Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La frattura” di Alessandra La Terra

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Basta una sola o per trasformare Dio in odio. Cominciò così: una lettera fuori posto nelle cose, un errore quasi invisibile ma capace di stravolgerne il senso. Per questo all’inizio solo pochi si accorsero che la città si stava spegnendo dall’interno: le luci funzionavano, i treni erano puntuali, i messaggi comparivano sugli schermi dei telefoni come sempre; a volte sfarfallavano, impercettibilmente.

Qualcosa però aveva iniziato ad allentarsi: uno strappo silenzioso stava aprendo un vuoto tra il gesto e ciò che avrebbe dovuto seguirlo. L’eco dei passi arrivava quando il piede si era fermato, le ombre rimanevano indietro, le nostre bocche si aprivano e si chiudevano senza che ne uscissero parole. Era come se una forza potente ci stesse schiacciando; il cranio martellava con insistenza nel tentativo di trovare risposte, eravamo attraversati da spasmi brevissimi, a tratti la vista si offuscava.

Alla fine vidi. Una mattina mi specchiai e il mio riflesso non comparve, c’era solo l’immagine della stanza dietro di me; poi eccolo: mi vibrò davanti fino a comporsi del tutto, alto e fermo come uno spaventapasseri.

Alzò la mano prima di me. Feci lo stesso. L’abbassai e attesi che lui facesse altrettanto; in quei ritardi percepivo pezzi di oscurità. Restammo immobili, in una sospensione senza nome; vedevo un giovane biondo con lo sguardo attonito ma ignoravo chi avessi davanti. In quel vuoto sentii chiaramente una domanda: se il mio riflesso è autonomo, chi dei due è reale?

Eravamo stati messi in trappola dalle nostre stesse azioni, questo mi fu chiaro molto presto. Tra ciò che ero e ciò che vedevo si era aperto un ritardo sufficiente a far dubitare che una delle due realtà esistesse; la coesistenza di due me stessi mi parve impossibile: chi avrebbe prevaricato sull’altro?

Presto ci estingueremo, pensai e vidi il pensiero rimbalzare dentro il mio riflesso; il fiato mi si serrò.

MICRO-DISALLINEAMENTI TEMPORALI – LIMITARE L’USO DEI FILTRI, lo leggevamo ovunque: sui marciapiedi, sui muri, persino nei bagni pubblici; ormai ritoccavamo tutto: volti, paesaggi, luce. Ma ogni correzione aveva allargato lo scarto con l’originale, la realtà non aveva retto il divario, fratturandosi.

Ci avevano circondati di slogan a caratteri enormi: si sarebbe risolto tutto, solo questo si sentiva dire; parole ripetute con una tale ostinazione da trasformare la rassicurazione in un ordine. Sui cartelloni cominciarono a scendere colonne di È tutto OK: file fitte di caratteri che colavano dall’alto senza mai fermarsi. La cascata di OK ci scivolava sulle guance, ci entrava negli occhi come fiotti di vermi minuti. C’era chi si prendeva a schiaffi o si strofinava gli occhi fino quasi a cavarseli, nel tentativo di placare quel formicolio infestante.

Non c’era più modo di mostrare la versione migliore di sé: chi accettava la verità, quella vera, passava per pazzo; chi soccombeva agli slogan era costretto a vivere accanto al proprio riflesso come una sagoma vuota; oppure se lo trascinava appresso rassegnandosi a vivere in un’eco costante.

Un giorno provai questa sensazione sulla mia pelle: camminavo e mi fermai di colpo. Avevo sentito una fitta penetrarmi nella testa e tagliarmi a metà. Iniziai a toccarmi la fronte, il petto, la pancia; a tastarmi le gambe per verificare di essere ancora intero. Poi ripresi a camminare mentre rivedevo tutta la scena ripetuta dal mio doppio; avrei preferito il nulla a tutta questa roba.

