cerchio di persone e osserva. Non sa su cosa concentrarsi. I simboli della passione stanno ai piedi della salma di Gesù. Ci sono i chiodi con cui è stato crocifisso. I buchi nelle mani sembrano ancora bruciare. Il ventre è svuotato, si vedono le ossa del costato, una ad una. Sottili, dure. Il volto sembra aver esalato l’ultimo sospiro in quell’istante ed in tutti quelli successivi. Infine, il velo. Uno spessore infinitesimo di trasparenza che separa la vita dalla morte.
‹‹E adesso avvicinatevi alla statua della Pudicizia», dice la voce nelle orecchie.
C’è un bambino impertinente che con i palmi delle mani si spinge contro la base della statua. La guardia giurata gli intima di smetterla. Il bambino strilla e la madre lo tira per il braccio portandolo via. Matilde prova ad isolarsi. Osserva i dettagli della scultura e pensa alla Iside Velata ai Quartieri Spagnoli: due donne con il volto in tensione dentro un velo, in procinto di dimenarsi. Intanto, la registrazione è andata avanti e sta parlando del blu oltremare. Matilde alza lo sguardo verso la cupola ed ammira il colore della notte più romantico che abbia mai visto. Non riesce a capire il tema della rappresentazione perché viene colpita da un turista che sta indietreggiando per scattare una foto al Disinganno. La guardia giurata lo ferma violentemente, minacciando di farlo uscire. Lui si scusa. Matilde lo osserva da capo a piedi. Ha delle scarpe aperte che mettono in mostra le dita. Matilde si concentra sul cotto napoletano, che ha il colore del sole che muore. Spegne l’audioguida e guarda attorno a sé. Chissà come doveva essere Napoli molti anni fa, si domanda, quando persone intelligenti venivano qui per esserlo ancora di più. Adesso la gente riesce solo a risucchiare lo spazio, lo spazio gratta sul tempo, ed a scorrere rimane solo quello del dolore. Prova ad affacciarsi nuovamente sul Cristo. Vuole salutarlo. Non lo vede e cambia prospettiva, poi ne cambia un’altra e, finalmente, riesce a guardarlo nei suoi occhi grigi, freddi. Protetti. Lei non dovrebbe essere lì, in questi istanti avrebbe dovuto salutare e ringraziare il professore e tirare un bel sospiro di sollievo per una meritata soddisfazione. È questo che credono tutti. Nel nome del padre, del figlio, e dello spirito santo. Matilde lascia cadere l’audioguida e scappa. Percorre le scale, dà uno sguardo fugace alle macchine anatomiche, passa per il bookshop dove si vendono solo articoli che non servono a nulla, ignora tutti e si ritrova nuovamente in strada. Raggiunta una zona spaziosa, incastra la schiena nell’angolo di un portone e fa alcuni respiri profondi.
All’improvviso, la faccia di suo padre le compare davanti. Matilde è spaventata e si spinge con forza all’indietro nella speranza che il tufo la inghiotta. Quando comprende che non può fare altro che palesarsi, il padre svanisce dietro l’orologio. Scatta il minuto successivo e riappare guardando la figlia dritta negli occhi. Matilde balbetta:
‹‹Papi›› e respira, ‹‹Scusami. Non avevo sentito››
La voce dell’uomo è in apprensione e mentre le domanda se può parlare, Matilde struscia le spalle lungo il muro, accovacciandosi lentamente.
‹‹Si, non ti preoccupare. Che succede?›› replica Matilde facendo finta di non capire.
‹‹Ma niente, Matì, che deve succedere?! Hai finito?››
Nessuna risposta.
‹‹Matì, mi senti? Come è andata?›› insiste.
Matilde è seduta sui sanpietrini umidi e sente di nuovo il terremoto nel cuore, dove tiene in ostaggio la verità. Vorrebbe raccontare tutto, ma non ci riesce, come sempre.
