Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Storie di Covid e caffè” di Serena d’Avelli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Lei proprio non avrebbe saputo spiegare cosa fossero l’uno per l’altra.

Erano mesi che si frequentavano ma non avrebbe saputo quantificare il tempo trascorso insieme.

Era tutto così strano in quel periodo della storia dell’umanità. La pandemia aveva dilatato i giorni, le settimane e i mesi.

I minuti trascorsi con la mascherina in fila per effettuare la misurazione della temperatura corporea, oppure in attesa del proprio turno per avvicinarsi a chiedere informazioni, parevano ore.

Le ore trascorse in attesa del risultato di un tampone nasofaringeo o di una visita urgente al PS sembravano giorni; ed i giorni in isolamento o a letto malati, completamente in solitudine, separati dal resto dell’umanità, si dilatavano in eternità.

Era stato in questo contesto di follia planetaria che un giorno di un vicino prossimo passato lo aveva incontrato.

Si trovava in fila in un bar, in attesa del proprio turno per acquistare un caffellatte e un cornetto da asporto, come si usava in quel periodo.

Aveva la mascherina chirurgica che le copriva quasi completamente il viso, gli occhiali da sole graduati per la sua miopia e un basco di lana a fiori rosso calato sulla testa poiché soffriva di emicrania da freddo che le scoppiava improvvisamente rovinandole le giornate invernali. Per vezzo aveva indossato una mascherina rosa, quella che vendono per le bambine, e un foulard di seta rossa annodato al collo che faceva pendant con il cappello.

Lui la urtò con il vassoio appena prelevato al banco e il caffè macchiato colò rovinosamente sugli stivali da cavallerizza marroni abbinati alla gonna da collegiale.

“Mi scusi tanto Signorina! Sono un imbranato. Posso pagarle la tintoria?”

“Ma no, si figuri! Si smacchieranno facilmente: è pelle. Piuttosto mi spiace per il suo caffè…”

“Beh, dovrei smettere. Dalle cinque di questa mattina è il terzo”

Quella conversazione continuò nella fila comune che lui si apprestò a fare per la seconda volta con lei. Ne seguirono molte altre per molte altre mattine, fin quando non si decisero a incontrarsi a casa di uno dei due.

Lei preferì incontrarsi da lui. Le sembrò naturale. Non aveva intenzione di farlo entrare a gamba tesa nella sua vita privata, di fargli vedere le sue cose, usare i suoi asciugamani in bagno dopo la doccia, stendersi sulle sue lenzuola nel letto, e così via…

Ma non lo disse. Disse invece:

“Da me c’è poca luce. Vediamoci da te se non è un problema”

Lui, pazzo già di lei, accettò senza esitazione.

Abitava in una palazzina d’epoca a due piani.

Collocata alla fine di una stradina stretta e senza luce.

La chiudeva culminando su una collinetta affacciata su un monte verdeggiante e disabitato.

Nella parete anteriore della palazzina era stato lasciato un muro senza stanze, con una finestra di stucco e pietre senza infissi dalla quale si osservava tutto il verde panorama posteriore.

Lei pensò fosse bellissimo abitare lì.

E pensò che, nonostante il suo lavoro, lui avesse un animo da poeta.

Si incontravano tutti i lunedì poiché il lunedì è il giorno di chiusura dei parrucchieri, e lui, per essere sempre presente, chiedeva ogni settimana un cambio turno ad un collega diverso.

La prima volta che si recò all’appuntamento, per ricordare il loro primo incontro si vestì in modo simile.

Tenendo conto della stagione cambiata, mise la gonna a pieghe, sostituì gli stivali con delle ballerine con tacco medio, un biker di pelle al posto del cappotto e, lasciato nell’armadio il basco, annodò intorno al collo il fazzoletto di seta rosso.

In realtà non era propriamente rosso: si sa che la visione dei colori e delle sfumature non è condivisa nello stesso modo da tutti gli esseri umani. Le centinaia di sfumature di rossetto che le donne indossano nella loro vita, appaiono agli uomini semplicemente rosa, rosso, bordeaux e carne. Di conseguenza quello che per lui era un foulard rosso, per lei era un corallo tendente alla cipria pertanto una sfumatura meno, come dire, sensuale, e più romantica.

Ma alla fine lei, entrata nell’appartamento, lo folgorò, e lui la osservò spogliarsi lentamente pregandola di non togliere l’accessorio erotico o romantico, dal suo candido collo.

Le parve una perversione tutto sommato carina e accettabile. Dopo tutto era stata lei a volersi vestire così e probabilmente in lui risvegliava in maniera vivida il ricordo di quel goffo primo incontro.

Le ore trascorrevano ogni settimana più velocemente, parlando, ridendo, mangiando e facendo l’amore perché le donne quando sono felici e appagate hanno sempre fame, è risaputo.

Lui si rese conto di amarla e di voler legare la sua esistenza a quella di lei ed iniziò a farle proposte di vita condivisa. Ogni tanto tra un amplesso e l’altro le proponeva di buttare giù un muro per avere una zona pranzo più spaziosa per le cene con gli amici.

Oppure, quando lei restava incantata e nuda sulle lenzuola umide di sudore, ad osservare la luce entrare dalle finestrelle tra le vecchie travi, le diceva che un’altra finestra era possibile proprio lì da dove la luce si faceva strada da dietro la collina verde di boschi e fiori.

