Premio Racconti nella Rete 2026 “Figli” di Angelo Besenzoni
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Che state dicendo? Ieri sera Maria è caduta dalle scale? Non ne so nulla. Non ricordo di essere stata con lei. Forse. Di solito, dopo cena, l’accompagno in camera. Ma non chiedete a me, sapete che non la sopporto per niente, quella vecchia. Troppo magra, sembra che si rompa appena la tocchi, le mie braccia hanno sempre lavorato la terra, non sono la persona giusta per badare ad un’ammalata. E’ quasi inferma e neanche parla. Con quel suo mmhhmm mmhhmm non riesce nemmeno a chiamare e tutti corrono, appena la sentono. Mmhhmm mmhhmm.
Poi, quando suono il campanello per me, chiamo, richiamo, urlo forte che mi fa male la gola e nessuna che viene, devo aspettare delle ore. Sì, mi serve solo un bicchiere d’acqua, e allora? Sarai ospite della miglior casa di riposo, m’ha detto mio figlio. Devo restare qui qualche giorno, per rimettermi in salute, sabato viene a riprendermi. Ma fino a sabato, se ho bisogno, dovete correre e subito.
Oggi è giovedì, vero? Ancora due giorni e me ne vado, devo restare solo fino a sabato per ristabilirmi dopo l’incidente. Stavo in cucina a preparargli il pranzo, mio figlio lavora vicino casa e rientra per mezzogiorno, quando sono caduta ed è sparito tutto. Non ho più visto nulla, mi sono svegliata all’ospedale e non riuscivo a muovermi. Non come adesso che almeno col bastone faccio qualche passo, se venite ad accompagnarmi però, se mi fate la grazia. Ma lo dico a mio figlio come mi trattate, viene sabato, devo restare solo qualche giorno per guarire meglio. Poi mio figlio viene.
Cosa? E’ da un pezzo che sono qua? Da due anni ormai? Non sperate di cavarvela così facilmente, non prendetevi gioco di me, non avete rispetto per un’anziana signora, ottantasette anni senza aver mai visto un dottore, tranne quella volta che sono andata all’ospedale, ero caduta in cucina, non ricordo bene, si era fatto tutto buio. Quando viene mio figlio vi faccio rapporto dal direttore, altroché.
Nooo, non so dove sia Maria, non sono certamente la sua badante. E’ morta cadendo dalle scale? Accidenti, era con me ieri sera, stavamo cenando insieme.
Mmhhmm mmhhmm e devo passarle il pane. Lei lo prende e lo butta a terra, lo fa apposta per farmi arrabbiare, sempre con quella mano che non sta mai ferma, getta tutto per aria. Rovescia l’acqua sul tavolo. Voi le riempite il bicchiere e quando vi girate lei lo prende con la sua mano tremante, che rabbia, tutta la tovaglia bagnata. Voi a correre, poverina qua, poverina là, ma non sapete che è furba, vi fa la barba a tutte quante.
Quando sono io a chiamare, mi dite di arrangiarmi che posso fare tutto. Devo tremare e fare mmhhmm mmhhmm per avere la vostra attenzione? Ma non sono certo una persona del genere, ho una dignità, perdio.
Maria è molto più ammalata di me? Attenzione a come parlate, io non sono ammalata. Resto qui solo qualche giorno poi, quando viene mio figlio, gli dico tutto. No, non è vero che non viene mai.
Da Maria, ogni mattina, c’è la figlia che la sveglia, la lava, la imbocca per la colazione, perché loro hanno buontempo, non sanno cosa vuol dire lavorare, hanno tempo, loro!
Lo sapete che mia figlia ha sposato un dottore? Uno importante. Quando ero all’ospedale lo conoscevano tutti. Lui è sempre in viaggio, è una persona impegnata, partecipa ai convegni, lei sempre con lui a fargli da segretaria, altrimenti sarebbe venuta a trovarmi, ma sono io che le ho detto di stare col marito e di non pensare a me, che sono vecchia.
Comunque, la mia vera soddisfazione è mio figlio. Non si è mai sposato, per lui non ci sono delle ragazze adeguate nel paese in cui viviamo: solo contadine. Mio figlio ha frequentato l’università, lo chiamano dottore, anche se lavora in un’industria. Me l’ha detto lui, lo ricordo come se fosse ieri. Quella mattina era partito presto, la sera prima gli avevo stirato la camicia bianca e la cravatta a righe, quella che gli piace perché lo fa sentire elegante. Poi alla sera quando è ritornato ha esclamato raggiante che da domani avrebbe fatto il dirigente d’azienda. Capisco che è importante anche se non so cosa significa, non ho istruzione, mio padre mi ha mandata a lavorare nei bottoni, a nove anni. Mi tirava i sassi, perché dopo la scuola volevo rientrare a casa per i compiti. Invece dovevo correre a lavorare. La vita nostra era dura, non come adesso, come quella tipa che viene tutte le mattine a curare la sua mamma. Anche mio figlio viene, cosa credete. Solo un paio di giorni, per riprendere salute e poi sabato me ne vado via. Lo so, lo vedo pure io che dalla Maria al pomeriggio viene sempre il figlio. La mattina la figlia ed il pomeriggio il figlio. Mmhhmm mmhhmm e loro corrono. Poverini.