Lunghi attimi di incredulo silenzio si intervallano alle parole del padre, pronunciate con calma:
‹‹Mati, ma che stai dicendo? Ventotto? Assafà! È finito l’incubo! Sta tua madre qua, te la passo››
‹‹Tesoro, ventotto? Te l’avevo detto che sarebbe andata bene. Tenevi una faccia stamattina. Ci hai fatto preoccupare per niente›› strilla entusiasta, e poi: ‹‹Congratulazioni!!!››
Matilde risponde con flemma: ‹‹Perdonatemi, solite ansie. Grazie. Grazie di cuore. Voi come state?››
Pasquale e Silvana non potrebbero stare meglio, la figlia ha finito gli esami e stanno preparando la serata per vedere Udinese-Napoli a casa con alcuni amici. Le chiedono di unirsi a loro, però Matilde svia.
‹‹Non lo so, vorrei andare a trovare William›› risponde.
‹‹William? Va bene. Matilde ma è tutto okay? Vuoi che ti accompagniamo noi?›› chiede la madre con tono preoccupato.
‹‹No e che venite a fare pure voi. Voglio raccontargli come è andata, tutto qua››
Matilde cerca di mantenere un tono sereno, come se tutto fosse nella norma. Ha gli occhi stracolmi di pianto. Li stringe ed una lacrima minuscola si posa sulla superficie delle sue labbra. Con la lingua ne assapora l’intensità. Saluta i genitori ripetendo che sta bene e facendosi strappare la promessa che sarebbe tornata a casa per la partita. Resta seduta al suolo ancora un po’. La gravità la spinge sempre più in basso. Matilde immagina di stendersi, e lo fa.
Desidera sparire dalla faccia della terra.
Ci vorrebbe un velo, pensa.
Si rialza e si incammina. Il ricordo di quella sera si fa più intenso che mai.
William era in posa sulla porta, con indosso solamente una maglia bianca e le mutande. La testa completamente rasata. Sigaretta tra i denti. Era il 4 marzo 2022. Pioveva.
‹‹Gesù ma che hai fatto in testa?›› esordì Matilde mentre scuoteva l’ombrello.
‹‹Niente, ho anticipato l’inevitabile›› disse William.
Matilde non commentò. Fece alcuni passi in avanti. Tirava su con il naso e muoveva la testa come a cercare qualcosa.
‹‹Ma che è sta puzza di bruciato?!›› Esclamò.
‹‹Cazzo!›› rispose William e corse verso la cucina.
Il caffè era da rifare. Matilde lo prese in giro.
‹‹L’inevitabile è inevitabile›› gli disse.
Entrambi risero. William andò in camera per finire di prepararsi. Dalla finestra Matilde cercava il tramonto tra i palazzi, mentre riscaldava le mani vicino il fornello.
‹‹Come stai?›› Le domandò William una volta rientrato, con un quadernone di appunti tra le mani.
Matilde stava male. Ripensava in continuazione alle mosche ed i cannoni.
‹‹Non mi lamento. E tu?›› Rispose.
‹‹Una chiavica, come sempre››
Ancora risate. Mentre il caffè stava uscendo e tutto stavolta era sotto controllo, William sfogliava le pagine concentrato e disse:
‹‹Ma come ti è venuto in mente di rifiutare il voto? Mo’ quando sta la prossima data?››
Matilde era assente, persa nel borbottio della caffettiera.
‹‹Oh, Matì, ci sei?›› Continuò William.
‹‹Si, scusami. Fra due settimane›› rispose e versò il caffè.
William accese un’altra sigaretta, seduto e con i gomiti appoggiati al tavolo. Con una mano si accarezzava la testa. Matilde non riusciva a stare ferma. Sorseggiava in piedi, passeggiando qua e là per la stanza, con lo sguardo alto. Lui la guardava e immaginò la luna compiere il suo giro. Gli occhi di Matilde indugiarono su un quadretto appeso sopra la porta.
‹‹Ma è nuovo questo?›› Gli chiese.
‹‹Veramente no››
Un cavallo nero correva in una prateria e sembrava poter uscire dalla cornice. Matilde si domandò come avesse fatto a non averlo notato prima.
