Premio Racconti nella Rete 2026 “Abbastanza” di Antonio Fiore
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026A Milano, quando il medico di famiglia Giorgio Manni andò in pensione, non ci fu nessuna scena.
Nessun brindisi, nessuna promessa di rivedersi, nessun discorso. Solo un ultimo giorno come gli altri, con le cartelle da sistemare e le telefonate da smistare.
Elena chiuse il computer dello studio con un gesto lento. Non poteva certo negare di essere un po’ commossa. Aveva solo venticinque anni, quando il dottore l’aveva assunta come segretaria. Ora, ne aveva quarantotto e si trovava senza un lavoro.
Ciò nonostante, era una donna concreta: quella parentesi della sua vita si era conclusa e ne stava iniziando una nuova.
Prima di uscire, attraversò la sala d’attesa dell’ambulatorio, dove c’era un grande specchio.
Osservò la sua immagine e, come al solito, si giudicò con brutale obiettività. I capelli castani raccolti in fretta, il viso senza trucco, i vestiti scelti più per comodità che per altro. Rimase qualche secondo a guardarsi, poi distolse lo sguardo.
Sara, la moglie di Manni, che aveva vent’anni meno del marito, le aveva detto qualche giorno prima: «Vedrai che troviamo qualcosa per te.»
Elena aveva annuito. Non le aveva detto che non aveva fretta. Né che forse non voleva trovare nulla.
Tornò nel suo piccolo appartamento e guardò le stanze come si guarda un luogo in cui si è stati ospiti troppo a lungo.
Si era abituata da molto tempo alla solitudine, e non aveva mai avuto paure.
“La paura arriva quando hai qualcosa da perdere” le diceva sempre sua madre, che l’aveva lasciata più di dieci anni prima.
La sera, soprattutto dopo cena, a volte sentiva un senso di vuoto affacciarsi senza preavviso. Aveva capito da molto tempo, però, che era meglio lasciarlo stare, quel vuoto, non cercare di riempirlo, perché sarebbe stato peggio.
Guardò il pianoforte appoggiato contro la parete, silenzioso. Stava lì da decenni, comprato con immensi sacrifici dai suoi genitori, per una speranza che non si era mai compiuta. Qualche volta aveva perfino riprovato a suonarlo. Lo sfiorò con le dita, senza sedersi.
Il telefono squillò. Era Sara, con la sua voce profonda: «Ciao Elena! Che ne dici di venire a cena da noi stasera? Siamo tutti un po’ tristi e, soprattutto a Giorgio, la tua compagnia farebbe veramente bene.»
Giorgio Manni era un uomo che parlava poco e non alzava mai la voce. Si muoveva senza fretta, come se non avesse mai urgenza e Sara, nonostante la differenza d’età, l’aveva sempre ripagato con la sua dolcezza.
Marta, invece, la loro unica figlia sedicenne, non era certo simile ai genitori.
Rispondeva sempre con un secondo di ritardo, come se avesse bisogno di scegliere la frase più scomoda, ma riusciva a ferire con una precisione che voleva sempre apparire involontaria.
Nelle settimane precedenti, era passata spesso allo studio del padre, ormai quasi sempre vuoto.
La prima volta non c’era andata per un motivo preciso, ma solo per non tornare subito a casa.
Quel pomeriggio, Elena si era assentata e il suo computer era rimasto acceso. Marta si era seduta davanti allo schermo quasi per gioco.
All’inizio aveva curiosato senza cercare nulla di preciso. Poi aveva trovato il browser ed era entrata nelle e-mail.
Non c’era nulla di davvero interessante. O almeno così le era sembrato, finché non aveva visto quel nome tornare più volte: Dario.
Rari messaggi, semplici, educati, quasi timidi. Marta aveva sorriso. Nonostante fossero scambi in buona parte limitati agli auguri per le feste e per i rispettivi compleanni, si intuiva dell’altro da parte di Elena.
Poi, quasi per gioco, la ragazza aveva deciso di scrivere una lettera: solo una frase, all’inizio. Niente di troppo evidente.
Aveva aspettato e, quando era arrivata la risposta, aveva sentito qualcosa accendersi.
Non era successo niente di importante, ma era abbastanza.
Nei giorni seguenti, Marta aveva raccontato tutto alla sua migliore amica, Isabella.
Così, solo per divertirsi, le due avevano iniziato a inviare a Elena dei messaggi sempre più affettuosi a nome di Dario, tramite un account falso che avevano creato su Facebook. E lei aveva iniziato a rispondere, in modo sempre più coinvolto.
