Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il giorno giusto” di Silvia Sbragia

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

2 ottobre 1993
Oggi sono nato.
In verità, sono nato qualche anno fa, ma oggi sono stato scelto e portato in quella che sarà la mia nuova casa.

Il signore con il cappello mi ha fatto sentire subito a mio agio.

Ha mani grandi, forti, si vede che è abituato a lavorare con la terra.
Mi ha tastato prima di scegliermi, ha controllato che fossi in salute. Poi ha esclamato: «Prendo lui».
«È sicuro?» gli ha chiesto un uomo accanto a lui. «Non è proprio il periodo giusto per portarlo a casa.»
«Lui è perfetto. Oggi è il giorno giusto. Un giorno speciale.»

In auto mi ha sistemato con cura sui sedili posteriori, e appena arrivati mi ha adagiato in giardino.
Lì ho notato un bel fiocco celeste attaccato alla porta d’ingresso.
È uscita una signora, col grembiule e i capelli arruffati. Mi è venuta incontro, mi ha accarezzato e ha esclamato: «È bellissimo!»
Mi sono sentito speciale.

«Quello sarà il tuo posto», ha annunciato il signore col cappello, indicando un angolo del giardino vicino a una meravigliosa ortensia bianca.
Le foglie cadevano lente intorno a noi, e l’aria profumava di terra bagnata.
È il 2 ottobre, e io sono nato di nuovo.

2 ottobre 1997
Mi sono reso conto che più cresco, più adoro la confusione.
La solitudine mi permette di riflettere, guardarmi attorno, sognare in pace.
Ma il baccano… ah, quel baccano è qualcosa di speciale.

Ogni anno, nel giorno in cui sono stato portato qui, posizionano vicino a me un grande tavolo, che adornano a festa e imbandiscono con ogni possibile leccornia.

Le foglie scricchiolano sotto i passi, e il giardino si riempie di profumi caldi: vino, legna, dolci alla mela e cannella.
Poi arrivano un sacco di persone con pacchetti colorati e sorrisi aperti, che chiacchierano e si scambiano gesti affettuosi.

Di tanto in tanto qualcuno mi guarda e fa i complimenti al signore col cappello e a sua moglie per avermi saputo scegliere, perché sto crescendo proprio bene.

Il mio momento preferito, però, è quando arriva lui.
Si chiama Giorgio. L’ho conosciuto pochi giorni dopo il mio arrivo. Era piccolissimo — credo sarebbe potuto entrare in una mano del signore col cappello.

Adesso cammina, Giorgio. E mi parla. Viene sempre a salutarmi, tutte le volte che torna in questa casa.
Soprattutto la domenica lo vedo, ed è sempre festa per me.

Oggi è vestito elegante, i capelli pettinati da una parte.
Si avvicina correndo e mi abbraccia forte.
«Auguri! Oggi è anche il tuo compleanno!»

Se potessi piangere, ora mi scenderebbero lacrime di rugiada e felicità.

2 ottobre 2001
Il signore col cappello mi sembra più lento del solito.
Si muove con fatica, ma non rinuncia mai a darmi acqua e a controllare che tutto vada bene.
Ogni volta che passa, mi tocca il tronco, come a volermi dire: «Resisti».

Giorgio è cresciuto tanto. Quando viene a trovarmi si ferma a lungo all’ombra dei miei rami.
Mi racconta i suoi segreti, le sue paure, i suoi sogni.
A volte ride, altre rimane in silenzio, con lo sguardo rivolto al cielo che filtra tra le mie foglie, ormai dorate.

Mi dice che la scuola gli piace, che ci sono tanti bambini come lui, e che ha imparato a leggere e a scrivere.
Mi parla delle partite di calcio, e ha deciso che adesso io e l’ortensia lo aiuteremo a migliorare, perché abbiamo la distanza perfetta per fare da porta.
Ride mentre calcia la palla, e ogni volta che segna alza le braccia al cielo.