Perché mio figlio non viene mai? Ma per due o tre giorni nel mentre che miglioro, cosa volete che venga a fare. Poi sabato mi porta a casa. Che giorno è oggi? Giovedì? Va bene, mi dovete sopportare solo domani, poi sabato mi porta a casa.
Non ne potete più di me, vero? Non me ne importa nulla!
Quando sono venuta qui, mi ricordo bene, è stato l’altro giorno, mi pare lunedì, no? Dite che ne è passato di tempo? A me non sembra, ci godete a farmi soffrire, mio figlio non ve la farà passare liscia, è sicuro. Comunque, quando mi ha portata qui, l’altro giorno, sarà stato lunedì, mi ha detto che, intanto che mi ristabilivo, lui avrebbe sistemato casa nostra, in modo da farmi trovare tutto nuovo per quando sarei ritornata. Mentre me ne sto qui tranquilla, lui sarà tutto preso da mille faccende, coi muratori in giro: c’era la cucina da cambiare, la sala da ingrandire, tinteggiare le pareti, come può venire a trovarmi? E tutto da finire in una settimana, perché sabato me ne vado, viene a prendermi. Sto qui solo un paio di giorni, per rinforzarmi, poi sabato torno a casa.
Ma come sarebbe che Maria è morta? E come è successo? Era con me, dopo cena, mi ricordo bene. Mmhhmm mmhhmm, voleva il caffè, ormai la conosco, ho spinto la carrozzella verso la cucina, l’altra entrata, quella vicina alle scale. Se mi appoggio alla carrozzina cammino meglio che con il bastone e poi siete arrivate voi, arrivate sempre se la Maria chiama. Con me invece, niente. Maria, solo Maria. Dovreste vedere suo figlio. Certo che l’ho conosciuto, viene tutti i pomeriggi. Le sta intorno come una mosca, fastidioso, da far venire i nervi. Continua a parlarle, le racconta tutta la giornata, ho fatto questo, ho fatto quello, ti ricordi di Tizio, e di quell’altro che era tanto che non lo vedevo, tu come stai, va meglio oggi? Ma se non capisce nulla, è andata di testa, perché vengono tutti i santi giorni, lui e la sorella? Ormai.
Con me non sarebbe certamente così, che se fossero qui i miei figli ci sarebbe da parlare, ne hanno di cose da dirmi, almeno risponderei, magari giocheremmo anche a carte, sono brava, sapete?
Le carte erano la passione del mio povero Vincenzo; allora non c’erano ancora i miei due ragazzi, non eravamo nemmeno sposati, eravamo in guerra, i miei fratelli erano arruolati, la fabbrica di bottoni chiusa e dovevo uscire nei campi con mio padre, ero l’unica rimasta. Accendevo il fuoco per la colazione alle 5 di mattina, lavavo alla seriola che d’inverno mi si spelavano le mani dal freddo e i panni gelati ad asciugare rigidi come stoccafissi, avevo talmente tante cose da fare che non mi ero nemmeno accorta che c’era questo Vincenzo che mi osservava da tempo. Poi una sera è venuto a casa a parlarne in famiglia, come si usava allora. Discutevano forte, ho sentito mio padre che bestemmiava e batteva i pugni sul tavolo, almeno che tornasse un figlio dalla guerra. E quando è tornato, ci siamo sposati, non subito, ma il giorno dopo per rispetto al fratello che era stanco del viaggio. Due feste grandi, per me che me ne andavo e per il fratello appena tornato. Poi alla sera, Vincenzo l’ho aspettato a letto, con la paura che hai addosso per quello che ti deve fare, ma sapevo che era giusto così e lui di sotto ancora a bere, a giocare a carte, ad urlare i numeri della morra.
Ne avrei di cose da dire ai miei figli, se fossero qua, non come quella stupida vecchia.
E’ più giovane di me? Non mi sembra. Mi avete mai sentito mugolare mmhhmm mmhhmm? Mi tremano le mani? Sono su una carrozzella? Sono una donna forte, ho i muscoli che neanche un uomo, tanto lavoro e poche soddisfazioni, per questo sono arrivata a ottantasette anni senza mai veder un dottore. Solo un malore, ero in cucina, sono caduta e mi sono svegliata in ospedale.
Come? A che ora se ne è andato il figlio della Maria? Stavamo cenando, lei aveva buttato il pane a terra, aveva rovesciato l’acqua, come al solito, ed ecco che è subito comparso. Due volte ieri, è venuto due volte. Anche mio figlio viene a prendermi, sapete? Solo qualche giorno, deve sistemare la casa e io mi devo ristabilire, poi sabato viene a prendermi. Cosa volete che stia a venire ogni giorno se sabato vado a casa! Sì, comunque il figlio della Maria è venuto due volte, anche all’ora di cena. Diceva che era preoccupato perché l’aveva vista male nel pomeriggio, peggio del solito. Certe volte anch’io sto peggio del solito. No, mio figlio non c’è, ma neanche voi correte. Arrivate con calma, suono una, due , tre volte. Poi mi passa, quando finalmente vedo che state percorrendo il corridoio per venire da me, mi passa. Meglio no? Vi ho fatto correre per niente? Ma mi si stringeva la gola, non respiravo bene, mi faceva male il petto. Dagli esami non risultano problemi? Va bene, sarò matta. Però non potete lasciarmi sola, per piacere, non lasciatemi sola.