«La stupida si sta innamorando» aveva detto Marta a Isabella. «Sul serio crede che quel Dario sia interessato a lei.»
A cena, la voce di Sara interruppe bruscamente i pensieri della ragazza: «Marta, ci sei?»
La ragazza sollevò lo sguardo. Erano tutti seduti, pronti per iniziare.
Mise via il telefono solo quando la madre le lanciò un’occhiata.
La tavola era apparecchiata con cura, come sempre. Sara si muoveva con naturalezza tra cucina e soggiorno. Giorgio versava il vino con calma, come se anche quel gesto dovesse essere fatto lentamente.
Marta si rivolse a Elena: «Allora, adesso sei ufficialmente disoccupata.»
«Marta…» sussurrò Sara.
Elena sorrise appena: «Sì, diciamo di sì.»
«Dev’essere strano, dopo tutto questo tempo» continuò la ragazza. «Io mi annoio se sto due ore senza fare niente.»
«Non credo che resterò senza fare niente» rispose Elena, con calma.
«Ci credo» Marta inclinò la testa. «Tu sei una di quelle persone organizzate. Quelle che hanno sempre qualcosa da sistemare.»
«Mi vedi così pesante?» Elena scrollò le spalle. «Be’, può darsi.»
Ci fu un breve silenzio, riempito dal rumore delle posate.
«E adesso che farai?» insistette Marta. «Rimani a Milano?»
«No» Elena esitò un attimo. «Sto pensando di tornare giù, almeno per un po’.»
«Giù dove?»
«In Abruzzo. Nel paese dove sono cresciuta, Casalbordino.»
«Dev’essere un posto… tranquillo» disse Marta con un sorriso appena percettibile.
«Lo è. Molto.»
«Io, lì, dopo due giorni, impazzirei.»
Sara s’inserì nella conversazione: «Non è detto. A volte cambiare ritmo fa bene.»
«Sì, ma non così tanto» ribatté Marta, che si stava trastullando con la forchetta sul piatto. Poi, si rivolse di nuovo a Elena: «E lì cosa farai? Conosci ancora qualcuno?»
«Qualcuno, sì.»
«Tipo?»
«Persone di quando ero piccola.»
Marta la fissò per un secondo di troppo. «Ah. Tipo amori d’infanzia?»
Questa volta fu Giorgio a intervenire: «Marta…»
«Più o meno.» Nel pronunciare quelle parole, Elena aveva abbassato leggermente lo sguardo, ma senza imbarazzo.
«Che cosa romantica» commentò la ragazza con un sorriso radioso, ma il tono diceva tutt’altro.
Dopo cena, Marta si appoggiò allo schienale della sedia e riprese il telefono.
«Sei sempre stata così?» chiese a Elena, senza alzare lo sguardo.
«Così come?»
«Tranquilla.»
«Non lo so» Elena rifletté un momento. «Credo di sì.»
Marta proseguì, mentre faceva scorrere qualcosa sullo schermo del cellulare: «Io morirei.»
«Di cosa?»
«Di noia.»
«Non è detto.»
Marta alzò gli occhi su di lei: «Sì, invece. A me piace quando succede qualcosa.»
«Anche se non è una cosa bella?»
La ragazza ci pensò un secondo, poi fece spallucce: «Meglio di niente.»
Giorgio decise si cambiare argomento: «Quando hai pensato di partire per l’Abruzzo, Elena?»
«Sabato prossimo.»
«Così presto? Andrai col treno?»
«No. Ho noleggiato un furgone. Ho degli oggetti ingombranti che devo portare con me.»
«Che strada farai?»
«Be’, andrò per Roma. Volevo fare l’A14, ma è piena di lavori in corso.»
Marta si raddrizzò sulla sedia.
«Roma?» disse, troppo in fretta. Poi aggiunse, più piano: «Davvero passi da Roma?»
Sara si affacciò sulla porta della sala da pranzo e chiese: «Sul serio vai a Roma, Elena?»
«Be’, per l’esattezza non ci vado. Ci passo solo per andare in Abruzzo.»
«Diglielo, mamma, dai» supplicò Marta.
«Dai, Marta, sii buona. Elena non ha tempo da perdere per te» rispose Sara.
«Non è troppo tempo. E sarebbe fantastico per me» insistette la ragazza.
«Mi spiegate?» domandò Elena.