Lei sorrideva e, per un microcosmo di esistenza, prendeva seriamente in considerazione la cosa immaginando una culla rosa, una tavola apparecchiata per gli amici di sempre e delle tendine fatte a tombolo dalla zia Elide da appendere alla nuova finestra.

Ma poi rientrava nel suo corpo e pensava a sua madre che alzava la serranda del coiffeur alle cinque del mattino e che lavorava ogni fine settimana per acconciare e truccare spose sempre più attempate e per questo più esigenti. Pensava a mamma che aveva bisogno di aiuto per assistere quel suo fratello nato sfortunato a causa della genetica, e reso ancora più sfortunato, dalle terapie e dai farmaci assunti per ingannare la morte ma che alla lunga, lo avevano reso ulteriormente lontano dalla vita normale.

Come poteva vivere altrove? Come poteva lasciarla sola di notte? Non aiutarla ad imboccarlo, cambiarlo, sollevarlo, accarezzarlo, sgridarlo, lavarlo accudendolo come un bebè ma di cento chili?

Non era possibile.

E poi c’era Mario; o meglio, c’era stato Mario, nella sua vita.

Ma, pur essendone uscito formalmente, l’aveva resa talmente un inferno da lasciare il suo ricordo come Attila.

Era stata usata, truffata e sminuita. E ancora si sentiva una stupida a dover pagare i conti di truffe non sue, avvocati che si rifacevano su di lei e finanziarie che non aveva mai stipulato.

Tutto quel male, pensava, doveva essere compensato dal bene prima o poi…

Anche se ora faceva la parrucchiera aveva pur sempre frequentato il liceo scientifico e studiato matematica statistica e quella storia del mezzo pollo non l’aveva mai digerita!

Lei di fronte a questi discorsi si scherniva, scuoteva la testa, sorrideva, affermava di pensarci su, che sì, sarebbe stato bene un lucernario qui o lì e poi si alzava e si rivestiva velocemente andandosene fino al prossimo lunedì e centellinando le telefonate.

Lui restava solo sulle lenzuola stropicciate, nudo ed indifeso, con il cuore in gola di dolore e di rabbia, non riuscendo a comprendere come mai lei non lo riamasse. Come poteva non capire che era tutto per lui? Che non viveva senza di lei? Che le notti di turno erano popolate dalla sua presenza e dai suoi capelli? Che il suo candido collo era diventato un’ossessione? Pensava a lei continuamente e malediva la colazione in quel bar,

malediva la fila, il caffè, il Covid che lo aveva reso così fragile ed emotivo. Prima era stato sempre lui ad evitare storie serie ma ora ne aveva bisogno.

Passarono diversi mesi, ma il tempo è sempre opinabile.

Un ritardo d’dapprima la scioccò, poi, preso il coraggio a quattro mani entrò in una farmacia ed acquistò un test con scritto in rosa “Pregnant”.

Il test era positivo.

Pensò che forse il destino la stesse aiutando a decidere, che forse era la sua occasione di felicità meritata, che lui “doveva” essere quello giusto o per lo meno non era quello sbagliato.

Attese il lunedì per recarsi al solito appuntamento, il lunedì seguente l’avrebbe trascorso dal ginecologo per effettuare la visita del primo trimestre.

Cercava un modo carino per comunicargli la notizia senza essere inopportuna o provocare una reazione esagerata in un senso o nell’altro. Ma comunque era stato lui ad insistere affinché la loro relazione svoltasse in qualcosa di più serio? Oppure si era ingannata?

Cacciò dalla mente i brutti pensieri di rifiuto, tare genetiche, litigi e quant’altro e affrontò gli sbilenchi gradini di pietra. Entrò, ed iniziarono a baciarsi come di consueto ed a sfilarsi gli abiti di dosso, vestiti che in quel periodo dell’anno erano diventati opportunamente pochi per gli amanti.

Ogni volta era più profondo, più bello e ora che sapeva quello che sapeva, era veramente speciale.

Lei era stesa supina e lui le sedeva sul bacino guardandola estasiato.

“Sai” disse lei, tentando di approcciare il discorso che avrebbe cambiato le loro vite” lunedì prossimo non verrò, c’è un grosso cambiamento nella nostra vita”

Lui sfoderò uno dei suoi sorrisi migliori e chinò la testa da un lato avvicinandosi al suo collo e iniziò a baciarlo slacciando il foularino di seta. A lei piaceva essere baciata sul collo ed iniziò ad eccitarsi nuovamente.

Tutto sommato il discorso della vita poteva attendere ancora qualche minuto.

Le prese le mani e le annodò, era terribilmente eccitante. La baciò lungamente mentre lei per non trascurare nessuna sensazione teneva gli occhi chiusi ed il respiro diventava sempre più profondo.
Le mise le mani aperte sul volto e l’accarezzava a palmi aperti mentre le baciava prima la fronte, poi gli occhi ed infine la bocca. Le mani scesero lungo le spalle e poi sul petto fino a chiudersi sullo sterno con i pollici che si sfioravano; salirono lungo il collo ed iniziarono a chiudersi e poi a stringere.

Lei all’inizio pensò ad un gioco erotico ma poi aperti gli occhi supplicandolo con lo sguardo di smettere, lo vide sorridere di quel suo sorriso disarmante e piangere di lacrime silenziose che gli solcavano le guance appena barbute.

Possibile che stesse succedendo tutto questo.

E in attimo vide le tendine alla finestra, la tavola imbandita e la culla col fiocco rosa proprio lì affianco al letto.

Fece per allungare la mano per toccare la loro bambina ma non poté farlo perché il foulard rosso glielo impediva.

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