‹‹Bella foto, l’hai fatta tu?››
‹‹Si, ero in Inghilterra››
‹‹Inghilterra? e che ci facevi?››
‹‹Scansavo l’inevitabile››
‹‹Cioè?››
‹‹Poi te lo racconto››
Il sole calò senza farsi vedere, gli argomenti di studio furono sviscerati come si deve, insieme a tanti altri di cui Matilde capiva poco e chiedeva tanto. Il caffè fu sostituito da due birre fresche.
‹‹Ti va se ci spostiamo in camera tua?›› Chiese Matilde.
William annuì. Lei continuò a curiosare.
‹‹Non mi hai mai spiegato perché hai il poster di Papa Wojtyla appeso al muro›› affermò.
‹‹Semplice. Perché chiese scusa a Galileo›› rispose lui.
‹‹E tu hai mai chiesto scusa a qualcuno?›› Gli domandò lei ancora, un po’ interdetta.
William aveva lo sguardo fuori dalla finestra. Fumava. La pioggia cadeva di traverso, spinta dal vento.
‹‹Tante volte, tranne una››
‹‹E hai mai detto una bugia, invece?›› proseguì.
William si girò verso Matilde, seduta, in attesa di una risposta. Lei abbassò lo sguardo e lui, con un gesto tenero, le alzò il mento e le chiese:
‹‹Cosa c’è che non va?››
‹‹Niente. Niente di particolare››
‹‹È solo un esame Mati. Il professore ha fatto lo stronzo ma tu sei brava, fidati di me. Credi di più in te stessa››
‹‹Lo so, lo so. Ma infatti figurati, non ci stavo pensando sinceramente. La prossima volta andrà meglio›› sviò lei.
‹‹Tu le bugie invece non le sai proprio dire›› scherzò lui.
Matilde si alzò di scatto, andò verso la finestra, si poggiò al davanzale e disse:
‹‹Invece sono molto brava. Purtroppo››
La penombra della stanza avvolgeva i loro corpi. Odori di libri e di fumo. Lui la osservò ancora. Le sembrava la particella di vita più piccola dell’universo, persa nell’indeterminato.
‹‹Cosa sai della gravità?›› le domandò.
Matilde si girò verso William e senza dire nulla inclinò la bottiglia di birra verso il basso fino all’attimo prima che potesse cadere a terra. Poi la tirò su e fece un sorriso.
‹‹Brava, hai centrato il punto. La verità è la stessa cosa››
‹‹E cioè?››
‹‹È scontata››
Il cuore di Matilde cominciò a battere più forte quando William si avvicinò a pochi centimetri da lei. Lui cominciò a fissare i suoi occhi, semichiusi come l’orizzonte degli eventi. Poi affermò:
‹‹Io immagino la gravità più come ciò che non si dice. Come la grande bugia in cui, paradossalmente, ci sono tutte le risposte››
Matilde non sapeva cosa dire. Il viso di William le stava davanti ed era serio. Illuminato. Quando affrontava questi argomenti, che per lui significavano tutto, i suoi occhi neri acquistavano un brillio che Matilde faceva fatica a spiegare.
‹‹È una reazione. Capisci? Mentire è un sentimento. Per questo è normale e per questo è necessario, come il dolore che può portare con sé. Chi mente non va smascherato, va approfondito. Va protetto con un velo›› concluse William. Seguì un lungo silenzio di sguardi in bilico, aggrappati l’uno a quello dell’altro.
Lo ruppe lei per prima.
‹‹Stai bene senza capelli›› disse, e lui provò a baciarla.
Tutto il corpo di William era in tensione verso Matilde. Le labbra pallide, i denti piccoli, l’alito di fumo. La faccia scavata in ferite di sonno e pensieri. Il petto troppo stretto per il suo cuore. Il rumore della pioggia sul vetro. Matilde immaginò tutto e lasciò la bottiglia cadere al suolo, poi scostò la testa. Il liquido bagnava le loro scarpe. Matilde provò a parlare.