«Isabella, la migliore amica di Marta, è in vacanza a Roma e lei avrebbe voluto raggiungerla» diede uno sguardo a Giorgio «ma non potevamo certo farla partire da sola.»
«Per me non c’è problema. Anzi, mi farebbe compagnia per quasi metà viaggio» rispose Elena.
La mattina del sabato, il furgone era parcheggiato in doppia fila.
Elena controllò per l’ultima volta il carico. Marta era seduta dentro, con la portiera aperta. Guardava il telefono e scriveva. “Sto partendo con lei.”
Risposta immediata: “Com’è?”
Marta alzò lo sguardo. Elena si stava chinando per chiudere il portellone.
La ragazza digitò: “Per ora, si regge.”
“Per ora?”
“Be’, è una tipa pesante.”
“In che senso?”
Marta guardò Elena salire al posto di guida. Chiuse la portiera. “Te lo spiego quando arrivo.”
«Pronta?» chiese Elena.
«Sì.»
Il furgone partì. Per qualche minuto non parlarono.
«Non ti pesa?» disse di colpo Marta.
«A me piace guidare» rispose Elena.
«No, tornare così in Abruzzo, intendevo. Senza sapere cosa trovi.»
«No. Non più di tanto.»
Marta scrollò le spalle e non insistette. Poi si appoggiò al finestrino, con gli occhi aperti. Come se stesse aspettando qualcosa.
«Ti annoi?» chiese Elena.
«No.»
Si fermarono poco prima di Bologna.
Elena parcheggiò accanto a una fila di camion. «Caffè?» disse.
Marta fece cenno di sì.
Dentro il bar c’era odore di zucchero e caffè bruciato. Gente in piedi, voci basse, cucchiaini che battevano contro le tazzine.
Elena si appoggiò al bancone, tenendo la tazzina tra le dita. Non bevve subito. Guardava davanti a sé, ma era altrove. «Sai, non è solo per la casa», disse dopo qualche minuto di silenzio.
Marta si voltò appena. «In che senso?»
«C’è una persona.» Fece una pausa breve. «Dario.»
«Quello di cui hai accennato l’altra sera, a cena?»
«Sì. Non lo conosco bene. Però…» si fermò «mi sembra una persona seria.»
«Che lavoro fa?»
«Ha un’agenzia immobiliare.»
Silenzio.
«Non so cosa aspettarmi» aggiunse Elena.
«Meglio» disse Marta. «Così non ti deludi.»
«Secondo te…». Fece una pausa. «È meglio avvertirlo o fare una sorpresa?»
Marta girò lentamente il cucchiaino nel caffè. «Dipende.»
«Da cosa?»
«Da quello che vuoi.»
Elena abbassò lo sguardo sulla tazzina. «Non lo so.» Bevve un sorso. Poi posò la tazzina. «Non vorrei metterlo in difficoltà.»
Marta annuì. «Allora scrivigli.»
«Dici?»
«Sì.»
Marta fece una pausa, poi aggiunse: «Così almeno sai dove stai andando.»
Elena restò in silenzio. La frase le sembrò sensata. «Hai ragione» disse poi.
Marta sorrise appena.
Finirono il caffè e uscirono. L’aria era più fredda di prima.
Ripartirono.
Superata Bologna, Elena chiese: «Mi fai un favore?»
«Dimmi.»
«Scriveresti tu a Dario?»
«Perché?»
«Sto guidando. E poi, non so bene cosa dirgli.»
«Nemmeno un’idea?»
«Be’, che arriverò in serata.» Fece una pausa. «Solo questo.»
Poi, porse il suo cellulare a Marta, che sbloccò lo schermo e aprì la chat di Whatsapp con Dario. Scrisse: “Arrivo oggi. Non vedo l’ora di rivederti.” Rilesse. Sorrise appena, poi restituì il telefono. «Fatto.»
Elena lo prese senza controllare. «Grazie.» Poi lo appoggiò sul sedile, tra loro.
Fuori, la luce cambiava. Il cielo era chiaro. I colli si aprivano a tratti.
Case sparse, alberi ancora spogli, qualche macchia verde che iniziava a comparire.
La strada cominciava a salire. Le curve si facevano più strette.
Elena respirò più profondamente e rallentò leggermente. «Chissà se è cambiato» disse, quasi come se parlasse a sé stessa.
Si fermarono poco fuori Firenze.
Una trattoria lungo la strada, con le sedie di legno e le tovaglie a quadri. Non c’era molta gente. Una coppia anziana in fondo alla sala, un uomo solo vicino alla finestra.