Dicevo che il figlio della Maria l’ha imboccata fino alla fine della cena, poi è scappato via, aveva fretta. Vede? Che figlio ingrato! Lascia la mamma perché ha fretta. Cosa c’è di più importante della propria madre? Niente. E invece lui scappa via perché ha fretta. No, non vorrei avere un figlio così, per nulla al mondo.
Prima di andarsene mi ha chiesto se potevo stare vicino a sua madre, perché ha bisogno di compagnia. Va bene, ho risposto, ma ho pensato che deve stare lui a fare compagnia a sua madre, troppo facile dirlo alla vicina di tavolo. Poi Maria voleva il caffè, l’ho spinta verso la cucina, ma dalla entrata sul retro, dove ci sono le scale, perché sul davanti c’erano i carrelli, non riuscivo a passare.
Voi avete visto che ero con Maria quando è caduta dalle scale? Dalle telecamere? No, non ho la tele in camera, l’ho chiesta, spero che arrivi prima che me ne vada. E’ giovedì vero? Aspetto ancora un giorno. Poi sabato viene mio figlio, perché avrà sistemato la casa ed io mi sento guarita. Lo sapete che sono qui solo da un paio di giorni per curarmi meglio? Ma non pensate che lasci perdere. Prima ancora di salutarlo, mando mio figlio dal direttore, vi faccio cacciare fuori da questo posto, state sicure.
Ero vicino alle scale, con Maria in carrozzella e vi ho chiesto il caffè, mi ricordo bene, una di voi le ha dato il caffè, poi siete andate a sparecchiare, siamo rimaste sole.
E’ stato improvviso, come un tuono inaspettato nel cielo sereno, d’estate capita quando fa troppo caldo, si sentono i temporali lontani, ma non ci sono nuvole. Allora dobbiamo correre a raccogliere il fieno, hai poche ore di tempo, poi viene giù che sembra che la rovescino dal cielo a secchiate. Così, magari sei lontano da casa e devi fare una corsa che ti scoppia il cuore, a radunare tutti, forconi e carro, buoi. Pian piano, da lontano la massa di nuvole nere inizia ad oscurare e lentamente si alza un vento minaccioso, senti le prime gocce, ma se ce la fai, se prima della pioggia tutto il fieno è al riparo, allora, quando le cataratte del cielo si aprono, stai sotto a ballare con tutti gli altri per la gioia e lo scampato pericolo.
Anche con Maria c’è stato un boato improvviso; dal suo inutile mmhhmm mmhhmm sono risuonati chiari due nomi, come tuoni: Luigi, Lucia.
Lo so che sono i figli, si sono presentati, li vedo ogni giorno.
Sono i figli, sentivo come li chiamava, Luigi, Lucia, Luigi, Lucia, mettevano i brividi quei nomi così limpidi, rimbombavano nel corridoio, sembrava trasfigurarsi mentre li pronunciava, le uniche parole che ho mai sentito uscire dalla sua bocca.
Sì, diceva proprio: Luigi, Lucia.
Non è vero che non riesce a parlare. Lo sospettavo. E’ una furba.
Luigi, Lucia e la mano non tremava più, la bocca si rilassava e un sorriso compariva sul suo volto.
Avete ragione, non è poi così vecchia, sembra più giovane di me.
Luigi, Lucia, e vedessi com’era beata. Non ne potevo più. Quei nomi mi colpivano sulla fronte fin dentro il cervello, come la pioggia gelida del temporale.
Basta, taci. Stai zitta. Smettila di chiamare i tuoi figli.
Anche mio figlio deve venire, domani. Mia figlia ha sposato un dottore.
Gliel’ho gridato, con tutto il fiato che avevo in corpo. Che lo capisse che anche io ho due figli!
Mio figlio lo sa che ormai è qualche giorno che sono qui, adesso viene a prendermi, torno a casa. Torno a casa e tu resterai qui per sempre, urlavo, volevo essere sicura che capisse!
Cosa avete visto alla televisione? Che ho alzato le barriere delle scale e l’ho spinta giù?
Non riesco a ricordare, ma all’improvviso si è fatto il silenzio e mi sono sentita meglio.
Ora sto bene, mi sono rimessa ormai.
Sapete che sono guarita?
Ho avuto un brutto incidente, ero in cucina e tutto è diventato buio. Ma adesso sto bene, sta arrivando mio figlio. Ditegli che sono qui, ho quasi finito, tra poco ci sono. Non fatelo aspettare, ditegli che mi sto preparando, oggi è sabato, ritorniamo a casa.
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