‹‹Non ti preoccupare, va tutto bene. Vado a prendere uno straccio›› disse William.
Matilde era incredula. Rimbombavano in lei tutte le cose che avrebbe voluto dire. Scuse di ogni tipo, strette nelle fauci e nei pugni. Una vampata interna la fece barcollare. Aprì la finestra. Il vento arrivò forte. La richiuse subito. Dal muro cadde una cornice. Matilde la raccolse. Un’altra foto che non aveva mai notato. Intatta, per fortuna. Un bambino ed i genitori sorridevano. Sullo sfondo una piramide. L’archeologia: pensò. William, tornato, le prese la foto dalle mani e la mise apposto.
‹‹Non ti preoccupare, va tutto bene›› disse di nuovo e cominciò a pulire.
Matilde non riusciva a fare niente. William raccontò una storia:
‹‹Stavo partecipando ad un progetto per l’università. Un giorno mi chiama papà ed io avverto un brivido lungo la schiena. Non rispondo. Lui richiama ed io non rispondo di nuovo. Cominciai a piangere. Non so come, ma sapevo già cosa volesse dirmi. Alla terza chiamata, rispondo e lui mi dice…››
Si alza, prende fiato, non guarda Matilde. Prosegue:
‹‹Mi dice che la mamma è morta. Stava già male ed io lo sapevo. Non riuscii a tornare in tempo per il funerale e sono caduto in una depressione tale che non mi ha permesso di finire gli studi, fino a quando mio padre se ne è andato pure lui ed io sono rimasto solo con le mie lezioni private, le mie ricerche inutili. Mia madre, prima che scegliessi di partire, mi chiese con un filo di voce di non andare via. Io il giorno dopo ho fatto il biglietto per Londra. Ecco cosa ho fatto in Inghilterra››.
All’improvviso, il telefono di William cominciò a squillare. Era Lorenzo. William rispose.
‹‹Perdonami, devo andare. Abbiamo un appuntamento importante›› disse lui con la morte nel cuore.
Gli occhi di Matilde caddero.
‹‹Perché?›› Chiese. Non riuscì a dire altro.
‹‹Pensavo: se non la vedo, lei vivrà per sempre. Mi sbagliavo. Il margine entro cui scorre il tempo non è quello di verità e menzogna, Matì. Né quello di passato e futuro. È quello di vita e morte. Suicidio e miracolo››.
Si salutarono e non si videro mai più.
Matilde ha camminato per ore. Attraversa un viale di cipressi e raggiunge William, ormai da quella sera fermo nello stesso spazio e nello stesso tempo. Si ferma dinnanzi a lui, con lo sguardo distante anni luce, impegnato a mischiare i ricordi con i sogni in una preghiera effimera, che sa di bestemmia. Prova una sensazione di angoscia nuova, figlia di una consapevolezza che per la prima volta appare nella sua testa. Gli universi paralleli e la sua vita si stanno per incontrare in un evento. Un brivido freddo si arrampica dietro la schiena di Matilde ed arriva a cingerle il collo. Non c’è altra soluzione, pensa. Un’immagine si forma nella sua testa. Una sfera di buio, un buco nero che si ingrossa sempre di più, attirando tutto dentro e fuori di sé. È così che fa il dolore, può solo crescere, come l’entropia. Strati su strati su strati che, anche se profondi, esisteranno per sempre e per sempre condizioneranno la vita. Matilde cade in ginocchio e capisce che se tutti credono che lei abbia finito gli esami, adesso danno per scontato che il prossimo traguardo sia la laurea. Si vede sul tetto dell’università lanciarsi in volo mentre tutta la sua famiglia ed i suoi amici sono in Aula Magna in attesa che discuta la tesi, tutti ben vestiti e sorridenti; oppure fingere di andare in bagno, ingerire una boccetta di sapone e poi scappare fuori verso il treno, per proiettare nel mare il suo ultimo spaesamento; oppure non arrivare mai all’università e tagliarsi sotto la doccia o impiccarsi alla trave del garage. Vede il suo funerale, la sua tomba. Il vuoto perpetuo e senza limiti della fine. William.