Per qualche minuto le due rimasero in silenzio. Poi Elena prese un bicchiere e lo rigirò tra le dita. «Strano» disse.
Marta alzò appena gli occhi. «Cosa?»
«Non ha risposto.»
Marta fece spallucce. «Magari è impegnato.»
Elena annuì. «Sì.» Non sembrava convinta.
Il telefono era sul tavolo, tra loro. A schermo spento.
Elena lo sfiorò con le dita. «Di solito risponde» aggiunse, quasi a giustificarsi.
Marta non disse niente.
Il telefono vibrò, una volta sola. Elena lo guardò ma non lo prese subito.
Marta allungò la mano. «Guardo?»
Elena esitò un attimo. «Sì.»
Marta prese il telefono di Elena, lo sbloccò e aprì whatsapp.
Dario aveva scritto: “Scusa, ero fuori. Ho letto adesso. Arrivi davvero oggi?”
Marta restò immobile per un secondo.
«È lui?» chiese Elena.
«Sì.»
«Che dice?»
Marta fece una pausa minima. «Niente di che.» Restituì il telefono.
Elena lo prese. Lesse. Rimase qualche secondo in silenzio. «Non lo so» disse infine. «Mi sembra strano.»
«In che senso?»
«Non lo so. Come se fosse… distante.»
Marta non rispose. Beveva lentamente.
Arrivarono i piatti.
Elena parlava poco. Ogni tanto guardava il telefono, ma non arrivavano altri messaggi.
Marta prese il suo cellulare e scrisse a Isabella: “Lei è proprio innamorata.”
“Non dire cazzate.”
“Te lo giuro.” Alzò lo sguardo. Elena stava tagliando il pane. Aggiunse: “Non ha capito niente.”
“Mi fai paura.”
Marta sorrise. “Ti aggiorno.” E rimise il telefono in tasca.
«Andiamo?» disse a Elena.
«Sì.»
Ripartirono.
Quando arrivarono a Roma, il traffico aumentò già prima del raccordo.
Il furgone avanzava piano, tra file compatte.
Uscirono a Settebagni.
Il parcheggio era a lato della strada, polveroso, con qualche macchina ferma e un bar all’angolo.
Isabella era già lì. In piedi, vicino a una berlina scura. Accanto a lei, i genitori.
Elena parcheggiò e spense il motore. «Eccoci» disse.
Per un attimo nessuna delle due si mosse.
Marta prese lo zaino, aprì la portiera e scese.
Isabella si avvicinò subito. «Ciao», disse.
Le due ragazze si abbracciarono in fretta.
Anche Elena scese. «Piacere» disse ai genitori, con un sorriso. Scambiarono poche parole.
Senza guardare negli occhi Elena, Marta le disse: «Grazie del passaggio.»
«Figurati.»
«Scrivimi quando arrivi.»
«Certo.»
Per un attimo restarono lì, una davanti all’altra.
Poi, Elena si rimise sul furgone e ripartì.
Dopo qualche minuto, prese il telefono e lo guardò: nessun messaggio nuovo.
Respirò più profondamente: la parte più semplice del viaggio era finita.
Nel tardo pomeriggio, Elena arrivò in Abruzzo, a Casalbordino.
L’aria era più ferma e la luce stava cambiando.
Le case basse, i campi intorno: il paese non era cambiato molto. O forse sì, ma in un modo che non si vedeva subito.
L’agenzia di Dario era sulla strada principale.
Una vetrina opaca, il vetro sporco, un cartello leggermente inclinato.
Elena parcheggiò e scese. Poi, guardò dentro: una scrivania, una sedia. Fogli sparsi.
Provò la porta. Chiusa.
Restò lì qualche secondo, dopodiché prese il telefono: nessun messaggio.
Esitò, poi risalì in macchina.
La casa di Dario era poco fuori dal centro, nei pressi del Santuario della Madonna dei Miracoli.
Un cancello basso. Una palazzina senza nulla di particolare.
Elena parcheggiò di nuovo, scese e suonò.
Passò qualche secondo.
Nessuna risposta.
Stava per andarsene, quando sentì dei passi lenti.
La porta si aprì.
Dario era davanti a lei.
Per un attimo nessuno parlò.
Aveva una maglietta stropicciata, i capelli disordinati, la barba lunga di giorni. Gli occhi arrossati.
Dietro di lui, la casa. Disordine. Bottiglie sul tavolo. Un odore fermo.
«Dario?» disse Elena.