Col tempo abbandonammo le domande, arrendendoci a quel mondo incomprensibile. Solo i pazzi, con i loro occhi aguzzi, sembravano aver capito tutto: le loro teste sbucavano fuori dall’aria come allucinazioni, vomitando deliri: «Non importa quale sia la verità. Importa ciò che la gente crede». Mio padre mi diceva spesso che la conoscenza era una questione seria, la definiva un fatto di pazienza. «Non la ottieni da un giorno all’altro», ripeteva da dietro il sigaro, sprofondato nella poltrona verde bottiglia. Conoscevamo solo quello che vedevamo, e quello che vedevamo era finto. «È tutto connesso, credimi, figliolo», continuava consumando lentamente il suo Toscano Extra Vecchio. La gente credeva di sapere un mucchio di cose, invece si nutriva di apparenze; poi quelle apparenze diventavano verità e infine finzione senza che a nessuno importassero le conseguenze. L’assenza momentanea dei nostri riflessi la chiamavamo La Frattura: l’immagine si tratteneva sulle vetrine o si fermava nelle pozzanghere. Tra noi e lei c’era un istante sempre più prolungato di vuoto, uno sgozzamento che arrivava a durare infiniti minuti. Capitò anche a me una sera: attraversai una pozzanghera e vidi il riflesso della mia scarpa che usciva dall’acqua, quando ero già oltre. Poi tornai a casa, accesi la luce ma tutto rimase immerso in un buio irreale. La luce arrivò dopo, più accecante che mai.

Pochi accettavano il fatto che la frattura fosse ovunque. La città si era trasformata in un labirinto di specchi imperfetti: i rumori arrivavano spostati, i passi erano sdoppiati, i dialoghi si sovrapponevano alla propria eco; respiravamo un’aria carica di voci in differita, stritolati in un intreccio di follie. Persino le finestre non riflettevano quanto avveniva all’interno delle abitazioni ma restituivano versioni ritardate, alterate, vite che appartenevano ad altri.

Tutti eravamo sospesi tra il nostro mondo e un altro che non sapevamo come chiamare, né se esistesse davvero, incapaci di capire dove finisse il reale e dove iniziasse la frattura, eppure tutti nello stesso ingranaggio. Il reale stava mollando la presa nel senso più banale, più evidente: quello meccanico, come una mano che non stringe più abbastanza; le cose continuavano a esserci senza compiersi e noi restavamo intrappolati in questa costante attesa, perché il mondo non rispondeva più in tempo: causa ed effetto non combaciavano e le conseguenze finivano per invadere la scena successiva, a mo’ di personaggi capitati nella commedia sbagliata. «È tutto connesso, credimi, figliolo», mi tornò in mente. Non avevo capito che un giorno quella frase avrebbe smesso di essere una convinzione e sarebbe diventata una legge fisica. Mio padre era già nella scena successiva.

Corpi e ombre erano scollati, il sangue colava da ferite pulite, persino la morte tardava: le persone esalavano l’ultimo respiro ma rimanevano vigili, con lo sguardo inchiodato addosso a chi le circondava, la bocca socchiusa priva di aria. Attorno a loro i vivi si dimenavano, strappati tra la disperazione nel vederli arrancare senza morire e una speranza ridicola e feroce: che dalle narici uscisse ancora aria.

Quando toccò a mio padre, i suoi occhi rimasero aperti per diversi minuti e la bocca spalancata mi parve piena dei resti di ciò che non poteva più tornare. Uno stupore quasi umano continuò per pochi istanti ad attraversargli le pupille. Fu allora che mi chiesi se quando si muore gli occhi vedono ancora qualcosa e per quanto tempo. Per un istante ebbi la curiosità di conoscere la risposta. Semplicemente la morte faceva quello che l’uomo aveva sempre sperato, pensai: arrivava dopo.

Un giorno non ci fu più ritorno: il cielo si fratturò e le nuvole iniziarono a cadere. Una sottile ferita color vermiglio si aprì dall’orizzonte fino a noi. Dal suo interno si sprigionò il tempo, una piena che deformò il movimento fino a intrappolare il mondo in un istante infinito, così denso da poterlo toccare.
Tutti i riflessi della città si ribellarono: uscirono dalle superfici specchiate e parlarono con bocche che non erano mai state nostre. Ondate di occhi si riversarono fino a coprire l’intera città; lingue mozzate inondarono il cielo melmoso, sciorinando discorsi senza senso. I cuori diventarono palle di fuoco pronte a esplodere e i loro battiti furono boati nei varchi insanguinati dell’aria.

Sentii gridare il mio nome ma in anticipo, come se la voce fosse partita prima che io esistessi lì, in quel momento; provai a muovermi: ero troppo lento e troppo rapido nello stesso istante. Ogni passo era arrivo e partenza, ogni pensiero già formulato prima che potessi pensarci. La frattura diventava corpo, respiro, coscienza: non c’era dentro o fuori, non c’era prima o dopo. Solo noi, sospesi nel cuore di una dimensione che respirava, lenta, affamata. I marciapiedi si piegavano sotto i piedi, le strade ondeggiavano come muscoli sotto la pelle, gli edifici si curvavano per osservarci. La città non era più un luogo: era un organismo che si nutriva della nostra dissonanza.