Vorrei chiedergli di più — dei suoi amici, delle sue passioni, del mondo che scopre giorno dopo giorno — ma devo accontentarmi di quello che sento.
Il vento mi porta solo frammenti della sua voce, e io li conservo tutti.

Quando cala la sera, il signore col cappello esce ancora.
Si ferma davanti a me, il respiro lento, le mani nei tasconi della giacca.
Il tramonto infiamma le foglie, e il vento le solleva in piccoli vortici d’oro e ruggine.

Mi sfiora la corteccia e sussurra parole che non riesco a trattenere.
Le foglie si staccano, leggere, e gli danzano attorno come lacrime che non fanno rumore.

Allora capisco che anche per gli uomini, come per gli alberi, arriva un autunno in cui si deve imparare a lasciarci andare con dolcezza.

2 ottobre 2012

La casa ora è silenziosa per gran parte dell’anno.
Giorgio e i suoi genitori vengono solo d’estate: riaprono le finestre, spolverano i mobili e mi salutano come un vecchio amico.
Poi, quando il vento comincia a cambiare e le prime foglie si tingono di rame e d’ambra, chiudono tutto e tornano in città.

Quest’anno, però, hanno deciso di restare un po’ di più.
Il tempo è stato più clemente, e si sono susseguiti giorni soleggiati, con un’arietta frizzantina che profuma di castagne e legna umida.

E così, ancora una volta, il giardino si è riempito di voci: alcune nuove, altre che conoscevo bene non le ho più ritrovate.
Da qualche anno non c’è più il signore col cappello, ma il suo spirito aleggia tra le foglie che cadono.

La luce del pomeriggio si abbassa, dorata, e una brezza lieve scuote i miei rami.
I genitori di Giorgio siedono vicini, avvolti in una coperta.
Lui si avvicina a me, posa una mano sul tronco e sorride.

«Buon compleanno, vecchio amico» mi dice piano.

Poi guarda il cielo — lo stesso cielo limpido e fragile di tanti anni fa.
La sera cala lenta, e la casa si riempie del crepitio del camino.
Dall’interno arriva il profumo del vino caldo e delle mele al forno, proprio come le preparava la moglie del signore col cappello.

Fuori, resto a vegliare il giardino e ad ascoltare il vento che scorre tra i rami, annunciando piano l’arrivo dell’inverno.

2 ottobre 2025

Oggi il giardino profuma di nuovo.
L’aria è tiepida, le foglie si staccano piano e cadono come confetti di rame.
Il vento gioca con loro, le solleva e le sparge tutt’intorno come a voler celebrare qualcosa.

Nell’aria si mescolano profumi intensi di funghi umidi nascosti nel sottobosco e di uva appena raccolta.

Poi lo vedo.
Giorgio arriva dal vialetto, non è solo.
Accanto a lui c’è una ragazza: cammina piano, con una mano si accarezza il ventre e con l’altra stringe quella di Giorgio.
Hanno entrambi lo sguardo luminoso, ma il suo — quello di Giorgio — non l’ho mai visto così.
Una felicità diversa, più piena, più profonda.
Una felicità matura, intrisa di sogni che stanno per diventare vita.

Si avvicinano a me.
Giorgio posa una mano sul mio tronco, come faceva suo nonno, e sorride.
«Qui è dove tutto è cominciato» le sussurra piano, e la ragazza annuisce.
Poi insieme guardano verso l’alto, dove il sole filtra tra i rami e le foglie dorate tremano di luce.

Restano in silenzio per un po’, e io sento che qualcosa di nuovo è già cominciato.
Non ho bisogno di parole per capire: la vita, come le stagioni, ritorna sempre.
Ogni nascita è un autunno che profuma di primavera.

E mentre il vento passa lieve tra i miei rami, mi sembra di sentire ancora la voce del signore col cappello: «Vedi? Te l’avevo detto… era il giorno giusto.»

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