Lui la guardava, come se stesse cercando qualcosa.
«Sì.» Voce roca.
«Sono Elena.»
Silenzio.
Dario sbatté le palpebre.
«Elena.» Lo ripeté, ma non sembrava una conferma. Sembrava un tentativo.
«Posso entrare?» disse lei.
Dario si spostò. «Sì.»
Elena entrò e chiuse la porta alle spalle.
La casa era più piccola di quanto immaginasse. E più trascurata.
Piatti nel lavandino. Mozziconi in un bicchiere. Il frigorifero socchiuso.
«Scusa» disse Dario. «Non… non mi aspettavo…» Si fermò.
Elena lo guardò. «Ti ho scritto.»
Lui annuì. «Sì.» Pausa. «Sì, lo so.»
Ma qualcosa non tornava.
Elena appoggiò la borsa su una sedia. «Sei stato male?» chiese.
Dario fece un mezzo sorriso. «No.» Pausa. «O forse sì.» Si passò una mano tra i capelli. «Insomma, non sto lavorando molto.»
Elena si guardò intorno. «Hai mangiato?» gli chiese.
Lui fece spallucce.
«Usciamo un attimo, allora.»
Dario la guardò. «Adesso?»
«Sì.» Non sembrava una proposta.
Dario esitò. Poi annuì.
Al supermercato, Elena prese un carrello e lo spinse tra gli scaffali. Pane. Pasta. Verdure.
Dario la seguiva in silenzio. «Non devi fare tutto tu» disse a un certo punto.
«Lo so.»
Quando tornarono, la luce era più bassa.
Elena si mise subito a sistemare. Aprì le finestre, gettò via le bottiglie vuote, riempì il lavandino.
Dario la guardava, appoggiato al muro. «Non serve» disse.
Lei non rispose, e accese il fornello. Dopo un po’, l’odore cambiò.
Si sedettero a tavola e mangiarono in silenzio.
Dario la guardò davvero, per la prima volta.
Non era come l’aveva immaginata, e non era nemmeno come l’aveva ricordata.
Esitò. «Pensavo fossi…» si fermò. Fece un gesto vago, come se cercasse una parola che non trovava. «Diversa.»
Elena non disse niente.
«Non meglio o peggio» aggiunse lui, in fretta. «Solo, diversa.»
Lei fece un mezzo sorriso. «Anche tu.»
La mattina dopo, la luce entrava dalle finestre aperte la sera prima, e per la prima volta l’aria non era ferma.
Dario dormiva sul divano. Non si era nemmeno tolto i vestiti.
Elena si mosse senza fare rumore. Raccolse i piatti rimasti sul tavolo e riempì di nuovo il lavandino.
Il rumore dell’acqua svegliò Dario, che si alzò lentamente. Restò qualche secondo fermo, come se non ricordasse bene dove fosse.
Poi la vide. «Sei già sveglia», mormorò.
Elena non si voltò. «Sì.»
«Non dovevi.»
Lei fece un gesto con la mano, come per dire che non era importante.
Dario si passò una mano sul viso e si guardò intorno.
«Hai bisogno di qualcosa?» chiese Elena.
Lui esitò e abbassò gli occhi. «Non lo so.» Non aggiunse altro.
Quel giorno non parlarono molto.
Elena uscì un paio d’ore. Quando tornò, aveva due sacchetti della spesa. Sistemò tutto senza commentare.
Dario la osservava. Ogni tanto accendeva una sigaretta, poi la spegneva a metà.
«Vai spesso in agenzia?» chiese Elena.
«Ultimamente no.»
«Perché?»
Dario fece spallucce. «Non c’è molto.»
Elena annuì e non disse altro.
Il giorno dopo andarono insieme. La serranda si alzò a fatica. Dentro, l’odore era quello di una stanza chiusa da troppo tempo.
Elena entrò per prima, appoggiò la borsa e diede uno sguardo intorno. «Da dove iniziamo?» disse.
Dario rimase sulla porta. «Non serve.»
Elena prese una sedia e la spostò. «Invece sì.»
Dario non rispose.
Pulirono. All’inizio solo Elena. Poi, dopo un po’, anche lui.
Buttarono via fogli inutili, sistemarono la scrivania, aprirono le finestre.
Dario trovò una vecchia cartellina, la guardò e la rimise a posto. «Pensavo di chiudere» disse, a un certo punto.
Elena continuò a pulire. «Perché?»
«Non funziona.»
Elena si fermò e lo fissò. «Però può funzionare di nuovo.»