La mia ombra si staccò dal muro con uno strappo netto e mi venne incontro in un modo strano. La sua voce era la mia, ma mille volte più lenta e mille volte più rapida:
«Ti trovi nella frattura eterna», disse con le stesse parole che avevo pensato io. Per un istante credetti di essere in anticipo su di lei. In quel battito lungo secoli, il mondo cadde dentro sé stesso lasciandoci vivi e morti nello stesso istante: cosa era reale e cosa no?

La ferita non fu più soltanto un ritardo nel tempo, ma la città che si allungava e si inghiottiva, scegliendo chi far esistere e chi cancellare. «Proprio come abbiamo fatto noi!» pensai e un sorriso sghembo mi fermò la faccia.

Cercai di scappare ma ogni passo era sdoppiato, triplicato: versioni di me stesso correvano davanti e dietro, urlando senza suono. Gridai e la mia voce uscì dai muri: la toccai, la strappai. Gli occhi del mio doppio erano infiniti: contenevano tutti i miei ritardi, ogni mia paura, le mie versioni. Mi parlò e la sua voce era mille e nessuna: «Qui dentro non c’è più nulla da salvare».

«Come lo sai?», gli chiesi imbottito di stupore.

«Arrivo dopo di te», rispose.

Provai ad avvicinarmi. Avrei voluto toccarlo perché era l’unica cosa che dichiarasse la mia esistenza. Ma arretrò, rigido come una lastra di pietra, impenetrabile.

«Sei tu…», dissi.

«Lo ero», rispose «E tu?».

«Io? Com’ero?». Il riflesso esitò. Fu la prima esitazione vera.
«Non posso», disse. «Ogni descrizione ti cambia».

Fu allora che sentii le voci. Non vagavano più nell’aria: provenivano da bocche reali. Erano ovunque, sparse nella città: le persone avevano cominciato a parlarsi addosso, a descriversi l’un l’altra con una precisione febbrile, con la foga di trattenere dettagli. Come se una descrizione potesse impedire loro di sparire. Avevamo passato secoli a falsificare la nostra immagine, sbandierando riflessi alterati, connotati mai esistiti, maschere. Molte persone morivano con un’altra faccia, senza sapere quale sarebbe stata la propria, senza nemmeno volerlo sapere. Anni a modellarci senza tregua per aderire allo sguardo degli altri, finché dell’originale non restava che un’ipotesi. E ora eccoci costretti a implorare gli stessi sguardi, chiedendo proprio a loro di restituirci qualcosa che somigliasse, anche solo per approssimazione, a ciò che eravamo davvero.

«Avevi gli occhi più chiari», diceva qualcuno. «No, erano scuri», ribatteva un altro.
«Avevi una cicatrice». «Non me la ricordo».

Ogni frase cercava di salvare qualcuno e intanto lo spostava un po’ più in là.

«Le senti?», gli chiesi.

«Sì», disse il mio riflesso. «Stanno provando a ricordarsi a vicenda».
«E funziona?»

Il riflesso guardò la città, che respirava in modo irregolare.
«Sono solo una somma di tentativi», disse.

«E quando smetteranno?» Il riflesso non rispose subito. Il suo volto tremò, come se fosse trattenuto da frasi che stavano finendo. Lo guardai e per un istante ebbi l’impressione che nemmeno lui fosse più sicuro di chi stesse osservando. Questo gli fu chiaro: stava rimanendo in vita solo grazie alle descrizioni imprecise che gli altri facevano di me. Ogni parola lo rendeva più instabile. Ogni correzione lo cancellava un po’.

«Quando te ne andrai, chi sarò?», gli chiesi

Il riflesso mi fissò con la nostalgia di chi guarda qualcosa che non può più essere restituito.

«Sarai quello che riusciranno a dire, finché sapranno dirlo».

Guardai i cartelloni: le lettere cominciarono a scivolare una sull’altra. Una o slittò di un posto. File fitte di È tutto KO scesero dai cartelloni e inondarono le strade.

«Te l’avevo detto», sentii sussurrare «è tutto connesso».

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