Il fiato rallenta, il corpo trema.
‹‹Matilde››
Lei fa un balzo, scattando in piedi e voltandosi.
‹‹Lorè?! Ma che ci fai qua?›› dice a voce alta.
‹‹Me l’hanno detto mamma e papà, ho fatto prima che ho potuto››
Matilde per un attimo si sente violata e si arrabbia, poi vede lo sguardo affaticato e fragile del fratello. I suoi capelli lunghissimi e sudati, come se stesse correndo da tutta la vita. Ha in mano un mazzetto di fiori.
Matilde si libera.
La sua faccia si deforma in un pianto. Lorenzo la stringe a sé. A stento trattiene le lacrime e singhiozzando rincuora la sorella. Matilde è in preda alla disperazione. Il suo è un pianto sguaiato, folle. Tiene il colletto di Lorenzo con le unghie e lo strattona. Lo guarda. Le orbite dei loro occhi si incrociano.
‹‹Lasciati andare›› le dice Lorenzo.
Matilde si calma e si scosta dalle braccia del fratello.
‹‹Sei arrabbiata?›› Le chiede.
Matilde si pulisce il viso.
‹‹No. Sono triste››
‹‹Chissà perché lo ha fatto›› pensa ad alta voce Lorenzo.
Matilde alza lo sguardo verso il cielo.
Lucida, afferma: ‹‹Io lo so perché››
‹‹In che senso?›› Ribatte lui sgomento.
Matilde resta zitta.
‹‹Era fragile›› comincia a spiegare Lorenzo, prima di scoppiare anche lui in un pianto angosciato.
‹‹Sono stato uno stupido›› dice mentre si prende a pugni le tempie. I fiori gli cadono di mano. Matilde li raccoglie e osserva la scena con calma. È bello piangere in compagnia, pensa.
‹‹Era diverso quella sera. Mi chiese di parlare, ma aveva promesso di aiutarmi a finire un lavoro importante e non diedi peso alla cosa. I suoi occhi erano asteroidi in picchiata Matì. Infuocati. Pronti a schiantarsi sul mondo. Non ce l’ha fatta. Si è perso tra le stelle. Era debole, chiedeva aiuto ed io non ho fatto nulla›› farfuglia in preda al panico.
‹‹William non era debole›› lo interrompe Matilde.
‹‹Noi siamo deboli›› aggiunge.
‹‹Mi dispiace essermi allontanato da te. Mi manchi tanto. Non potevo restare qua, sono impazzito›› conclude Lorenzo.
Matilde prende le mani disperate del fratello e gli chiude nei palmi il mazzetto di fiori. Lorenzo si fa coraggio e li va a posare sulla tomba dell’amico. Guarda di nuovo la sorella. Sta per congratularsi con lei per l’esame ma le parole tornando indietro.
‹‹Lo amavi?›› Le chiede.
Matilde si stringe come se fosse arrivato improvvisamente l’inverno. Non risponde.
‹‹Vi lascio soli, ti aspetto all’uscita›› dice Lorenzo e si allontana.
Matilde con un dito raccoglie l’ultima lacrima e accarezza la pietra fredda.
C’è una cosa più importante dell’amore, pensa.
Fuori dal cimitero, Lorenzo e Matilde si abbracciano e si fanno forza con gli sguardi.
‹‹Vuoi venire fuori lo stadio con me?›› le chiede lui.
‹‹No, ho promesso a mamma e papà che tornavo a casa››
‹‹A proposito, mi hanno detto dell’esame. Come ti senti?››
Matilde si prende qualche attimo.
Con naturalezza, gli risponde:
‹‹È da un anno che non faccio esami Lorenzo›› e gli racconta tutto.
Matilde si blocca sull’uscio di casa.
Un boato rompe il silenzio di un universo con il fiato sospeso.
È l’universo azzurro.
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