Nei giorni successivi, Dario iniziò a fare telefonate. Un cliente tornò.
Lei osservava da lontano, senza intervenire.
A casa, la sera, mangiavano insieme. Dario beveva meno e dopo un paio di settimane, finalmente, lasciò la bottiglia a metà.
Una sera, mentre lavava i piatti, lui disse: «Non sei come…»
«Come cosa?» domandò Elena.
L’uomo scosse la testa. «Niente.» Poi aggiunse: «Non sei come pensavo.»
La frase rimase lì.
Elena non chiese alcuna spiegazione.
Passarono due settimane. L’agenzia cambiò e smise di sembrare abbandonata.
Un pomeriggio, mentre chiudevano, Dario disse: «Non so perché sei venuta.»
Elena infilò le chiavi in borsa. «Nemmeno io.»
«E perché resti?»
Elena lo guardò. «Perché qui qualcosa si muove.»
Un mese dopo, era un pomeriggio come gli altri.
L’agenzia era aperta da poco. La luce entrava dalla vetrina, più pulita di qualche settimana prima.
Dario era uscito un momento. «Torno subito» aveva detto.
Elena vide il computer acceso e decise di dare uno sguardo alle e-mail.
Quasi senza volerlo, si mise a rivedere gli scambi che aveva avuto con Dario, in passato.
Lesse una prima volta in modo distratto, poi con più attenzione: tra la posta, c’erano alcune lettere che lei non aveva mai spedito, piene di frasi che non riconosceva.
Rimase qualche secondo ferma, non cancellò nulla e chiuse il pc.
Non era sconvolta. Era come se qualcosa avesse trovato il suo posto.
Quando Dario tornò, lei era ancora lì, a sistemare delle carte.
La sera, a cena, parlarono poco, come sempre.
A un certo punto, lui disse: «Oggi è andata bene.»
Elena sorrise appena.
Nel corso della stessa serata, mentre era a casa di Isabella, il telefono di Marta vibrò: era sua madre.
«Ci ha scritto Elena. Be’, sembra stare molto bene» disse Sara, con un tono leggero. «Ti ho inoltrato una sua foto»
«Sì, ora guardo» rispose Marta, senza particolare interesse. Poi sospirò, chiuse la chiamata e aprì il messaggio.
L’immagine si caricò lentamente.
Elena era in piedi davanti a una casa, con accanto un uomo. Non erano abbracciati, ma stavano vicini, come se fosse naturale. Lei non sorrideva davvero, ma il suo viso era disteso, fermo.
Marta restò a fissare lo schermo per qualche secondo.
Isabella si avvicinò. «Fammi vedere.» Guardò la foto, poi Marta. «Non sembra messa male» disse.
Marta non rispose.
Isabella esitò un attimo, poi aggiunse, più piano: «Sai che forse dovresti farti un po’ schifo, vero?»
Marta non disse niente. Appoggiò il telefono sul letto e accennò un sorriso: per la prima volta, non le riuscì naturale.
Quella notte, Elena si svegliò. Restò qualche secondo immobile, poi si alzò e andò in cucina. Non accese la luce. Prese il telefono e cercò Marta su Whatsapp.
La casa era silenziosa. Dario dormiva.
Elena restò a guardare lo schermo per qualche minuto, poi digitò: “Grazie.”
Rilesse a lungo la parola, con l’indice sospeso sopra il tasto dell’invio. Dopo qualche minuto, però, cancellò il messaggio, spense il cellulare, lo appoggiò sul tavolo e rimase lì, al buio.
Attraversò il corridoio ed entrò nella stanza dove aveva appoggiato le sue cose.
Il pianoforte era contro la parete. Si sedette su uno sgabello e aprì il coperchio.
Appoggiò le dita sui tasti ma non iniziò subito.
Fece un primo accordo, e il suono riempì la stanza. Poi provò una melodia.
Le note venivano incerte, ma continuò. Non guardava i tasti: guardava davanti a sé.
Suonò a lungo, lentamente, come se non avesse bisogno di arrivare da nessuna parte.
Nell’altra stanza, Dario si mosse nel sonno, ma non si svegliò.
La musica stava tentando di arrivare fino a lui ma si era fermata a metà strada: come tutto il resto.
Elena non smise, però. Continuò a suonare. Non per qualcuno, non per qualcosa: solo perché, per la prima volta dopo molto tempo, non c’era bisogno di immaginare niente di diverso.
Per lei, era abbastanza.
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